La sera del 23 settembre, a quaranta chilometri da Varsavia, brucia un campo. Non un deposito militare, non una centrale nucleare: un quadro di distribuzione collegato a una cabina elettrica in un villaggio della Masovia che si chiama Wola Krobowska. Nessun ferito. Danni “materiali”, dicono i vigili del fuoco. Ma quel campo è l’unico punto in Polonia — insieme a un gemello in Lituania, a Kaunas — da cui passa la connessione Starlink per l’Ucraina in guerra: ospedali, comandi militari e comunicazioni di trincea.
Il vicepremier polacco, Krzysztof Gawkowski, non usa mezzi termini: è stato un sabotaggio. Il numero due del governo Tusk parla di una “prossima fase della guerra ibrida” e di un modus operandi “chiaramente russo”: pagare qualcuno sul posto per fotografare, mappare e poi incendiare un generatore di energia. I servizi polacchi, più prudenti, dicono che è presto per attribuire una responsabilità diretta. La stazione è tornata operativa in poche ore grazie alla ridondanza del sistema di gateway terrestri di Starlink. Fine della notizia, per chi si ferma alla cronaca.
Il rovescio è un altro. Da tre anni l’Occidente racconta la guerra ibrida come una faccenda di satelliti, cavi sottomarini, jet stealth, sciami di droni Shahed che bucano lo spazio aereo NATO. Tecnologia contro tecnologia, deterrenza contro deterrenza. E invece il punto debole del sistema più avanzato — una costellazione di migliaia di satelliti, l’internet di SpaceX che tiene in piedi un intero fronte — è un capannone senza sorveglianza armata, un generatore diesel e un uomo con un accendino che lo mette ko.
Non serve un missile ipersonico per spegnere Starlink in una regione: basta sapere dove sta la spina. È lo stesso paradosso dei cavi sottomarini danneggiati da navi “civili”, tranciandoli con un’ancora, non con un sommergibile attrezzato per quella missione. La guerra ibrida non punta al cuore tecnologico del nemico, punta al suo collo di bottiglia, perché è più economico da colpire. E il collo di bottiglia, quasi sempre, è un campo di antenne, un’anonima palazzina, un traliccio in mezzo ad altri tralicci.
C’è poi la questione che nessuno vuole nominare per prima: la sicurezza nazionale di una parte dell’Europa dipende, per un nodo critico, da un’azienda privata americana, di proprietà un imprenditore, Elon Musk, che ha un rapporto tutto suo con Mosca e con Kyiv. Exatel, azienda statale polacca, gestisce il sito fisico di Wola Krobowska; ma il segnale è di SpaceX. Quando un solo generatore in un campo può tagliare le comunicazioni militari di un Paese in guerra, la domanda non è più “chi ha appiccato il fuoco”, ma perché un’infrastruttura strategica di questa portata abbia la protezione — fisica, non satellitare — di una qualunque centrale elettrica.
