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Il paese che si spia da sempre

C’è un dettaglio nella nuova inchiesta romana sulla cosiddetta Squadra Fiore che dice tutto. Tra gli undici indagati per aver costruito una centrale clandestina di spionaggio che vendeva informazioni riservate a imprenditori e intermediari finanziari, figura Giuliano Tavaroli. Lo stesso Tavaroli che vent’anni fa era già stato condannato per le stesse cose, quando era responsabile della sicurezza di Telecom e Pirelli e collaborava con agenti del Sismi. Condannato, scontata la pena, e tornato a fare esattamente quello che faceva prima, con un’azienda di servizi investigativi e nomi in codice creativi per i complici.
Non è una storia di recidiva individuale. È la storia di un sistema che non si smantella mai davvero.
L’Italia degli ultimi vent’anni è costellata di scandali che hanno la stessa struttura di fondo: pezzi dei servizi o delle forze dell’ordine che escono dal perimetro legale, si mettono al servizio di interessi privati, costruiscono archivi di informazioni riservate, le vendono o le usano per ricattare. Nel 2006 era il Telecom-Sismi, con intercettazioni illegali e dossier su politici, giornalisti, magistrati. Poi Equalize, la società investigativa milanese che accedeva abusivamente alle banche dati dello Stato. Poi la Squadra Fiore, con l’ex numero due del Dis, Giuseppe Del Deo, indagato per peculato e accesso abusivo. Nel mezzo, il caso Paragon: lo spyware Graphite usato per spiare giornalisti e attivisti — tra cui il fondatore di Dagospia, Roberto D’Agostino, operatori della ong Mediterranea Saving Humans e il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato — con gli inquirenti che per la prima volta nella storia italiana hanno avuto accesso ai server dell’Aisi per cercare tracce.
Ogni volta lo schema si ripete. Emerge uno scandalo. Parte un’inchiesta. Si moltiplicano le audizioni al Copasir. Qualcuno viene condannato. Qualcuno patteggia. Il sistema si riorganizza e ricomincia.
Ma c’è una domanda che rimane sempre in secondo piano, quella che le inchieste non fanno mai fino in fondo: chi ha commissionato il lavoro? A chi servono davvero le informazioni rubate?
Le risposte parziali ci sono. Nel caso Equalize, i committenti erano imprenditori, studi legali, società che volevano informazioni sui concorrenti o sui dipendenti — Erg e Barilla compaiono tra i nomi. Nel caso della Squadra Fiore, i pm parlano esplicitamente di committenti interessati a influenzare settori della politica e dell’imprenditoria. Nel caso Paragon, lo spyware è stato usato contro giornalisti e attivisti e gli inquirenti hanno dovuto accedere ai server dell’Aisi per capire chi avesse autorizzato l’operazione. Nel caso Equalize, Tajani ha nominato apertamente una cosa che di solito non si dice: almeno un servizio segreto straniero era tra i clienti. Non è stato identificato pubblicamente.
Tre mercati distinti, tre utilizzi diversi. Il primo è lo spionaggio industriale e privato. Il secondo è il ricatto politico. Il terzo, il più inquietante, è l’intelligence straniera che compra informazioni su un paese alleato. Ma questi tre mercati non sono separati. Si sovrappongono, si alimentano a vicenda. Un dossier costruito per ricattare un imprenditore può finire nelle mani di un servizio straniero. Un’informazione rubata per finalità private può diventare strumento di pressione politica.
La fabbrica dei dossier non ha un solo cliente. Ha un catalogo.
E il catalogo, nelle inchieste italiane, non viene mai mostrato per intero. Il problema non è la mela marcia. È che l’albero produce sempre le stesse mele e nessuno chiede davvero chi le mangia.

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