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Il bavaglio reatino

C’è un caso giudiziario che a Rieti pesa più di ogni altro narrato negli ultimi anni, e che la cronaca nazionale ha trattato per lampi, non per continuità. Il 19 ottobre 2025 un autista di pullman, Raffaele Marianella, viene colpito a morte da un sasso lanciato contro il mezzo che riportava a casa i tifosi del Pistoia Basket, di ritorno dalla partita con la Real Sebastiani. Tre ultras reatini finiscono subito in carcere. Poi, per otto mesi, silenzio e massimo riserbo da parte degli inquirenti. Il 26 giugno scorso la Procura di Rieti esegue altri cinque arresti, portando a otto il numero complessivo degli indagati per omicidio pluriaggravato e tentato omicidio in concorso.
Reati gravissimi, contestati a giovanissimi del tifo organizzato di una città che con il basket ha un legame identitario raro in Italia. Eppure per questo secondo, decisivo capitolo dell’inchiesta non c’è stata una conferenza stampa. Una nota scarna del procuratore capo Paolo Auriemma, una della Questura, utili per qualche riga di agenzia, e basta. Per i primi tre fermi, otto mesi prima, almeno un confronto pubblico c’era stato nel corso di un incontro con la stampa tenuto dallo stesso procuratore e dal questore di Rieti.
Non è un caso isolato né una scelta personale di chi guida la Procura reatina. È l’effetto di una direttiva che il Csm — l’organo di autogoverno della magistratura — ha messo nero su bianco appena tre settimane fa: il Plenum ha approvato a maggioranza, con quattro voti contrari e tre astensioni, le nuove linee guida sulla comunicazione istituzionale degli uffici giudiziari. Il principio ispiratore — tutelare la dignità e la reputazione delle persone indagate in un ecosistema digitale dove ogni notizia resta indicizzata per sempre — è di per sé condivisibile. Ma la traduzione pratica è un irrigidimento netto: vietate le interviste e i “canali informativi riservati”, ammesse solo comunicazioni scritte o, “in via eccezionale”, conferenze stampa, con il divieto esplicito di aggettivazioni enfatiche e dettagli ritenuti superflui. Le linee guida aggiornano e inaspriscono quelle già restrittive introdotte dalla riforma Cartabia del 2021, che aveva affidato la comunicazione giudiziaria al solo procuratore capo.
Chi ha scritto la direttiva si è premurato di chiarire che non si tratta di una limitazione del diritto di cronaca, bensì di una “ridefinizione delle modalità della comunicazione istituzionale”. Una distinzione che regge sulla carta, meno nei fatti: se la conferenza stampa diventa “evento eccezionale” anche per un omicidio e un tentato omicidio — maturati nell’ambito del tifo sportivo e con otto indagati agli arresti —, il giornalista si trova davanti porte chiuse, atti inaccessibili, informazioni scarne (se non quelle, pur sempre di parte, delle difese) e l’ardua missione di reperire comunque gli elementi necessari per fornire una corretta e puntuale informazione.
Il paradosso è che la norma nasce per proteggere gli indagati da una gogna mediatica reale, quella dei processi-spettacolo in Tv (vedi il caso Garlasco). Ma applicata indistintamente a un caso di violenza ultras, culminato con la morte di uomo in un contesto dove nulla di tutto ciò era mai accaduto prima, finisce per produrre l’effetto opposto: meno trasparenza non significa meno pregiudizio, significa solo meno controllo democratico su come la giustizia tratta i casi più gravi.
A Rieti il basket non è solo sport: è uno dei pochi collanti identitari rimasti a una città di provincia che fatica a raccontarsi per altro. Quella notte questo collante ha prodotto una morte. Otto mesi dopo, la città non ha ancora certezza — non per discrezione investigativa, ma per scelta normativa — su chi abbia tirato il sasso (nonostante uno degli indagati abbia fornito una possibile dinamica dei fatti che lo chiama direttamente in causa), su chi abbia organizzato e guidato la spedizione punitiva e su che ruolo abbia avuto ciascuno degli otto indagati. Non è il segreto istruttorio a imporlo: è una recente linea guida del Csm, applicata a un caso che di “processo-spettacolo” non aveva nulla. Ed è così che la trasparenza che si voleva salvare dagli eccessi si è portata via, tra quelle righe, anche quella minima che un cittadino aveva diritto di pretendere.
Agli organi di informazione, in questo scenario, non resta la possibilità di forzare le porte chiuse, ma resta uno strumento spesso sottovalutato: raccontare il silenzio stesso. Scrivere che una nota di due righe ha sostituito una conferenza stampa, che otto indagati per omicidio e tentato omicidio sono diventati una notizia d’agenzia senza volto, non è un’eco minore della storia: è la storia. La pressione mediatica sulla genericità delle comunicazioni giudiziarie è essa stessa una forma di responsabilità, perché obbliga le istituzioni a giustificare ogni reticenza, a motivare ogni “eccezionalità” negata. Rendere visibile il silenzio — anche senza accesso agli atti, anche senza conferenze, anche senza dichiarazioni — è già un modo per esercitare un contro-potere che nessuna linea guida può cancellare del tutto. A Rieti, in questo momento, è forse l’unico controllo democratico rimasto nelle mani di chi è ancora capace di porsi delle domande.

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