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Giuseppe e Rita, 7 ore sotto le macerie

"Ero curioso di conoscere la morte e di capire cosa sarebbe accaduto dopo. Perché eravamo convinti che fosse giunta la nostra ora, eravamo rassegnati". Giuseppe Leopardi, insieme a sua moglie Rita Di Gianvito, è rimasto per sette ore sotto le macerie della loro casa, al civico 31 di via Nicola Rosei, una traversa di Corso Umberto I, accanto al Municipio di Amatrice. Hanno rivisto la luce del sole grazie alla straordinaria tenacia di chi li ha tirati fuori da quell'inferno, e oggi, dopo aver perso tutto, hanno scelto di lasciare Amatrice e di vivere a Rieti. Giuseppe ha 59 anni, è un funzionario della Asl; sua moglie, Rita, è una maestra che prima del terremoto insegnava alla Scuola 'Romolo Capranica' di Amatrice, venuta giù con la scossa del 24 agosto 2016. Stanno insieme da trentacinque anni, hanno una figlia di 30 anni, Silvia. Di quella notte, quando la loro casa è collassata in una manciata di secondi, ricordano tutto. "Alle 21 e 30 eravamo già a letto. Quando c'è stata la scossa - prosegue Giuseppe -, ho aperto gli occhi, ricordo una serie di boati, bum bum bum, era un suono onomatopeico che veniva dalle viscere della terra. Ho immaginato subito che fosse il terremoto. Un istante dopo una cascata di sassi che rotolavano sul pavimento, poi un forte fruscio e la nostra casa prima si è alzata e poi è crollata in un attimo. Il pavimento della camera è diventato come uno scivolo, è andato giù in verticale e siamo precipitati dal secondo al primo piano". I coniugi Leopardi rimangono imprigionati tra le macerie della loro casa, gridano a lungo. Rita è bloccata, ha una brutta ferita nella parte posteriore della coscia destra, anche Giuseppe non può muoversi.
Una prima persona entra in contatto con loro, li rassicura, ma poco dopo è costretta ad andare a cercare aiuto. Nel frattempo arrivano un Carabiniere, due agenti della Polizia Stradale di Amatrice, uno del Corpo Forestale e un Vigile del Fuoco. Per Giuseppe e Rita inizia un lungo calvario che terminerà sette ore più tardi, quando riusciranno a rivedere la luce grazie ai cinque soccorritori che non li hanno mai abbandonati e che a distanza di un anno da quei terribili momenti sono ancora in contatto con loro. Rita ricorda così quelle ore: "Pensavo ai miei alunni e a mia figlia, come Giuseppe ero convinta di non farcela. Dicevo a me stessa che se la nostra casa era crollata in quel modo chissà là fuori il resto del paese e mi chiedevo se i miei bambini fossero vivi".
I coniugi Leopardi oggi si sono aggrappati ai ricordi della loro Amatrice e all'impegno di una vita per la loro comunità. Giuseppe per anni è stato presidente della Pro Loco e Rita una maestra vecchio stile che negli zaini dei suoi bambini voleva ci fossero cibi genuini al posto delle merendine. Sentono la mancanza dei volti e delle amicizie strappate per sempre dal terremoto. A Rita mancano il bar sotto casa, le passeggiate lungo Corso Umberto I, meno le cose che hanno perso. Non hanno più una fotografia della loro vita, del loro matrimonio, dell'infanzia di Silvia. Giuseppe aveva oltre 700 libri, li ha persi tutti, sono ancora lì sotto insieme a ogni cosa che una casa può custodire in una vita, compresa la loro auto. Mentre sono sotto le macerie, Giuseppe ha un solo pensiero proiettato verso il futuro. "Se ne usciamo vivi" ripete più volte a Rita "a me piacerebbe andare ad abitare a Rieti". Ha già in mente dove, a Vazia, vicino all'Ospedale De Lellis dove lavora. La loro nuova vita è ricominciata alle pendici del Terminillo, in una piccola casa presa in affitto in via Lampedusa. Il racconto di Giuseppe si conclude così: "A Lampedusa fuggono i migranti che scappano dalle guerre, noi siamo venuti qui scappando dal terremoto".

di Fabrizio Colarieti per Ansa [link originale]

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