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Processo crolli Amatrice, il pm Maruotti: «Le mie erano solo lacrime di gratitudine»

«Sarebbe stato più facile per tutti continuare a pensare che quello che è successo il 24 agosto 2016 fosse solo frutto del destino e non anche dell'opera dell'uomo. Ma se ci fossimo fermati a quella affermazione non avremmo detto tutta la verità, che purtroppo è quella che io dissi già 4 anni fa, dopo i primi accertamenti. È una verità processuale difficile da sopportare, perché quei tragici eventi si potevano e dovevano evitare». Sono le parole di Rocco Gustavo Maruotti, il magistrato che ha indagato sui crolli e sulle 18 vittime delle palazzine venute giù, la notte del sisma di Amatrice, a Piazza Augusto Sagnotti, facendo condannare tutti e 5 gli imputati. Parole che lasciano un segno, insieme a quell’immagine che ritrae un uomo dello Stato, con la toga sulle spalle, che un attimo dopo la lettura della sentenza, visibilmente commosso, si volta e incrocia gli occhi dei familiari delle vittime. Non accade spesso nelle aule dei tribunali. Accade, semmai, il contrario, cioè di raccontare storie di magistrati criticati, insultati, additati e caduti per aver fatto il loro dovere. Dunque quell’immagine non restituisce solo la conferma dell’umanità del pubblico ministero, ma anche, e soprattutto, quello che Maruotti ha detto a tutti noi con una frase molto significativa: «Spero solo che questa sentenza serva a riconciliare i cittadini di Amatrice con quello Stato che 30 anni fa li ha traditi con condotte scellerate». In queste ore il magistrato, in servizio a largo Bachelet dal 2015, sta ricevendo apprezzamenti da tutta Italia: «Vorrei ringraziare tutti - racconta a Il Messaggero Maruotti -, mi scrivono anche soltanto per manifestarmi gratitudine per quella che chiamano la mia “umanità”. Sto cercando di rispondere a tutti dicendo che questi attestati di stima, da soli, già mi ripagano per la fatica fatta in questi 4 anni». La sua sensibilità - che è, insieme, debolezza e forza - è sfociata in una commozione «frutto di un carico emotivo enorme dovuto al peso di un processo molto difficile, soprattutto da gestire nel contesto di una piccola Procura». E per capire è necessario tornare alle ore del terremoto: «Avevo preso le funzioni da poco più di un anno - racconta il magistrato - quando con i colleghi ci siamo ritrovati in piena estate a gestire una tragedia immane. 300 salme che non sapevamo neppure dove mettere». Poi la cronaca si è trasformata in indagini, perizie e analisi. E, solo alla fine, in un processo e in una requisitoria del pm che sta dentro un tomo di 450 pagine. «Non erano lacrime di gioia - aggiunge Maruotti -, perché in tutta questa storia non c'è nulla di cui si può essere felici. E nessun magistrato vive le condanne degli imputati come una vittoria di cui compiacersi. Men che meno in casi come questi. Perché da vicende così ne usciamo tutti sconfitti, compresa la Giustizia degli uomini che non potrà mai ricucire ferite come quelle subite dai sopravvissuti e dai familiari delle vittime. Perciò le mie erano solo lacrime di gratitudine, per quello che questa esperienza, nonostante tutto, mi ha dato in termini umani e per aver compreso di essermi meritato la fiducia di chi aveva creduto in me. Ho fatto semplicemente il mio dovere, nell'unico modo che conosco, ossia senza risparmiarmi. Lo faccio sempre, in ogni cosa, sopportando per questo anche "costi" importanti in termini personali e familiari. E non potrei fare altrimenti perché - conclude il magistrato - è l'unico modo di lavorare di cui sono capace e perché credo che questo sia anche l'unico modo per onorare la funzione che svolgo e per rispettare l'impegno a svolgerla con quella dignità e quell'onore che ci chiede la nostra Costituzione». E questo, nonostante le incertezze dei nostri tempi, è quello che chiedevano coloro che sotto quelle palazzine hanno perso tutto: verità e giustizia.

di Fabrizio Colarieti per Il Messaggero

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