Nel 2003 la Libia di Gheddafi scrisse al Consiglio di sicurezza dell’Onu assumendosi la responsabilità degli atti dei suoi funzionari e promettendo di risarcire i familiari delle 270 vittime dell’attentato terroristico avvenuto il 21 dicembre 1988, in cui un Boeing 747 della Pan Am esplose in volo sopra la cittadina scozzese di Lockerbie. Non consegnò archivi né aprì i cassetti dei servizi segreti. Fece una cosa più semplice e più difficile: pronunciò la frase. Siamo stati noi.
Oggi Parigi socchiude una porta sula strage di Ustica, a quarantasei anni da quel 27 giugno 1980 in cui un DC-9 Itavia con 81 persone a bordo precipitò nel Tirreno. L’ambasciata francese ha comunicato la disponibilità a collaborare all’inchiesta, alla vigilia dell’udienza sull’archiviazione. È una notizia e sarebbe sciocco negarlo. Ma ha il sapore della diplomazia, non della storia. Tradotta dal francese delle cancellerie l’apertura di Parigi suona più o meno così: quello che potevamo dire lo abbiamo già detto; quello che non possiamo dire lo abbiamo coperto con il segreto di Stato, e i vostri magistrati lo sanno; per il resto chiedete pure.
È una porta aperta con il chiavistello dall’altra parte.
Perché a Ustica la verità non è ostaggio di un documento. I giudici italiani hanno accertato la presenza di almeno una portaerei francese nel Tirreno quella notte, insieme ad aerei militari francesi e americani. Nel 1999 l’istruttoria del giudice Rosario Priore parlò di un episodio di guerra non dichiarata, con autori ignoti ma ben visibili nel tracciato radar di Ciampino. Anni dopo l’ex presidente Francesco Cossiga raccontò di un aereo francese e di un missile partito per errore contro un Mig libico che volava sotto il nostro volo Itavia. Più recentemente l’ex premier Giuliano Amato lo ha ripetuto. Non serve un altro faldone per dare un nome a ciò che tutti sanno di sapere. Serve qualcuno che lo dica.
Per questo il paragone con Lockerbie è scomodo e prezioso. Un’ammissione politica non sostituisce il processo e non cancella il lavoro della nostra magistratura. Non chiede a nessuno di consegnare i codici di una base militare. Chiede a un presidente di un Paese alleato di fare i conti con ciò che le carte processuali lasciano intravedere, di assumersene le conseguenze morali e materiali, risarcimento compreso, e di chiudere una pagina buia con una verità.
Macron ha la forza per farlo. Non ha ereditato la colpa, ma erediterebbe il merito. Un capo di Stato che dice la verità sui predecessori non si indebolisce, si rafforza. E la Francia che rivendica i propri valori non può avere paura di una frase.
Il segreto di Stato protegge la sicurezza della Repubblica, non gli errori di quarant’anni fa. Nessuna minaccia attuale si nasconde in un registro di volo del 1980. Ciò che si protegge, oggi, è la reputazione, che si difende meglio con la franchezza che con il silenzio.
Le famiglie non chiedono vendetta. Vogliono sapere chi e perché. La presidente dei familiari delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti, lo ripete da anni: se non ci riesce la magistratura, deve riuscirci la politica. La collaborazione promessa da Parigi è un primo passo e come tale va accolta. Ma se resterà una collaborazione a domanda, senza nomi e senza responsabilità, avremo cambiato la forma dell’omertà senza toccarne la sostanza.
