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anemoneQualcuno voleva morto il costruttore Diego Anemone, il principale protagonista delle inchieste sui grandi appalti, dai Mondiali di nuoto al G8 a La Maddalena, che ristrutturò il quartier generale dell’Aisi a Roma? Proprio la stessa agenzia di intelligence che con un’informativa top secret alla direzione della Casa circondariale di Rieti, dove il costruttore era detenuto tra febbraio e maggio del 2010, riferì dell’esistenza di un piano che puntava ad eliminarlo. I Servizi informarono il direttore dell’istituto che la vita dell’imprenditore poteva essere a rischio, non all’esterno, cioè dal momento in cui fosse stato rimesso in libertà, bensì proprio tra le mura del carcere. La polizia penitenziaria da quel momento in poi sorvegliò a vista la sua cella e non lasciò mai solo Anemone, neanche durante le ore che il costruttore trascorreva negli spazi comuni insieme agli altri detenuti. A un ristretto numero di agenti di custodia fu assegnato l’incarico di sorvegliarlo, anche di notte, fino al giorno della sua scarcerazione, il 9 maggio 2010. La segnalazione giunta alla direzione del carcere – secondo quanto ha appreso Il Punto – era sintetica, solo poche righe nel gergo dell’intelligence per riferire che il Servizio segreto civile aveva appreso, da fonti ovviamente non specificate, che la vita del maggiore indagato delle inchieste sulle cricche era seriamente in pericolo. ...continua a leggere "Volevano uccidere Anemone?"

RIETI - «Don Vergari non lo abbiamo visto, ma tornerà qui a dormire, nell’ex convento delle suore del Sacro Cuore». A Turania, piccolo comune dell’area del Turano, sono tutti sulle tracce di monsignor Piero Vergari. Ora che la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati, per concorso nel sequestro della 15enne Emanuela Orlandi, è ufficiale, la sua presenza è diventata ancora più ingombrante. «Non l’ho visto», conferma il sindaco, Antonio Di Maggio. «Va e viene, ma oggi la sua auto in piazza non c’è. Si chiude in casa, frequenta poco la nostra comunità, arriva quasi sempre di sera, da Roma». Dello stesso parere anche alcuni vicini, come il signor Lorenzo, suo dirimpettaio in piazza Umberto I: «Oggi qui non c’è e, che io sappia, non era qui neanche ieri. Forse, potrebbe rientrare in serata, ma non conosciamo i suoi spostamenti, anche perché con noi è molto schivo».
La vicenda. Prima che il nome del prelato, ex rettore della basilica romana di Sant’Apollinare, finisse suoi giornali - per la brutta storia del sequestro della 15enne, cittadina vaticana, Emanuela Orlandi (nel giugno 1983) e per la sepoltura, in una cripta di quella stessa basilica, del boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis - a Turania, don Vergari, era un’istituzione. Amato e stimato da tutti, a partire dalle suore del Sacro Cuore, che fin dal ’94, quando Vergari diventò parroco nell’alto Turano, gli avevano dato in uso l’ex asilo, una ventina di stanze, dove tuttora l’anziano sacerdote abita. Poi anche i rapporti con la comunità di Turania si sono raffreddati, nel 2000 è arrivato un altro parroco e le brutte notizie sul suo conto, e i paesani hanno iniziato a mostrargli molta indifferenza. «Se è vero quello che ha fatto - dice uno di loro a Il Messaggero - non lo vogliamo più vedere qui». ...continua a leggere "Scomparsa di Emanuela Orlandi, Turania s’interroga su don Vergari"

È partita da Amatrice, in provincia di Rieti, la campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica promossa da Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa il 22 giugno 1983 e mai ritrovata. Nel cinema cittadino sono stati distribuiti biglietti da spedire via posta a «Sua Santità Papa Benedetto XVI, Palazzo Apostolico, Segreteria di Stato 00120 Città del Vaticano» per invitare la Santa Sede a fare «tutto ciò che è umanamente possibile per fare chiarezza sul caso di Emanuela Orlandi». I biglietti sono stati distribuiti durante la presentazione del libro-denuncia Mia sorella Emanuela (edizioni Anordest) scritta da Pietro Orlandi assieme al giornalista Fabrizio Peronaci. «Il pubblico intervenuto è rimasto molto colpito da questa iniziativa che presto diffonderemo anche tramite web - ha spiegato Peronaci - ed in tanti hanno assicurato che scriveranno al Papa per arrivare alla verità sul caso di Emanuela Orlandi, rapita in quanto cittadina vaticana». Nel corso della presentazione, Peronaci ha ribadito l'importanza «di una memoria che rigetta l'oblio testimoniata da Pietro che rifiuta di far finire questo giallo tra i grandi misteri italiani irrisolti ed è fondamentale la pressione che potrà essere fatta dalla gente affinchè chi sa alcuni passaggi oscuri, analizzati nel libro, finalmente parli. Una pressione che può essere un elemento in grado di far fare un salto di qualità alla risoluzione del caso». Pietro Orlandi ha anche sottolineato per la prima volta come si sia verificata in questa vicenda «una violazione dell'articolo 1 dei Patti Lateranensi che recita che la Repubblica e la Santa Sede si impegnano al rispetto ed alla reciproca collaborazione per il bene del Paese», ed ha ribadito come «questa iniziativa non sia una forma di ostilità verso la Santa Sede ma un sollecito affinchè quelle energie migliori che hanno avviato quell'opera di purificazione legata al problema dei pedofili faccia chiarezza anche su quei lati oscuri di cui è emblematico il caso Orlandi». (Fonte Ansa)

Caso Orlandi, l'appello del fratello "Scrivete al Papa, chiedo la verità" (la Repubblica)

Il mistero di Emanuela Orlandi (Chi l'ha visto?)

via poma«Per piacere, vi prego, non ne posso più. Mio marito in questa storia non c’entra nulla perché a quelle due telefonate ho risposto io. La prima arrivò a casa nostra a ora di cena, saranno state massimo le otto e mezza, la seconda intorno alle undici e mezza. Era un uomo, ma non posso dire se era Vanacore, cercava l’avvocato Caracciolo, disse solo: «”Cerchiamo l’avvocato, è urgente, siamo degli Ostelli della Gioventù”». A parlare è Anna, la moglie di Mario Macinati, giardiniere factotum dell’avvocato Francesco Caracciolo, il presidente dell’Associazione degli ostelli per la gioventù. La coppia di anziani vive nella stessa casa dove la sera del 7 agosto ‘90 arrivarono quelle due misteriose telefonate partite dall’ufficio di via Poma degli Ostelli della Gioventù, dove Simonetta Cesaroni era stata appena uccisa. La famiglia Macinati da quelle parti la conoscono tutti: al bar del paese dicono che sono brava gente, che pensano solo a lavorare. Conoscono bene anche l’avvocato Francesco Caracciolo che a Tarano, a una dozzina di chilometri da lì, ha una villa che da qualche anno è stata trasformata in un lussuoso agriturismo. Macinati è un uomo semplice, ha la quinta elementare, ha fatto per quarant’anni il muratore a Roma, sta in piedi a fatica, è poliomielitico. E ha le mani che gli tremano, segnate dalla terra e dal cemento. Quando sente parlare di via Poma si agita a tal punto che suo figlio, Giuseppe, ha paura che alla fine morirà di crepacuore. «Per diciotto anni - aggiunge proprio il figlio - nessuno ci è venuto a dire nulla su questa storia. Quella mattina, quella dell’8 agosto, mio padre corse alla villa dell’avvocato dove faceva il giardiniere nei fine settimana e lo avvertì che la sera prima l’avevano cercato al telefono, per due volte. Succedeva spesso - prosegue il figlio di Mario Macinati - perché Caracciolo non aveva il telefono e dava sempre il numero di casa nostra. Andò così: mia madre rispose, ma quell’uomo disse solo “Siamo degli Ostelli” , come era avvenuto altre decine di volte, tanto che mia madre si incavolava perché chiamavano a tutte le ore senza mai dire un nome. Ho sempre pensato che era stata la polizia a fare quelle due telefonate a casa mia. Questo abbiamo raccontato ai magistrati - continua - Mio padre si sentiva trattato male, me lo lasci dire, come un cane, come se l’avesse ammazzata lui quella povera ragazza. Mia madre e mio padre non hanno coperto nessuno, potevano nascondere il fatto delle due telefonate ma hanno detto subito quello che sapevano. Lasciateli in pace, alla fine - chiosa Giuseppe Macinati - mio padre ci morirà per colpa di questa storia». L’avvocato Caracciolo a Tarano si fa vedere solo nei fine settimana, come racconta anche Alessandra, l’unica presente ieri alla fattoria del professionista che è a un paio di chilometri dal bar, prendendo una stradina sterrata che attraversa pioppeti e uliveti. Si chiama ”Fattorie Caracciolo”; è una villa con piscina, immersa nel verde, dove fino a dieci anni fa Mario Macinati curava il giardino prima che il complesso, a fine anni Novanta, fosse trasformato in agriturismo.

di Fabrizio Colarieti per Il Messaggero del 11 marzo 2010 [pdf]