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CarabinieriC’è una vera e propria “regia criminale” che dalla Capitale si ramifica, come i tentacoli di una enorme piovra, in tutto il Lazio. Ed è Roma il luogo in cui oltre cento tra cosche, clan e consorterie autoctone hanno trovato il clima e le condizioni perfette per spartirsi i compiti grazie ad una “pax mafiosa” che dura ormai da anni. E’ questo l’allarmante quadro che emerge dal quarto Rapporto “Mafie nel Lazio” presentato ieri dalla Regione Lazio. Le mafie, insieme alle altre organizzazioni criminali, “diverse, tradizionali e autoctone”, operano sul territorio in autonomia ma collaborano le une con le altre. Dallo studio, realizzato tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2018 emerge, inoltre, che il crimine e le reti corruttive si muovono, da Roma a Latina e da Frosinone a Viterbo, continuando a condizionare la vita di cittadini, operatori economici e amministratori locali.
“Sotto la lente in questa IV edizione – ha detto il presidente dell’Osservatorio per la legalità e la sicurezza della Regione, Gianpiero Cioffredi – ci sono le indagini che hanno indebolito le ramificazioni di Cosa nostra catanese nel Lazio e le sentenze emesse contro il clan Rinzivillo di Gela, attivo anche a Roma. Non solo: nuovi elementi che confermano la graduale stabilizzazione delle cosche di ‘ndrangheta e la pervasiva presenza economica della camorra nella Capitale così come la trasformazione di alcune periferie metropolitane in laboratori di nuovi modelli criminali in cui avviene il contagio del metodo mafioso”. ...continua a leggere "Roma è la Capitale della “pax mafiosa”"

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Le mafie si nutrono di «sacche di opacità ed ambiguità». Scriveva così, a marzo di quest’anno, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Don Luigi Ciotti e alla sua associazione Libera, ricordando le vittime di Cosa nostra e l’importanza della società civile nella lotta contro la criminalità organizzata. E’ lo stesso Napolitano che spiazza tutti, affidando all’Avvocato generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione annunciato dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo. Il tema è quello della trattativa tra Stato e mafia, la causa sono quelle intercettazioni che tanto hanno infastidito e messo in difficoltà il Colle nelle scorse settimane. La vicenda è nota. Ad innescarla, le conversazioni telefoniche tra Nicola Mancino (indagato per falsa testimonianza nell’ambito dell’inchiesta palermitana) e il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio. Una richiesta di soccorso da parte di un indagato, poi girata dal Colle al procuratore generale della Cassazione. Vicenda nella quale spuntano anche alcune intercettazioni indirette (perché sotto controllo era il telefono del privato cittadino Mancino), in cui sarebbe stata registrata la stessa voce di Napolitano. E che ora sono al centro del conflitto sollevato dall’avvocatura dello Stato. Il Colle cita Luigi Einaudi, per motivare la decisione, essendo suo dovere evitare che si pongano «nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». ...continua a leggere "Quello “strano” conflitto sul Colle"

In uno straordinario film del principe De Curtis, Totò Peppino e la malafemmina, l’ignorante Antonio Capone, contadinotto di un paese campano del primo dopoguerra, collocava Milano in Calabria. Oggi qualcuno potrebbe non dargli più torto. Il capoluogo lombardo e l’intera regione sembrano infatti diventate la sesta provincia della Calabria. Anzi, la quattordicesima circoscrizione di Reggio Calabria. A spulciare le ultime inchieste di ’ndrangheta condotte dalla magistratura meneghina, l’unica conclusione è questa: la più potente organizzazione criminale al mondo ha colonizzato la capitale morale del Paese. I suoi tentacoli soffocano gli ingranaggi del motore economico e politico d’Italia, la cui spina dorsale – cioè le imprese, stando ai risultati delle più recenti indagini giudiziarie – ha assimilato talmente bene la linfa della malapianta cresciuta su questo disgraziato lembo del Mediterraneo al punto da non aver mai denunciato né collaborato con la magistratura. Mai. Al Nord la ’ndrangheta controlla militarmente strade e quartieri, anche con le bombe se serve. Tanto nessuno denuncia. Nell’ordinanza dell’ultima operazione firmata dal pool antimafia milanese si legge: madundrina. ...continua a leggere "O mia bella Madu’ndrina"