Vai al contenuto

La notizia era già emersa nel '93 nel corso delle prime indagini sulla strage di via D'Amelio e dagli accertamenti compiuti dal consulente Gioacchino Genchi. Poi, a confermare che il telefono dell'abitazione della madre del giudice Paolo Borsellino era intercettato da Cosa Nostra fu direttamente, 20 anni dopo, il boss Totò Riina.
Il capo dei capi rivelò l'inquietante circostanza a un compagno di cella, Alberto Lorusso, e la conversazione era stata intercettata: «Sapevamo», affermava Riina, «che doveva andare là perché lui (Borsellino, ndr) gli ha detto: 'domani mamma vengo'». Dunque Cosa Nostra conosceva perfettamente gli spostamenti del giudice e, intercettando il telefono dell'abitazione della madre, ebbe conferma che Borsellino, l'indomani, si sarebbe recato in via D'Amelio per accompagnarla a una visita medica.
Sempre a Lorusso, Riina raccontò che era stato lo stesso Borsellino ad azionare l’ordigno, il cui telecomando era stato piazzato nel citofono dello stabile che ospitava l’abitazione della madre. «Minchia», affermava ancora il padrino di Corleone, «lui va a suonare a sua madre dove gli abbiamo messo la bomba. Lui va a suonare e si spara la bomba lui stesso. È troppo forte questa».
Secondo gli inquirenti, Cosa Nostra avrebbe predisposto una sorta di triangolazione: un primo telecomando avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell'autobomba, l'impulso che avrebbe innescato l'esplosione. ...continua a leggere "Borsellino, la ricostruzione della strage di via D’Amelio"

Laura C.Per anni la criminalità organizzata aveva attinto, per compiere attentati, a parte delle 1.500 tonnellate di “saponette” di tritolo che il 3 luglio 1941, in piena Seconda guerra mondiale, erano finite in fondo allo Ionio.
Giacevano lì, nella pancia del piroscafo italiano “Laura Cosulich” affondato da un sommergibile inglese mentre navigava nelle acque antistanti a Saline Joniche, sulla costa grecanica reggina. La nave, 150 metri di lunghezza e 20 mila tonnellate di stazza, era di proprietà della società anonima di navigazione “Italia” di Genova. Quando fu affondata con il suo carico di 5 mila tonnellate di esplosivo, munizioni e altri materiali destinati all’esercito era partita dal porto di Taranto ed era diretta a quello di Napoli. Si adagiò, senza rompersi, su un fondale profondo circa 50 metri.
Oltre 70 anni dopo, e centinaia di saccheggi compiuti dalla ‘ndrangheta, tra settembre e ottobre 2015, i palombari del gruppo operativo subacquei del Comsubin della Marina militare hanno ultimato le operazioni necessarie per sigillare le stive della “Laura C.”. Mettendo così al riparo il pericoloso carico di tritolo (Tnt) che ancora oggi è conservato nella nave in condizioni tali da essere utilizzato in qualunque momento.
Si è trattato di un'operazione delicata, hanno spiegato giovedì 26 novembre, annunciando la conclusione dell’intervento di bonifica, il prefetto di Reggio Calabria, Claudio Sammartino, e il procuratore capo del capoluogo calabrese, Federico Cafiero De Raho. Le stive del piroscafo, hanno confermato l'ammiraglio Eduardo Serra del comando marittimo Sud e il comandante degli incursori della Marina, Terry Trevisan, non sono più accessibili. ...continua a leggere "Sigillato il relitto della nave Laura C., fonte di tritolo delle cosche"

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

Tasselli mancanti. Misteri mai risolti. Testimoni che chiedono la verità, anche a distanza di 23 anni. Dopo la strage di Capaci - l'attentato del 23 maggio 1992 in cui persero la vita il magistrato anti mafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro - Giuseppe Ayala, amico e collega di Falcone, ha più volte ripetuto queste parole: «Una sera, quando ancora Giovanni era al Palazzo di giustizia di Palermo, andai nella sua stanza. Mi disse: 'Prendi un sorso di whisky, devo terminare una cosa'. Quando finì di scrivere sul computer portatile mi guardò: 'Sto annotando tutto quello che mi sta succedendo per ora in ufficio. Qualunque cosa dovesse succedere, tu sai che è tutto scritto'». Ha più volte commentato, incredulo, la circostanza che nei computer di Falcone non fu trovato nessun diario.
Sono «i pezzi mancanti»: così li ha definiti il giornalista palermitano Salvo Palazzolo, che qualche anno fa ha dedicato un libro a tutte le prove che mancano nelle inchieste su Cosa nostra e la stagione della stragi.
Falcone era un grande appassionato di informatica. Di più: era stato un pioniere, perché aveva capito che per gestire e analizzare grandi quantità di dati non serviva solo il fiuto investigativo, ma anche la tecnologia, i database, i fogli elettronici. Aveva computer ovunque: a casa e in ufficio. Così come amava portare con sé alcuni databank, della Casio e della Sharp, dove annotava minuziosamente informazioni, appuntamenti, pensieri, appunti investigativi. ...continua a leggere "La strage di Capaci, «i pezzi mancanti» nei pc di Falcone"

Massimo CarminatiL’ultima immagine che abbiamo di lui lo mostra con le mani alzate. Arreso di fronte agli uomini del Ros che lo hanno appena fermato nelle campagne di Sacrofano. Non è armato. Non oppone resistenza. È sorpreso e spaesato. Neanche il tempo di scendere dalla sua auto e Massimo Carminati, 56 anni, detto er Cecato, uomo chiave dell’inchiesta della procura di Roma sulla cosiddetta Mafia capitale, ha già le manette che gli serrano i polsi. Una breve sequenza di fotogrammi che la penna di Giancarlo De Cataldo avrebbe narrato allo stesso modo, chiudendo, con il rumore delle sbarre, l’ultimo capitolo dell’epopea criminale di un uomo che per oltre 30 anni è entrato e uscito dalle storie più torbide del nostro Paese. Stragi, omicidi eccellenti, colpi miliardari e traffici di droga. Un tormento per generazioni di investigatori, ma lui, il Guercio, per via di quell’occhio perso in un conflitto a fuoco con la polizia quando di anni ne aveva appena 23, ne è sempre uscito pulito, o quasi.
Il profilo più recente, quello tracciato dagli inquirenti romani che attorno al suo nome hanno delineato i confini di una potente holding criminale capace di arrivare ovunque, cristallizza meglio di qualunque altra biografia l’autorevolezza e lo spessore criminale di Carminati. Capo e organizzatore, sovrintende e coordina tutte le attività dell’associazione, impartisce direttive agli altri partecipi, fornisce loro schede dedicate per le comunicazioni riservate, individua e recluta imprenditori, ai quali fornisce protezione, mantiene i rapporti con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali operanti su Roma nonché con esponenti del mondo politico, istituzionale, finanziario, con appartenenti delle forze dell’ordine e dei servizi segreti.
Il suo metodo, scrivono gli investigatori che oggi indagano su Mafia capitale, è rimasto immutato tanto e quanto la sua fama. La sua è una figura «di rispetto», il trait d’union perfetto tra crimine, alta finanza e politica. Una leadership di ferro costruita negli anni che gli ha permesso di attraversare, senza mai rimetterci le penne, diverse primavere criminali, fino a posizionarsi, in equilibrio, tra il mondo di sopra, fatto di colletti bianchi, imprenditori e uomini delle istituzioni, e il mondo di sotto, fatto di batterie di rapinatori, trafficanti di droga e gruppi armati. Cioè nel mondo di mezzo - come spiega lui stesso nelle intercettazioni più recenti - dove tutto si incontra e tutto si mischia. ...continua a leggere "Mafia Capitale: segreti e crimini di Carminati"