Il 16 settembre su Apple TV+ arriva (finalmente) la sesta stagione di Slow Horses, lo spy drama tratto dai romanzi di Mick Herron che ha trasformato Gary Oldman in una delle figure più inquietanti della televisione contemporanea. Sei nuovi episodi, ogni mercoledì fino al 21 ottobre, con gli agenti di Slough House di nuovo in fuga e Diana Taverner che li trascina in un gioco di vendette dalla posta altissima. La settima stagione è già approvata. La serie, evidentemente, non stanca. E vale la pena chiedersi perché.
Jackson Lamb è grasso, scorretto, maleodorante e geniale. Non è un eroe nel senso classico: non corre, non seduce, non salva il mondo con un sorriso. È un uomo che sa troppe cose e che per questo è stato messo a sedere in un ufficio grigio di Londra chiamato Slough House — la Slough House, letteralmente il “capannone del letame” — dove l’MI5 parcheggia le mende, i falliti, gli agenti che hanno fatto qualcosa di sbagliato o semplicemente di scomodo.
L’idea centrale della serie è che queste spie di scarto, i cosiddetti “ronzini”, continuino a risolvere i casi che i migliori non vogliono o non possono toccare. Ma l’idea più interessante, quella che il format porta avanti con coerenza stagione dopo stagione, è un’altra: le istituzioni non temono chi sbaglia. Temono chi ricorda.
Lamb è sopravvissuto a Berlino, alla guerra fredda, a operazioni che non esistono negli archivi ufficiali. Sa dove sono i cadaveri, conosce i compromessi, ha visto come vengono prese le decisioni che poi vengono raccontate in altro modo. Ed è esattamente per questo che è lì, in quella stanza, a fare il capo di una squadra di reietti. Non come punizione. Come contenimento.
Non è una metafora lontana. È una struttura che funziona anche fuori dalla fiction, e non solo nei servizi di intelligence britannici. Funziona nelle istituzioni, nelle redazioni, nelle procure, nelle amministrazioni pubbliche. Il funzionario che ha visto come andavano certi appalti. Il magistrato che conosce i fascicoli insabbiati. Il giornalista che ha le carte ma non trova chi le pubblica. Tutti finiscono nella loro Slough House personale: trasferiti, marginalizzati, messi a fare lavori che non contano, nella speranza che si stanchino e se ne vadano.
La cosa che Slow Horses ha capito, e che la rende più seria di quanto sembri, è che questi uomini e queste donne di solito non se ne vanno. Restano lì, con la loro memoria intatta e la loro irriducibile scomodità. Come Lamb: puzzolente, burbero, ignorato. E sempre, invariabilmente, nel posto giusto al momento sbagliato.
