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downloadIl boss di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo aveva in mente di eliminare due “infami” e i loro nomi, insieme ai suoi sospetti, li aveva già affidati ad un pizzino. Così la storia di due rapinatori, apparentemente semplici manovali della malavita siciliana, finisce per intrecciarsi con le sorti dell’erede di Bernardo Provenzano arrestato dalla polizia, insieme a suo figlio Sandro, il 5 novembre 2007, dopo ventiquattro anni di latitanza.
I due “infami”, fino a quel momento, non erano poi così noti se non fosse per quella rapina ad una villa compiuta nell’agosto del 2002, sempre a Palermo, nel complesso di Città Giardino. Lo Piccolo, i due fratelli, li vuole morti perché – così scrive in un pizzino – sono in contatto con i servizi segreti di Roma e Palermo.
La storia di Giuseppe e Salvatore Di Lorenzo, così si chiamano i rapinatori, va raccontata proprio da quell’anno, quando smarriscono un cellulare mentre stanno svaligiando la villa della signora D.D.M. A tradirli è proprio questa imperdonabile dimenticanza che lì porterà, dopo mesi di indagini, dietro le sbarre. Da quel cellulare, un Nokia 8210, e in particolare dalla memoria della sim 328/0968568 intestata al pregiudicato Umberto Costa, ma di fatto in uso a Giuseppe Di Lorenzo, si mette piede in un altro mondo.
Lo dice il consulente della Procura di Palermo, Gioacchino Genchi, incaricato dal pubblico ministero Maurizio Agnello, di scovare prove e indizi in quella e in altre sim sequestrate ai Di Lorenzo.
Tra quei numeri c’è qualcosa che va ben oltre quella rapina, in particolare nel traffico della sim 329/2961185, utilizzata da Salvatore Di Lorenzo ma intestata alla suocera.
Genchi, che di mafia e cellulari se ne intende, comprende per primo che i Di Lorenzo non sono solo dei semplici rapinatori. Da quei cellulari e dallo sviluppo dei tabulati delle varie utenze, che il perito definisce in alcuni casi anche “coperte”, vengono estrapolati decine di contatti telefonici con utenze, sia mobili che fisse, dei Carabinieri, della Polizia e di uffici operativi di Roma del Sisde (oggi Aisi, Agenzia informazioni e sicurezza interna).
Addirittura nelle fasi preparatorie ed esecutive della rapina e anche successivamente allo smarrimento del cellulare nella villa, il telefono di Giuseppe Di Lorenzo ha contatti con un sottufficiale dell’Arma, Matteo Di Giovanni, nome in codice Amedeo, in servizio a Palermo. Ma in quei tabulati, oltre agli intensi ed inquietanti rapporti telefonici dei Di Lorenzo con appartenenti alle forze dell’ordine e ai Servizi, c’è anche traccia – così svela Genchi nella sua poderosa relazione – di rapporti con pericolosi esponenti della criminalità organizzata delle cosche del mandamento di San Lorenzo e di Carini. Il consulente fa riferimento, in particolare, ai contatti intercorsi tra i Di Lorenzo e il mafioso Carlo Puccio, nipote di Salvatore Lo Piccolo che in quel momento, nel 2002, compare ancora tra i trenta maggiori ricercati d’Italia.
Concludendo la sua relazione Genchi riassumerà così il lavoro di analisi svolto spulciando tra gli oltre 440mila record di traffico telefonico: “Volendo sintetizzare lo spaccato che emerge dall’analisi dei dati possiamo dire che - nella più bonaria considerazione - appare una possibile sottovalutazione della caratura criminale dei due fratelli. I permanenti rapporti mantenuti con apparati dei Servizi, dei Carabinieri e della Polizia (nelle più disparate articolazioni), - prosegue l’esperto - hanno verosimilmente obnubilato le contestuali attività illecite dei fratelli Di Lorenzo ed il loro organico inserimento in un più elevato contesto criminale”.
Rapporti talmente stretti, a quanto pare, da permettere a Giuseppe Di Lorenzo di sfuggire ad un ordine di cattura che era stato emesso a suo carico, da circa quaranta giorni, dal tribunale di Velletri e che stranamente i carabinieri di Torretta avevano dimenticano in un cassetto. Una leggerezza che permetterà a Di Lorenzo di compiere quella rapina, proprio nei giorni in cui doveva essere già dietro le sbarre. Dal suo tabulato si evince che lo stesso si sentiva costantemente al telefono, anche nelle stesse ore dell’assalto, con i militari che avevano dimenticato di eseguire il suo arresto.
Il cerchio è chiuso. La signora D.D.M., che in casa ha una colluttazione con un rapinatore, riconosce, attraverso una foto mostrata dagli inquirenti, Salvatore Di Lorenzo, ma è solo un ulteriore conferma. I due fratelli, insieme ad altri quattro complici, finiscono in manette mentre la parte d’inchiesta che riguarda i contatti “istituzionali” è ancora top secret.
Ma chi sono veramente Giuseppe e Salvatore Di Lorenzo? Sono due “infami”? Come scrive Lo Piccolo. Oppure sono due confidenti del Sisde? Non sarebbe la prima volta, del resto i Servizi possono intrattenere rapporti, ovviamente a tutela della sicurezza democratica, con criminali e malavitosi.
Inquietanti interrogativi che riportano alla mente, tuttavia, circostanze che videro coinvolto lo stesso servizio segreto civile in torbide vicende su cui tuttora la magistratura siciliana sta tentando di fare luce. Come l’indagine della procura di Caltanissetta che, riprendendo una pista accantonata, indaga, a distanza di sedici anni, sul probabile coinvolgimento del Sisde nella strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Sempre grazie alle indagini del consulente Genchi, infatti, si accertò la presenza di una sede coperta del Sisde sul Monte Pellegrino, che sovrasta Palermo e via d’Amelio, all’interno del Castello Utveggio che ospita il Cerisdi, un centro di ricerche e studi manageriali. La circostanza venne fuori dall’analisi del tabulato del numero 0337/962596, intestato al boss Gaetano Scotto, che chiamò un’utenza fissa del Sisde installata proprio in quel castello. Suo fratello, Pietro Scotto, per conto della società Sielte, compì lavori di manutenzione sull’impianto telefonico della palazzina di via D’Amelio. Lavori necessari, si scoprì successivamente, per intercettare abusivamente la linea telefonica della madre del giudice Borsellino e quindi ottenere la conferma del suo arrivo nel pomeriggio del 19 luglio 1992. Dal castello Utveggio il Sisde scompare subito dopo l’inizio delle indagini e poco altro si sa.
Quella stagione, poi, fu segnata anche da un’altra discussa vicenda giudiziaria, scaturita in una condanna definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, che vide coinvolto il numero tre del Sisde, Bruno Contrada.
Sono più recenti, ma allo stesso modo inquietanti, infine, i riscontri sulle utenze risultate in uso al Governatore Salvatore Cuffaro, condannato in primo grado a cinque anni di reclusione per favoreggiamento e rivelazione di notizie riservate, nell’ambito dell’inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo. Una di quelle venti sim utilizzate dal presidente della Regione Sicilia, tra il 2001 e il 2002, ricevette 54 chiamate dall’ufficio del Sisde di via Notarbartolo a Palermo.

di Fabrizio Colarieti per Left-Avvenimenti del 25 gennaio 2008 [pdf]

Scoop pericolosi. «Ecco come le anticipazioni della stampa hanno fatto morire l’inchiesta “Why not”». Parla Gioacchino Genchi, consulente del pm Luigi de Magistris. Rimosso dall’incarico dopo la bufera sul ministro Mastella.

Se fosse tutta colpa di uno scoop pilotato? E se quell’indagine fosse andata fino in fondo, cosa sarebbe accaduto? Un lettore inglese direbbe semplicemente “why not”, perché no.
Sembra che a Catanzaro le cose siano andate più o meno così. C’erano due personaggi da fermare a tutti i costi: un giudice troppo perspicace, Luigi de Magistris, e un superconsulente dall’udito sopraffino, Gioacchino Genchi. Due che lavorano in segreto, lontano dal clamore. Il giudice indaga da dicembre 2006 su un colossale intreccio politico-affaristico-massonico, teso a distrarre fondi europei. Il cyber-poliziotto Genchi arriva a Catanzaro a fine marzo.

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Luciano PetriniQuando le umane debolezze diventano un alibi per non indagare a fondo, accade che un caso rimanga irrisolto. Diventa un mistero. Uno dei tanti gialli che ci hanno appassionato e indignato per un periodo che, poi, abbiamo messo da parte. Questa è la storia di un uomo “perbene”, di uno stimato tecnico informatico di 37 anni trovato il 9 maggio 1996 nella sua casa-ufficio con il cranio fracassato dai colpi di un portasciugamani in ferro. È la storia di un delitto irrisolto. Siamo a Roma, al quarto piano del civico 30 di via Giorgio Pallavicino, zona Villa Bonelli, al Portuense. L’uomo è Luciano Petrini, ingegnere elettronico, responsabile tecnico di una software house romana, la Microimage. Petrini è scapolo, riservato, estremamente elegante. Non è un tecnico qualunque. È bravo. Conosce i segreti dei computer. Progetta sofisticati software, in passato ha lavorato anche per il Dipartimento di informatica e sistemistica dell’Università La Sapienza, ed è consulente tecnico di numerose procure. Prima di raccontare le ultime ore di vita di Petrini, però, è necessario fare un passo indietro: all’8 gennaio dello stesso anno. L’ingegnere è a Caltanissetta a deporre in un processo molto importante, in qualità di consulente tecnico incaricato di compiere una perizia, è dinanzi alla Corte d’Assise: si tratta del processo di primo grado ai presunti mandanti ed esecutori della strage di Capaci. A Petrini nel luglio 1992, a poche settimane da quei tragici fatti, la procura nissena ha affidato un importante e delicato incarico: scoprire se i computer del giudice Giovanni Falcone sono stati manomessi e decifrare il contenuto delle memorie. Il tecnico romano, insieme a Gioacchino Genchi, un funzionario di polizia anche lui consulente informatico, tra i massimi esperti italiani in analisi dei traffici telefonici, porta a termine il suo lavoro in poco meno di sei mesi: i risultati fanno tremare i polsi. Tre anni dopo, quando comincia a parlare ai giudici, Petrini, è ascoltato da boss del calibro di Totò Riina e Giovanni Brusca, l’uomo che ha premuto il pulsante del congegno telecomandato che ha squarciato l’autostrada al passaggio delle auto blindate con a bordo Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta. Petrini e Genchi hanno analizzato duecento milioni di byte di dati, trentamila pagine di documenti, tre computer (un personal da tavolo e due notebook), due databank, una trentina di floppy disk e consegnato ai giudici una consulenza le cui conclusioni stanno in 47 volumi. I due esperti evidenziano numerosi “interventi” eseguiti certamente in epoca successiva alla strage: file personali editati da Falcone, come “orlando.bak”, aperti e salvati – ma non alterati nei contenuti - sette giorni dopo la strage di Capaci e in almeno altre tre occasioni, l’1, il 19 e il 26 giugno. Petrini quell’8 gennaio 1996, mentre siede davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, non sa che a molti chilometri di distanza, a Roma, qualcuno sta per aprire la porta di casa sua, senza forzare la serratura, e gli sta portando via un computer portatile, duecento cd di musica classica, la sua grande passione, una coppia di gemelli in oro e un sofisticato impianto hi-fi. Stranezze. Coincidenze. Non lo saprà fino al momento in cui infilerà lui stesso la chiave nella toppa rientrando a casa dalla missione in Sicilia. Esattamente quattro mesi dopo, il 9 maggio, un suo amico, il quarantenne Maurizio Scibona, farà lo stesso trovandosi di fronte a una scena straziante che non dimenticherà facilmente. Luciano Petrini è a terra, nella sua camera da letto dipinta di rosa pastello, indossa una canottiera e un paio di boxer. È ai piedi del letto, in una pozza di sangue, avvolto in un lenzuolo, con le gambe poggiate sul materasso, e la testa coperta da un mucchio di indumenti inzuppati di sangue. Vicino al corpo c’è una pesante piantana portasciugamani che, secondo quanto dirà il medico legale, sarebbe stata utilizzata per spaccargli la testa: un solo colpo vibrato tra la zona orbitale e lo zigomo sinistro. Gli effetti di tanta ferocia sono devastanti. Sono da poco passate le 17 quando Scibona, sconvolto, chiama il 113. Piombano nell’appartamento di via Pallavicino gli agenti del commissariato San Paolo, quelli della sezione omicidi della Squadra Mobile di Roma e, poco dopo, il sostituto procuratore Leonardo Frisani. Il trentasettenne è morto così. In casa non manca nulla, è tutto in ordine, anche questa volta la serratura non è stata forzata e i vicini non hanno sentito nulla. Il delitto è avvenuto al mattino, almeno otto ore prima del l’arrivo di Scibona, e probabilmente chi ha ucciso deve aver colto l’esperto informatico nel sonno. Scibona era il compagno di Petrini. Sì, era una coppia gay. Avevano passato insieme cinque anni, poi la crisi e una mezza separazione che, tuttavia, non aveva compromesso la loro amicizia. Scibona, infatti, aveva ancora le chiavi di casa. Questo racconterà agli inquirenti nel corso di un lungo e drammatico interrogatorio durato sette ore. Gli inquirenti scavano, forse non troppo, e la prima conclusione a portata di mano è già servita il 15 maggio. Interrogano per giorni familiari, colleghi e amici. Ripercorrono gli ultimi giorni di vita dell’esperto, i suoi spostamenti, le sue frequentazioni. Non servono neanche le parole delle due sorelle dell’ingegnere, Daniela e Antonella, a far cambiare idea alla procura: quello che è accaduto sembra loro assai strano, non li convince. Luciano era riservato, non parlava mai del suo lavoro né, tanto meno, della sua vita privata. Viveva la sua omosessualità con grande discrezione ed eleganza anche se in tanti conoscevano il suo segreto. E poi la memoria del suo telefonino rinvenuto vicino al cadavere: un mistero nel mistero. Dei 99 numeri memorizzati nella rubrica solo 60 sono visibili, gli altri risulteranno criptati, indecifrabili. Per gli inquirenti il caso è chiuso dopo poche settimane: è stato un portoghese, un gay, un ragazzo di vita, e non importa che sia sparito nel nulla. Come Pier Paolo Pasolini, Petrini ha rimorchiato chissà dove questo bel giovane dai capelli biondi fuggito dopo il delitto, forse, a bordo di una Fiat Tipo bianca. Tutto qui. Nessun mistero. Nessuna stranezza. Non serve a nulla neanche il fatto che nel curriculum di Petrini spunti un’altra consulenza “sensibile” prestata nel tentativo di fare luce su un altro delitto irrisolto, quello di via Carlo Poma. Petrini indagò anche sul computer su cui lavorava la giovane Simonetta Cesaroni uccisa, il 7 agosto 1990, con 29 coltellate. Gli ingredienti ci sono tutti, non manca neanche la pista legata ai soliti Servizi. Anche loro, gli 007, entrano dappertutto e chissà che non c’entrino anche in questo mistero. Ma la storia dell’ingegner Petrini, l’uomo con gli occhiali dalla montatura d’oro e una scia di profumo sempre dietro di sé, s’interrompe così: un altro giallo da consegnare agli appassionati del noir. La sua storia finisce senza dare risposte a dubbi e sospetti.

di Fabrizio Colarieti per Left-Avvenimenti del 20 luglio 2007 [pdf]