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Dal ricordo verso il futuro

«Quella notte - ore 3.36 - ero lì con marito, figlia e cane. La scossa, la paura, la fuga, la casa lesionata e poi venuta giù con gli affetti e le sicurezze di un’intera vita, qui a Poggio Vitellino, una delle 69 frazioni di Amatrice: una ventina di anime d’inverno, dieci volte tanto d’estate, un’oasi persa per sempre. Ci siamo salvati, ma è una salvezza che assomiglia a un’altra realtà». Un libro, «Amatrice non c’è più ma c’è ancora» (Neri Pozza, pag. 138, euro 13.50), pieno, soprattutto, di bei ricordi, è appena arrivato nelle librerie grazie alla penna di Elena Polidori, giornalista di Repubblica. Un libro che cerca di ricordare la realtà precedente, più vera di quella delle macerie. Un libro «per andare oltre», che si interroga su quel «per sempre», cui non danno risposte né la terapia post traumatica, né le cronache degli spettacoli di solidarietà, né la speranza della ricostruzione. La risposta, tra le pagine scritte da Elena Polidori, che si leggono tutte d’un fiato, come fosse un romanzo, sta nella me- moria che accerchia, accarezza e attraversa ciò che non esiste più. E’ un libro terapeutico, sconsola- to e, a suo modo, perfino istruttivo, dedicato a un piccolo lembo d’Italia, crocevia di tradizioni e sapori. E ricordi. Nel libro si ritrovano i passaggi di quell’articolo, pubblicato il 25 agosto 2016, l’unico scritto a quattro mani da Elena e suo marito, Filippo Ceccarelli, altra penna di Repubblica, nel quale raccontano la notte più lunga della loro vita e quell’abbraccio mentre tutto attorno crollava. Quel momento, le 3.36, letto nero su bianco, sembra interminabile. «E quando giunge l’alba, una nuvola di ceneri si alza e tutt’intorno è solo un cumulo di detriti che seppellisco- no memorie e ricordi. La terra trema ancora e tremerà per mesi. Chi se la scorda più quella sensazione. E come dimenticare quel rumore così metallico e sinistro, come quello di tanti martelli pneumatici insieme?». Nel libro trova spazio un ampio pezzo di storia, ricostruita grazie ai ricordi di Elena Polidori, dalla sua infanzia agli anni in cui suo padre fu sindaco di Amatrice per due volte. «Tra i ricordi più cari di quelle estati spensierate c’è il viaggio a dorso di mulo fino ad Amatrice, con la zia che a piedi reggeva la cavezza dell’animale. Era un percorso lungo, un’oretta almeno, passando non per la strada consolare, ma per viottoli di terra battuta, svincoli sgarrupati, un fiume da superare, salite e discese ripide. Circa 4 chilometri. E quando finalmente si arrivava, in genere, era il giorno del- la fiera. Il primo appuntamento era in una bottega di alimentari sotto i portici per azzannare un panino con la prosciuttella: mai più mangiata, da allora».

di Fabrizio Colarieti per Il Messaggero

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