C’è una domanda che Elena Giuliani continua a farsi da un quarto di secolo, e non è quella che ci si aspetterebbe. Non è “perché è morto Carlo”, ma “perché nessuno ha mai dovuto rispondere davvero di quella morte”. La differenza non è retorica: la prima riguarda un proiettile, la seconda uno Stato.
Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda, Carlo Giuliani viene ucciso da un colpo partito dalla pistola del carabiniere Mario Placanica, dentro un fuoristrada dell’Arma accerchiato. Le indagini si chiudono con l’assoluzione: legittima difesa. Elena, nell’intervista di questi giorni a Repubblica, racconta un dettaglio che nessuna sentenza ha mai potuto restituire: le prime notizie dicevano che il fratello era vivo. Ma in realtà, Carlo, era già morto.
Ma il 20 luglio è solo l’apertura. Il capitolo che pesa di più, ancora oggi, arriva la notte dopo, alla scuola Diaz. A deporre su quella notte, nel 2007, è un vicequestore, Michelangelo Fournier: davanti al tribunale descrive quello che ha visto con due parole che sono rimaste incise nella memoria collettiva del Paese, “macelleria messicana”. Novantatré persone arrestate ingiustamente, e tra queste ottantasette hanno subito lesioni, due hanno rischiato la vita.
C’è un terzo luogo, meno fotografato della Diaz ma non meno feroce: la caserma di Bolzaneto, trasformata per l’occasione in centro di detenzione provvisoria. Lì, tra il 20 e il 22 luglio, passano oltre duecento persone fermate. Le sentenze — arrivate dopo un percorso giudiziario durato più di un decennio — parlano di percosse, insulti, privazione di cibo e sonno, posizioni forzate imposte anche a persone già ferite. Nel 2017 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo qualifica quei trattamenti come tortura, la stessa parola usata quattro anni prima anche per la Diaz. Anche qui, come alla Diaz, la maggior parte dei reati cade in prescrizione: il codice penale italiano, all’epoca, non prevedeva ancora il reato specifico. Restano in piedi solo alcune condanne per lesioni più gravi, confermate in via definitiva dalla Cassazione; pene di pochi anni, per fatti che la stessa Corte di Strasburgo avrebbe poi definito una soppressione dei principi fondamentali dello Stato di diritto, dentro una caserma dove decine di testimonianze concordanti raccontavano tutte la stessa cosa.
Ecco il punto che i cronisti del venticinquesimo anniversario tendono a far scivolare via in fretta: chi ha pagato, e chi no. Ventinove poliziotti finirono a processo, tra alti dirigenti, funzionari e capisquadra, con accuse di violenza privata, lesioni, abuso d’ufficio, falso. In primo grado tredici condanne e sedici assoluzioni, quasi tutte riconducibili ai membri dell’allora catena di comando del Dipartimento della pubblica sicurezza. In appello e in Cassazione la geometria si è un po’ ribaltata: Vincenzo Canterini, allora a capo del Reparto mobile di Roma, fu condannato a quattro anni; lo stesso Fournier, che aveva ammesso tutto, a due. Chi ha detto la verità in aula ha finito per essere condannato assieme a chi aveva materialmente ordinato di punire duramente i manifestanti. Chi è rimasto ai piani più alti, no: la Cassazione ha confermato le condanne per falso aggravato solo nei confronti degli allora vertici della polizia, dichiarando invece prescritti i reati di lesione.
La prescrizione, qui, non è un tecnicismo: è il vero verdetto politico della vicenda. Le lesioni — cioè i corpi, il sangue, le ossa rotte — si sono estinte per il tempo trascorso. È rimasto in piedi solo il falso: i verbali che attestavano il ritrovamento di due molotov mai state dentro la scuola Diaz, usate per giustificare a posteriori l’irruzione.
E poi c’è il nome che nelle cronache di questi giorni si fa più raramente, quello di Gianni De Gennaro, allora capo della Polizia. Non è mai stato imputato per l’irruzione nella scuola dove in quelle settimane aveva la sua sede il Genoa Social Forum. Ma attorno a lui, nelle carte del processo, si è mosso per anni un pulviscolo di testimonianze contraddittorie su chi sapesse cosa, e quando: un funzionario vicino a De Gennaro, sentito dagli inquirenti, cambiò versione più volte prima di assumersi personalmente una responsabilità che secondo l’accusa avrebbe dovuto risalire più in alto. La sentenza, alla fine, si è fermata prima di quel piano.
Il paradosso genovese è tutto qui, e va detto senza pudori: la violenza dello Stato è stata accertata anche da un tribunale internazionale — la Cedu ha condannato l’Italia per tortura — ma quasi nessuno, ai piani alti del Dipartimento di pubblica sicurezza e del Viminale, ne ha risposto con la carriera. Anzi: Fournier, l’unico che ammise le violenze in aula, fu allontanato dal comando sul campo dopo la deposizione, mentre altri protagonisti di quella notte sono stati promossi a incarichi più alti.
Elena Giuliani, in questi giorni, non chiede vendetta. Chiede un processo pubblico, una verità istituzionale che non si fermi a quella processuale. È una richiesta che nel 2026 suona quasi ingenua, in un Paese che ha imparato ad archiviare le ferite più scomode sotto la voce “memoria”: un minuto di silenzio ogni venti luglio, nessun dossier riaperto. Ecco il rovescio: in venticinque anni si è discusso più della vita di chi è morto in piazza che delle carriere di chi comandava quella notte.