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		<title>Uomini soli</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 15:25:36 +0000</pubDate>
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È la storia di <strong>Pio La Torre</strong>, il primo parlamentare (del PCI) ucciso dalla mafia, <em>sparato</em> <em>giù a Palermo</em>, il 30 aprile 1982. Lo ammazzano, scrive Bolzoni, perché, probabilmente, «aveva capito che la Sicilia stava cambiando padroni». Lo uccidono perché era pericoloso, tenace, intransigente. Insomma era uno «che non si piegava mai» e che parlava due lingue, il siciliano e l’italiano. Di Pio La Torre, resta una legge, la Rognoni-La Torre, uno strumento decisivo nella lotta alla mafia, nata grazie al suo sacrificio e a quello di altri uomini rimasti soli, come lui.<span id="more-727"></span><br />
Quattro mesi dopo tocca a un altro uomo dello Stato, a un generale dei carabinieri che non piace al potere. Quando ammazzano <strong>Carlo Alberto Dalla Chiesa</strong> e sua moglie, Emanuela Setti Carraro, la sera del 3 settembre 1982, a Palermo in via Isidoro Carini, i detenuti dell’Ucciardone brindano con lo champagne. È il cadavere – scrive Attilio Bolzoni – di un generale «fatto a pezzi dallo Stato, diventato troppo ingombrante». «Una leggenda per i suoi carabinieri, un mito della lotta al terrorismo degli Anni Settanta, una minaccia permanente per l’Italia che sopravvive fra patti e ricatti».  Anche lui, giù a Palermo, era un uomo solo.<br />
Come <strong>Giovanni Falcone</strong>, il giudice simbolo, l’uomo che faceva tremare la mafia. Quando muore, a Capaci il 23 maggio 1992, insieme a sua moglie, Francesca Morvillo, e agli agenti della sua scorta, anche lui era rimasto solo. Falcone – scrive ancora Bolzoni – era il magistrato «più amato e più odiato d’Italia». «Detestato, denigrato, guardato con sospetto dagli stessi colleghi in toga, temuto e adulato dalla politica, resiste fra i tormenti schivando attentati dinamitardi e tranelli governativi. Per tredici lunghissimi anni provano ad annientarlo in ogni momento e in tutti i modi. Per quello che fa e per quello che non fa».<br />
Cinquantasei giorni dopo tocca al suo erede, all’uomo che ne ha appena raccolto il testimone, <strong>Paolo Borsellino</strong>. La morte lo attende il 19 luglio, siamo ancora giù a Palermo, in via Mariano D’Amelio. Alle 16.58 e 20 secondi, narra Bolzoni raccontando la storia dell’ultimo uomo solo, il procuratore salta in aria con i cinque poliziotti della sua scorta. Un attentato libanese. «Fumo, urla, fiamme, sirene, terrore. Cinquantasei giorni dopo Capaci, hanno ammazzato anche Paolo Borsellino».<br />
Gli uomini soli di Attilio Bolzoni, come Borsellino e Falcone, sapevano che li avrebbero fermati, prima o poi. «Facevano paura al potere». Perché erano italiani «troppo diversi e troppo soli per avere un’altra sorte». «Una solitudine generata non soltanto da interessi di cosca o di consorteria. Ma anche da meschinità più nascoste e colpevoli indolenze, decisive per trascinarli verso una fine violenta. Vite scivolate in un cupo isolamento pubblico e istituzionale».<br />
Trent’anni dopo la morte di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, e vent’anni dopo quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non sappiamo ancora chi li ha voluti morti, ma, di certo, sappiamo che erano uomini soli.</p>
<p><em>Fabrizio Colarieti (Il Punto, 4 maggio 2012)</em></p>
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		<title>Bavaglio &amp; Business</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 11:02:31 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;"><strong>BAVAGLIO TRIPARTISAN</strong><br />
Oggi l’aria è cambiata, ma a quanto pare il tema delle intercettazioni – tanto caro al governo Berlusconi – è ancora lì, in prima fila, al Senato, e ha già incassato un primo sì di Mario Monti che ha appena incaricato il ministro della Giustizia, Paola Severino, di rispolverare il ddl Mastella, ma anche le altre proposte parlamentari, e scrivere una norma che sia il più possibile condivisa. Il via libera è arrivato dal vertice di Palazzo Chigi del 16 marzo, a cui hanno partecipato i segretari di Pdl, Pd e Udc, dove il governo si è impegnato, oltre a integrare una più ampia disciplina anti-corruzione, anche a «pervenire ad una nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche, tenendo conto delle iniziative dei gruppi Parlamentari». Il Cab (Casini, Alfano e Bersani) è d’accordo. «Abbiamo parlato del tema della corruzione, tema sul quale il governo presenterà un emendamento riassuntivo – spiega il segretario del Pd –. Poi ci siamo detti di andare avanti sulla giustizia: ci sono proposte di legge su diversi temi, certamente le intercettazioni, poi la giustizia civile». Casini aggiunge: «Ci sono alcuni punti da risolvere: il ddl anticorruzione, le intercettazioni telefoniche che né Berlusconi né Prodi hanno portato a compimento». E Alfano conclude: «Di sicuro oggi viene intercettato persino l’alito della gente e nessuno paga per le notizie che vengono date ai giornalisti&#8230; Siamo tutti d’accordo sul fatto che intercettazioni, corruzione e responsabilità civile dei giudici sono tre nodi che vanno assolutamente sciolti». Magistrati e giornalisti si preparano a rialzare le barricate, anche se dal governo arrivano rassicurazioni che la nuova legge, se mai sarà partorita, non sarà un “bavaglio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AFFARI &amp; BUSINESS</strong><br />
La società è ciberneticamente oligarchica, e l’intercettazione è business prioritario. Necessario per fermare il nemico, sia esso un terrorista o un ambizioso scalatore di mercati finanziari. Ricordate il racconto di Philip Dick, da cui è stato tratto l’omonimo film Minority Report? Raccontava d’una Washington del futuro, in cui veniva cancellato il crimine grazie ad un sistema appellato “precrimine”. Oggi una società statunitense, che lavora per il Dipartimento di Stato, starebbe sperimentando il cosiddetto “precog”: un sistema di calcolo elettronico che, molto più praticamente, correla le precognizioni (dossier d’intelligence e psicologici sull’individuo) con l’intercettazione ambientale (video e conversazioni), telefonica, via mail, sms ed mms. Il risultato? L’essere umano verrebbe neutralizzato dalle forze dell’ordine circa 48 ore prima di commettere qualunque reato o violazione di regole. Perché il sistema possa dimostrarsi efficace, occorre che sempre più paesi aderenti alle Nazioni Unite aderiscano al protocollo, che di fatto permetterebbe a qualche migliaio d’intercettatori di monitorare miliardi di persone. Pratica che di fatto già si consuma, ma illegalmente, anzi sarebbe meglio dire in una “zona grigia”. Il grande orecchio mondiale (Echelon) aveva spianato la strada durante la Guerra Fredda. Oggi è sempre Echelon che decide a chi affidare l’ascolto. Nel 1999 affidava a Telecom il ficcanasare nelle case degli italiani, e per la sicurezza occidentale nel Belpaese. Oggi il vento spira a favore di Finmeccanica e compagnie concorrenti di Telecom. Echelon strizza l’occhio all’azienda di Giuseppe Orsi (complici gli ottimi rapporti su armamenti e sicurezza atlantica). In questa infinita querelle i vari Guardasigilli (un tempo Mastella, ieri Alfano e oggi la Severino) hanno cercato di mettere dei paletti per quanto concerne le intercettazioni giudiziarie. Ma chi limiterà l’arbitrio di Echelon e delle telefoniche sue protette? I sistemi occidentali di sicurezza, che operano la captazione dell’utenza telefonica ed elettronica, sono in continua fibrillazione. Basta una parolina in più, detta fuori posto, a far drizzare l’orecchio di Echelon. Un orecchio multicaptatore, che oggi può recepire miliardi d’informazioni vocali e video: i soli esclusi dall’intercettazione sono i gruppi umani a tal punto primitivi da non essere inseribili nemmeno nel “Quarto mondo”; gruppi tribali classificati di «ininfluente pressione politica».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ASCOLTO E’ D’ORO</strong><br />
Il mercato italiano delle intercettazioni ha un valore annuo stimato tra i 300 ed i 400 milioni d’euro: tutti rigorosamente pagati dallo Stato. Solo 150 milioni di euro sono d’intercettazioni telefoniche, poi c’è il resto (internet, ambientale, sms&#8230;). Unico cliente è lo Stato, la magistratura. A spartirsi la torta ben quattro operatori dei telefoni, e circa un centinaio d’agenzie private d’intelligence. Operano su appalto delle procure, forniscono ai pubblici ministeri un servizio “chiavi in mano”: effrazione invisibile di appartamenti e auto, collocazioni di cimici, noleggio di microspie, registrazioni digitali di conversazioni in parchi pubblici e per strada&#8230; Causa la disomogeneità territoriale, le aziende applicano tariffe diversificate da procura a procura. Un recente studio dell’ex guardasigilli Nitto Francesco, stimava che «se vi fosse una gara unica nazionale nel noleggio delle apparecchiature i costi scenderebbero a 120-150 milioni di euro l’anno». Milano, Napoli, Palermo e Reggio Calabria sono i distretti in cui si spende di più per le intercettazioni. Nel capoluogo lombardo sono stati accumulati 53 milioni di euro di debiti nel 2010 (il conto 2011 deve ancora arrivare). Palermo, da gennaio a giugno 2010, ben 21,8 milioni; Reggio Calabria 19,3mln; 11,6 Napoli e 2,6 mln Roma. Ogni persona intercettata utilizza tre o più numeri telefonici, gli individui sottoposti ad ascolto aumentano di giorno in giorno: fino a qualche anno fa erano lo 0,07% della popolazione italiana, ma il numero è oggi difficilmente calcolabile. La rete delle sale di ascolto, eccetto alcune procure (come quella di Roma), resta nelle mani dei privati: un’anomalia tutta italiana. Non è cambiato nulla, neanche dopo alcuni scandali che avevano posto la questione sotto la lente. Il problema era emerso con lo scandalo Telecom, ma anche con la vicenda della famosa telefonata («Abbiamo una banca?») tra Fassino e Consorte, all’epoca del tentativo di scalata Bnl. Quel file mp3, grazie alla connivenza dell’imprenditore Roberto Raffaelli, titolare della Research Control System (la ditta che noleggiava alla procura di Milano le apparecchiature per le intercettazioni), e di un suo collaboratore, Fabrizio Favata, entrambi già condannati con il rito alternativo, finì sulle pagine del Giornale dopo essere passata per le mani di Paolo e Silvio Berlusconi (oggi sotto processo per quella vicenda).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ECHELON ITALIA</strong><br />
Dopo la spy story che aveva coinvolto i vertici Telecom, in molti s’erano chiesti a che punto fosse il piano Echelon Italia (anche detto SuperAmanda). Una missiva della Procura della Repubblica di Roma (numero di protocollo 196/09 U.A.) del primo aprile 2009 (non è uno scherzo, del pesce d’Aprile ha davvero poco) ha per oggetto il «Sistema informatizzato per l’intercettazione di comunicazioni elettroniche e telematiche. Adeguamenti operativi per l’A.G.». La lettera dell’autorità giudiziaria è indirizzata a Telecom Italia Spa Funzione Security, nella persona del dirigente Damiano Toselli, ed a Telelecom Italia Funzione Tecnology &amp; Operation, nella persona del vertice Stefano Pileri. Nella missiva si constata che «all’esito dei test effettuati in data 24 marzo 2009 – a scrivere è la procura romana – previsti nel documento tecnico n. codice TITTSRA0800317 del 5 dicembre 2008 di codesta Società, rilevo che il collegamento informatico realizzato risponde agli standard tecnici internazionali, alle esigenze di riservatezza e sicurezza di tale tipo di procedura, con eliminazione anche di costi superflui derivanti da protocolli trasmissivi dedicati e dal connesso impiego di soggetti terzi&#8230;». La procura si dilunga, ci gira attorno, ma quello che vuole dalla Telecom è una rapida entrata in funzione del nuovo sistema d’intercettazione del traffico, e nel pieno rispetto delle leggi in vigore e, soprattutto, dell’articolo 96 (Codice delle Comunicazioni elettroniche). Telecom avrebbe dovuto consegnare già quattro anni fa il sistema unico nazionale d’intercettazione, in grado di dimezzare i costi delle stesse intercettazioni: proposta già auspicata e caldeggiata in epoca Alfano e Nitto Palma, poi ereditata in era Severino. Ma la cosa non è andata a buon fine. Finmeccanica ha tolto il lavoro a Telecom. Che le intercettazioni possano essere razionalizzate e ridotte, è storia che sentiamo da anni. Ma l’Italia sta nel sistema occidentale, e l’obbligo di sicurezza atlantica Echelon va rispettato. I buoni devono spiare i cattivi, anche se per l’uomo di strada è difficile comprendere certe cose. Ma in Italia il cliente è solo lo Stato, l’unico che può (almeno ufficialmente) violare la riservatezza dei suoi abitanti. Attualmente Telecom gestisce circa il 70 per cento dell’intercettazione su rete fissa (centomila utenze l’anno). Mentre Tim controlla circa il 36 per cento della telefonia mobile (140 mila linee annue), fornisce 120mila tabulati (l’elenco completo delle chiamate fatte o ricevute da un telefonino) e due milioni di “anagrafici” (certificazioni d’intestazione d’utenza). Tim ha circa 23 milioni di utenti, il 10 per cento dei suoi abbonati è intercettato. Circa 400mila utenze sono controllate annualmente sui 21 milioni di utenti Vodafone, 9 milioni di utenti Wind e 3 milioni di utenti Tre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DA TELECOM A FINMECCANICA</strong><br />
Certo lascia davvero perplessi che sia stata Finmeccanica (azienda al centro d’un enorme ventaglio d’indagini giudiziarie) a scippare il progetto a Telecom. Nemmeno Telecom gode di buona salute: la procura milanese ha indirizzato alla dirigenza Telecom un centinaio d’avvisi di garanzia per “fittizia attivazione di schede sim”. Telecom teme si stia preparando il terreno per un nuovo ingresso in grande stile di Finmeccanica: «Operiamo nella difesa e nella sicurezza e non nascondiamo il nostro interesse per il settore», disse Pier Francesco Guarguaglini prima di passare lo scettro a Giuseppe Orsi. Già nella passata legislatura gli addetti ai lavori s’erano incontrati in riservatissime colazioni di lavoro con Guarguaglini: l’ex ad di Finmeccanica illustrava così il progetto Sispi (sistema sicuro per le intercettazioni di Finmeccanica). Un progetto mastodontico che, di fatto, darebbe a Finmeccanica il potere d’assurgere a Stato nello Stato, collocando il colosso italiano ad un livello di potenza planetaria pari a quella di Echelon. Telecom accusa il colpo, ma spera di riguadagnare l’esclusiva Echelon dimostrando la validità della centrale di ascolto di Campobasso, dove lavora una procura con sei pubblici ministeri. Lì in una piccola stanza la Telecom ha montato «l’Orecchio Elettronico più avanzato d’Italia e d’Europa»: almeno così lo vantano i supertecnici Telecom, in attesa che Finmeccanica o altra telefonica non ne sforni uno ancor più potente. Si tratta del sistema Enigma, occupa tra i 4 o 5 metri quadrati. E’ interamente prodotto da Telecom, che ha vinto la gara d’appalto indetta dalla procura molisana. Enigma intercetta tutto: voci libere per strada ed in ambienti chiusi, telefonate, sms, mms, mail, siti Internet, soprattutto garantisce la perfezione su quanto si dice in riunioni professionali e consigli d’amministrazione. Tutto viene digitalizzato e poi caricato su un disco fisso, con copia di backup a tutela dalle manipolazioni: il prodotto intercettato è immediatamente riversabile a poliziotti e magistrati. E se Telecom riparte Campobasso, Finmeccanica già s’è intrufolata nei mercati anglosassoni e Usa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ruggiero Capone e Fabrizio Colarieti (Il Punto, 2 aprile 2012)</em></p>
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		<title>Da via Fani a via D&#8217;Amelio, il filo rosso che unisce le morti di Moro e Borsellino</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 18:12:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-705" title="traditi" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2012/03/Cop_traditi-1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Quattordici anni lontani, distanti uno dall’altro. Le morti di <strong>Aldo Moro</strong> e di <strong>Paolo Borsellino</strong> sembrano essere legate dal tradimento. Di quella parte di Stato che entrambi, con ruoli diversi difendevano. E per il quale hanno, alla fine, dato la vita. Le lettere scritte da Moro durante i 55 giorni della prigionia sono un potente e implacabile atto d’accusa per la politica italiana. Le ultime rivelazioni che giungono da Caltanissetta sugli ultimi giorni di Borsellino rappresentano un colpo micidiale per la credibilità della lotta alla mafia.<br />
C’è un luogo ben preciso e ricco di significati dove lo Stato e l’anti Stato si incontrano. È il Cafè de Paris, da simbolo della Dolce Vita romana negli Anni Sessanta a emblema dell’infiltrazione criminale nella Capitale nei nostri giorni. A pochi giorni di distanza dal 16 marzo 1978, giorno del sequestro di Aldo Moro, Francesco Fonti – oggi meglio conosciuto come il pentito che ha raccontato le vicende delle navi dei veleni &#8211; viene convocato dalla sua cosca, Romeo, a San Luca e gli viene detto di andare a Roma. Dalla Dc calabrese erano venute pressanti richieste alle cosche per attivarsi al fine della liberazione di Moro. Pressioni – ricorda Fonti &#8211; erano venute anche dalla segreteria nazionale e dal segretario Benigno Zaccagnini, morto a Ravenna il 5 novembre 1989. Fu proprio nel locale di via Veneto, che Fonti incontrò l’esponente democristiano: «E’ un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico – disse il politico &#8211; e non avrei mai potuto pensare che oggi potessi essere seduto davanti a lei in qualità di petulante, ma è così». Fonti ricorda come Zaccagnini non facesse nulla per nascondere il proprio “schifo”: «Non sono mai sceso a compromessi &#8211; riprese &#8211; ma se sono venuto ad incontrarla significa che il sistema sta cambiando, faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva, ci dia una mano e la Dc di cui mi faccio garante saprà sdebitarsi». Prima di andarsene, disse: «Non ci siamo mai incontrati se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona lo dica all’agente Pino». Quello che Zaccagnini non sapeva era che Fonti, uomo organico all’organizzazione criminale, da nove anni frequentava con profitto le stanze di Forte Braschi. E che già conosceva l’agente Pino. Moro non venne salvato. Certo non per colpa di Fonti che, anzi, tornato in Calabria, riferì delle ricerche avviate. Ma venne bruscamente stoppato: «La vicenda non interessa più», gli fu detto.<span id="more-704"></span><br />
Secondo più di una testimonianza, quando le Br rapiscono Aldo Moro, uccidendo i cinque componenti della scorta, in via Fani ci sono due presenze sospette. La prima è quella di un Colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi, presenza che non ha mai ricevuto una accettabile spiegazione. Guglielmi riferì di aver ricevuto un invito a pranzo presso un collega; quest&#8217;ultimo confermò di averne ricevuto la visita, ma non la circostanza dell&#8217;invito a pranzo, che comunque non avrebbe potuto giustificare la presenza del Guglielmi in via Fani alle nove del mattino. La seconda presenza anomala, secondo quanto raccontato dall’ex boss Saverio Morabito, sarebbe quella di un elemento di spicco della &#8216;ndrangheta calabrese, Antonio Nirta, infiltrato, attraverso i servizi, nelle Brigate rosse.<br />
‘Ndrangheta e servizi. Un mix che Francesco Fonti conosce bene. È il 1966 quando il giovane Ciccio legherà per sempre i suoi destini a quelli della ‘ndrangheta. Lo stesso anno, in altra parte del nostro Paese, un altro giovane iniziava la sua carriera nei servizi segreti. Era Guido Giannettini, giornalista esperto di strategie militari e assiduo frequentatore del Movimento sociale italiano. Uno che di sé diceva: «Io sono contro la democrazia. Sono fascista, da sempre. Meglio, sono nazifascista. Uomini come me lavorano perché in Italia si arrivi a un colpo di Stato militare. O alla guerra civile». Nel 1969, le strade di Giannettini e di Fonti si incontrano. A Roma, nella hall di un albergo, l’allora criminale calabrese viene avvicinato dall’uomo dei servizi, che usava come nome di copertura Mario Francovich (altre volte preferirà quello di Adriano Corso). Nome in codice Z, Giannettini «sapeva tutto di me e delle mie conoscenze con il mondo della ‘ndrangheta – ricorda Fonti – mi disse che era un agente dei servizi segreti e che voleva informazioni che avrebbero portato dei benefici alla ‘ndrangheta. Fonti viene arruolato nei servizi segreti. E regolarmente retribuito. Giannettini non sempre è in Italia e indica al calabrese un suo uomo di fiducia, che all’occorrenza lo aiuterà e dal quale dovrà pure prendere ordini: si tratta dell’agente Pino, lo stesso che nove anni dopo diverrà il suo tramite con Zaccagnini.<br />
A leggere le carte dell’inchiesta di Caltanissetta, quella di via D’Amelio è una tragedia annunciata. Sulla scena si muovono agenti segreti, politici, mafiosi e pentiti. E Borsellino si rende conto di essere rimasto davvero solo diciotto giorni prima di venire ucciso. A Roma, mentre sta interrogando negli uffici della Dia il pentito Gaspare Mutolo, riceve una telefonata dell’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi. L’interrogatorio viene sospeso e Borsellino raggiunge il Viminale dove, è confermato da più testimoni, incontra Parisi, ma anche il prefetto, Luigi Rossi, e il ministro dell&#8217;Interno Nicola Mancino. Con lui c’è il magistrato Vittorio Aliquò, che conferma ancora oggi la circostanza: «Entrammo contemporaneamente nello studio del ministro, l&#8217;incontro durò pochi minuti, durante i quali furono scambiati alcuni convenevoli, tanto che uscimmo delusi perché era nostra intenzione affrontare il tema del contrasto alla mafia in Sicilia».<br />
Mutolo racconterà che quando il giudice tornò alla Dia, per riprendere il suo interrogatorio, il suo umore era completamente cambiato: «Era molto agitato», aggiungendo di aver appreso che a quell’incontro, insieme a Parisi, c’era anche Bruno Contrada. Secondo le inchieste (e i processi), basati sulle dichiarazioni di quattro pentiti, e tra questi c’è anche Mutolo, Contrada, che per 24 anni prestò servizio a Palermo passando dalla Mobile al Sisde, era colluso con Cosa Nostra. Lo 007 sarà arrestato pochi mesi dopo, il 24 dicembre, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Sentito dalla procura di Caltanissetta, l’11 novembre 2010, Contrada ha negato quell&#8217;incontro: «Ribadisco che nel ‘92 io non ebbi mai occasione di incontrare il capo della polizia Parisi. Non può essere che abbia incontrato, anche occasionalmente, il dottor Borsellino presso il ministero, perché mi ricorderei anche gli eventuali argomenti trattati». Per i magistrati di Caltanissetta non è così. Borsellino, nei giorni immediatamente precedenti la strage di via D’Amelio, incontrò a Roma, almeno in due occasioni, Mancino, Parisi, Rossi e intorno al 10 luglio incrociò casualmente nella segreteria di Parisi anche Contrada.<br />
Anche Mancino non ricorda. L’11 marzo scorso, rispondendo alle domande del Corriere, l’ex ministro nega, verosimilmente, di aver mai conosciuto Borsellino, smentendo pure i ricordi di Aliquò. Borsellino, in quelle stesse ore, era certamente a conoscenza che pezzi dello Stato erano giunti a patti con la mafia. La procura di Caltanissetta, pur demolendo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, conferma. E’ certo che percepì «un senso di fastidio trasversale alle varie forze politiche nei confronti della politica antimafia perseguita da lui». Lo stesso capo dello Stato, Scalfaro, gli espresse alcuni dubbi sul decreto Falcone, quello appena approvato che introduceva il 41 bis. Così come era certamente a conoscenza, e sarà l’allora braccio destro di Falcone, Liliana Ferraro, a confermarlo, che i carabinieri del Ros (Mori e De Donno) avevano cominciato a raccogliere le dichiarazioni di Ciancimino per “fermare le stragi”. I ricordi della Ferraro, che aveva inviato il capitano Giuseppe De Donno a riferire tutto a Borsellino, sono confermati dagli appunti del giudice. Per i magistrati di Caltanissetta quest&#8217;ultimo elemento «aggiunge un ulteriore tassello all&#8217;ipotesi dell&#8217;esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale &#8220;ostacolo&#8221; da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage». Borsellino era contrario a trattare con la mafia, e forse è proprio questo ad averlo condannato a morte. Anche Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia, apprese le stesse cose dalla Ferraro e giudicò il comportamento degli ufficiali del Ros «non ortodosso e quasi d’insubordinazione».<br />
C’è un racconto, poi, che fa tremare i polsi più di ogni altra cosa, ed è l’immagine più chiara di quell’epoca. A parlare davanti ai magistrati di Caltanisetta, diciassette anni dopo via D’Amelio, è Agnese Borsellino, e sono parole che la moglie del giudice non aveva mai pronunciato prima. «Ricordo un episodio che mi colpì moltissimo e del quale finora non ho mai parlato nel timore di recare pregiudizio all&#8217;immagine dell&#8217;Arma dei Carabinieri. Mi riferisco a una vicenda che ebbe luogo mercoledì 15 luglio 1992. Mi trovavo a casa con mio marito, verso sera, e conversando con lo stesso nel balcone della nostra abitazione notai Paolo sconvolto e, nell&#8217;occasione, mi disse testualmente &#8220;ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il Generale Subranni era &#8220;pungiutu&#8221;». Pungiutu, cioè mafioso. E allora, se così fosse, è naturale domandarsi da che parte erano alcuni pezzi dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fabrizio Colarieti e Vincenzo Mulè per Il Punto, 22 marzo 2012 [<a href="http://www.colarieti.it/doc/ilPunto_220312.pdf" target="_blank">leggi l'articolo</a>]</em></p>
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		<title>Rimpasto di polizia</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 09:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Colarieti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-718" title="polizia" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2012/03/prima-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Qui radio Viminale: movimenti in vista ai vertici dei servizi segreti, e forse anche della polizia. Mentre nella Capitale arrivano da Reggio Calabria <strong>Giuseppe Pignatone</strong>, nominato dal Csm procuratore capo a Roma, e il super-poliziotto che arrestò il boss Bernardo Provenzano, <strong>Renato Cortese</strong>, che da capo della Squadra Mobile reggina approda al Servizio centrale operativo. Tuttavia la notizia che in queste settimane sta facendo discutere è un’altra, e riguarda un altro super-investigatore: il prefetto, già capo della polizia, <strong>Gianni De Gennaro</strong>. Il capo del Dis, il potente Dipartimento per le informazioni e la sicurezza che sovrintende l’attività dei due Servizi segreti, potrebbe lasciare il suo incarico in cambio di una nomina ministeriale a delegato per la sicurezza, oppure, ipotesi meno probabile e già vecchia, per approdare ai vertici del gruppo Finmeccanica. La notizia è tornata ad affacciarsi nei giorni scorsi, e a quanto pare sarebbe stato proprio lo stesso De Gennaro, in vista della scadenza del suo mandato iniziato nel maggio del 2008, a comunicare a Palazzo Chigi la scelta di abbandonare il vertice dei Servizi.<br />
Al suo posto potrebbe arrivare <strong>Antonio Manganelli</strong>, attuale capo della polizia e anch’egli in procinto di lasciare la poltrona. Nessuna novità né avvicendamenti in vista, per quanto riguarda, invece, le direzioni delle due agenzie di spionaggio. A capo dell’ex Sisde, oggi Aisi, dovrebbe rimanere il generale dei carabinieri, <strong>Giorgio Piccirillo</strong>, in carica dal 2009. Mentre alla guida dell’ex Sismi, oggi Aise, resta il generale dell’Esercito, <strong>Adriano Santini</strong>, nominato da Palazzo Chigi nel febbraio del 2010. L’altra novità, come accennato, potrebbe riguardare direttamente la polizia di Stato. Antonio Manganelli, in carica dal giugno del 2007, secondo indiscrezioni, sarebbe in procinto di lasciare il proprio incarico per prendere il posto di De Gennaro al Dis. E in lizza verso la direzione generale del Dipartimento della pubblica sicurezza ci sarebbero già diversi nomi. Innanzitutto i più quotati, due prefetti-poliziotti: <strong>Giuseppe Caruso</strong>, già questore a Roma e Palermo, di cui è stato anche prefetto e attuale direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati alla criminalità organizzata, e <strong>Giuseppe Pecoraro</strong>, attuale prefetto di Roma la cui candidatura sarebbe fortemente caldeggiata dal Pdl. Ma in corsa ci sarebbe anche l’attuale questore di Roma,<strong> Francesco Tagliente</strong>. Tra i papabili capi della polizia ci sono, inoltre, altri due prefetti, anche loro già investigatori di lungo corso: Nicola Cavaliere, oggi vicedirettore operativo dell’Aisi, e l’attuale capo del Dipartimento della protezione civile, già direttore del Sisde e prefetto de L’Aquila dopo il sisma del 6 aprile 2009, <strong>Franco Gabrielli</strong>. Il nome di Gabrielli, nel 2003 promosso sul campo al grado di Dirigente superiore della polizia per il contributo dato alle indagini sulle Nuove Brigate Rosse, è in pole position dopo lo scontro con il sindaco di Roma Alemanno sull’emergenza neve. Nel Pdl in molti scommettono che il numero uno della protezione civile sia in corsa per succedere a Manganelli, un sospetto che lo stesso Alemanno ha sollevato nel corso di una recente puntata di “In onda”, quando, rispondendo alle domande di Telese e Porro, ha detto che «anche Gabrielli deve prendere i voti».<span id="more-717"></span><br />
Intanto, il plenum del Consiglio superiore della magistratura il 15 febbraio scorso ha nominato all’unanimità il nuovo procuratore capo di Roma. Giuseppe Pignatone, 63 anni, attuale procuratore a Reggio Calabria, prenderà presto il posto di Giovanni Ferrara, nominato sottosegretario all’Interno del governo Monti. In magistratura dal ‘74, Pignatone ha svolto quasi tutta la sua carriera in trincea, a Palermo, dove è stato prima sostituto procuratore, poi dal ‘96 procuratore aggiunto presso la pretura circondariale e dal 2000 presso la procura ordinaria. A Palermo si è occupato degli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Michele Reina e Rosario Di Salvo, tutti processi conclusi con la condanna all’ergastolo di numerosi boss mafiosi. Pignatone ha diretto le indagini che hanno portato alla cattura di alcuni tra i più pericolosi latitanti in circolazione, a cominciare da Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Michelangelo La Barbera e Giovanni Brusca, uno degli stragisti di Capaci. Con Pignatone arriva a Roma anche un super investigatore, che andrà a ricoprire un importante incarico al Servizio centrale operativo della polizia. Si tratta del primo dirigente Renato Cortese, l’acchiappalatitanti, nome conquistato sul campo dal ‘91 in poi, prima a Palermo, con l’arresto di Brusca, Aglieri, Vitale, Piromalli, Greco, Grigola e il colpaccio storico, messo a segno l’11 aprile 2006 con la cattura di Binnu Provenzano. Cortese ha lasciato il segno anche a Reggio Calabria (città di provenienza anche di Pignatone), dove dal 2007 dirigeva la Squadra Mobile, con i colpi durissimi inferti alla ‘ndrangheta con l’arresto di tre pericolosi latitanti (Giovanni Tegano, Giuseppe De Stefano e Giovanni Strangio). Renato Cortese approda a Roma, negli uffici dello Sco, in un momento delicato per la Capitale, nel bel mezzo di una guerra, che, tra il 2011 e primi due mesi di quest’anno, ha lasciato sull’asfalto già 38 morti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fabrizio Colarieti per Il Punto, 1 marzo 2012 [<a href="http://www.colarieti.it/doc/ilPunto_010312.pdf" target="_blank">leggi l'articolo</a>]</em></p>
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		<title>Doppio giallo per un MayDay</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 18:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Colarieti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-695" title="Concordia" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2012/01/1x1.fi_Cruise_Ship_Costa_Concordia016-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />«Se qualcuno avesse interrogato il sistema Ais, forse non ci sarebbe stato bisogno di quella telefonata ai carabinieri di Prato, perché a Livorno si accorgessero che la Costa Concordia era già troppo vicina all’Isola del Giglio e addirittura con la prua rivolta verso sud, e non nella direzione del porto di arrivo. Quel sistema serve a dedurre in tempo reale, come avviene per gli aerei, l’esatta posizione delle navi attraverso un <em>transponder</em> installato a bordo». A parlare è un esperto di sicurezza marittima che conosce bene le caratteristiche dell’Ais, acronimo di <em>Automatic Identification System</em>. Si tratta di un sistema internazionale obbligatoriamente installato sulle navi di stazza superiore alle trecento tonnellate, come la Concordia affondata il 13 gennaio di fronte all’Isola del Giglio, e in grado di trasmettere le informazioni necessarie a identificare e localizzare il mezzo navale: il nome dell&#8217;unità, il codice Mmsi (Maritime Mobile Service Identification), latitudine e longitudine, velocità e rotta. Per ottenerle, nell’arco di pochi istanti, basta puntare il mouse sul triangolo che rappresenta la nave geolocalizzata su una mappa.<br />
La prova che nessuno &#8211; prima di quella telefonata dei carabinieri di Prato, avvisati da un familiare di un passeggero che a bordo della nave c’era qualcosa che non andava &#8211; abbia scrutato lo schermo dell’Ais è nella prima pagina del brogliaccio della sala operativa della Capitaneria di porto di Livorno. Alle 22 in punto, quando la Costa Concordia era già nei guai da circa mezzora, l’operatore Ais scrive: «Traffico marittimo regolare». Sei minuti dopo arriva la chiamata dei carabinieri, e ne dovranno passare altri 6 prima che l’operatore della Capitaneria annoti sul registro: «Da verifica Ais individuiamo la M/N Costa Concordia in prossimità dell’Isola del Giglio in psn 42°22’.11N &#8211; 010°55.32E in località Punta Lazzaretto». Perciò solo alle 22.12 Livorno si accorge che la Concordia è fuori rotta, di diverse miglia, inclinata su un fianco e con la prua rivolta verso Civitavecchia e non Savona. L’Ais viene interrogato solo in quel momento, e addirittura dopo aver chiamato il porto di Savona, la telefonata nel brogliaccio è annotata alle 22.10, e aver appreso «che nella giornata odierna non sono partite navi della Costa Crociare». Perché? Ais serve a evitare tragedie come queste, e nei suoi ricordi &#8211; pubblici accedendo al sito marinetraffic.com &#8211; è possibile rintracciare la prova che la Concordia aveva già effettuato ben 52 “inchini”, troppo vicini alla costa come nel caso dell’Isola del Giglio. Nessuno li ha denunciati, perché nessuno, prima della sera maledetta del 13 gennaio, era andato a cercare la prova di queste violazioni sui tracciati satellitari.<span id="more-694"></span><br />
Il sistema di controllo Ais è stato introdotto in Italia con la legge 51 del 2001 e per dotare le capitanerie di porto delle apparecchiature necessarie a seguire le rotte delle navi sono stati investiti, finora, svariati milioni di euro. L’intera rete, compresa una sala operativa nazionale che si trova a Roma insieme al server regionale del Mediterraneo, è stata allestita dalla Elman Srl di Pomezia per conto del Comando generale della Guardia Costiera. Poi esistono il Vts, Vessel Traffic Service, e la sua evoluzione, il Vtmis, acronimo di <em>Vessel Traffic Management and Information System</em>. Si tratta di reti informatiche cooperative alle quali accedono tutti gli operatori portuali, per migliorare sia la gestione del trasporto, che l’efficienza dei traffici. A differenza dell’Ais, il Vts è un sistema attivo, cioè si avvale, non solo dei dati trasmessi dalle navi e dai satelliti, ma anche delle rilevazioni dei radar installati nelle stazioni costiere. Il progetto Vessel, e le sue successive evoluzioni, è costato 320 milioni ed è stato sviluppata da Selex-Finmeccanica, ma deve ancora entrare definitivamente in funzione, infatti non tutte le stazioni sono connesse e il programma di attivazione di questo ulteriore strumento è in ritardo di tre anni. Perciò, se è vero che l’Italia da undici anni controlla i suoi mari, attraverso sistemi così costosi e sofisticati, è altrettanto ovvio domandarsi per quale motivo nessuno, avendo a disposizione la prova, cioè i tracciati Ais e Vts, non ha mai sollevato, sanzionando gli armatori, il problema degli “inchini”.<br />
Un altro aspetto su cui dovranno concentrarsi gli inquirenti della procura di Grosseto, che ora indagano sul disastro della Concordia, è chi altro, quella notte, non era al suo posto oltre il comandante Francesco Schettino. E ancora: cosa si dissero al telefono, tra le 21.42 e le 22.58, Schettino e Roberto Ferrarini, il responsabile dell’Unità di crisi di Costa? E perché, dopo aver speronato lo scoglio de “Le Scole”, il comandante attese oltre un’ora prima di lanciare il mayday? Nell’interrogatorio dinanzi ai magistrati, Schettino ribadisce di aver informato la compagnia di quanto stava avvenendo e di aver avuto il via libera a tutte le decisioni prese. Ma sul ritardo con cui partì la richiesta di soccorso rimangono molte ombre. Se come ha detto Schettino (le sue dichiarazioni andranno ovviamente verificate, ndr) la Costa era informata perché non gli ha imposto di lanciare immediatamente il mayday? Lanciando via radio il distress, entrano in gioco grandi interessi, e, più di altri, quelli legati alle compagnie assicurative. Schettino potrebbe aver violato le regole &#8211; che gli imponevano, una volta appurata la gravità dei danni subiti dalla nave, di lanciare immediatamente il distress &#8211; obbedendo a un preciso ordine del suo armatore? E’ uno degli interrogativi, forse il più importante, cui le indagini dovranno dare una risposta.<br />
Un altro aspetto, poi, è quello riguardante il concetto di proprietà e di abbandono. La legge del mare dice che la proprietà dei relitti è di chi li trova, ammesso però che l’armatore abbia dichiarato che la sua nave è abbandonata, e questo, per ora, non è il caso della Concordia. Perché un relitto, per essere dichiarato abbandonato, deve finire sul fondo del mare senza che nessuno provi a recuperarlo. Per quanto riguarda i beni di proprietà della Costa e dei passeggeri, nel caso in cui la nave torni a galleggiare, spetterà all’armatore recuperare e riconsegnare ai legittimi proprietari tutto ciò che è dentro la nave, si pensi agli effetti personali che i passeggeri hanno lasciato nelle cabine. Se la nave affondasse, e quindi fosse dichiarata abbandonata dall’armatore, entrerebbero in gioco le assicurazioni, ma è noto che le compagnie assicurative nei loro contratti contengono delle clausole che le esonerano dall’obbligo di rimborsare ai passeggeri la perdita di possesso di denaro contante e oggetti di valore. Comunque andranno le cose, le compagnie assicurative, dodici quelle che coprono la Costa Concordia e che fanno capo al gruppo statunitense Aon, tra queste anche l’italiana Generali, dovranno coprire circa 400 milioni di euro solo per lo scafo della nave. Altri 2,5 miliardi di euro potrebbero occorrere per indennizzare i passeggeri, da un minimo di 5mila euro per i danni materiali, come la perdita del bagaglio, fino a 500mila nel caso di morte di un familiare, e risarcire i danni civili (oltre a risponderne penalmente) derivati anche dagli eventuali danni ambientali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fabrizio Colarieti inviato all&#8217;Isola del Giglio &#8211; Il Punto 2 febbraio 2012</em></p>
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		<title>Caso Donatoni: Ecco le voci della notte di Riofreddo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 12:28:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Colarieti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-673" title="Samuele Donatoni" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2011/12/Unknown-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Settembre 1997. <strong>Giuseppe Soffiantini</strong>, imprenditore tessile bresciano, è nelle mani di un gruppo di banditi sardi da tre mesi, in tre lo hanno rapito nella sua villa di Manerbio il 17 giugno. I suoi figli lanciano un primo appello ai sequestratori, sono disponibili a pagare il riscatto e loro dettano le condizioni. Gli inquirenti decidono di effettuare un pagamento simulato e l’appuntamento è fissato per le ore 23 del 25 settembre in provincia di Savona. L’emissario, seguendo le indicazioni dei sequestratori, deve raggiungere il punto convenuto a bordo di un fuoristrada e, una volta nei pressi di Mortara (PV), attendere un segnale luminoso e poi un altro. La delicata operazione è affidata al Nucleo operativo centrale di sicurezza, il Nocs della polizia di Stato. L’emissario è uno di loro, il capo: Claudio Clemente. Il fuoristrada raggiunge la piazzola di sosta. Clemente e i suoi uomini sono pronti a consegnare la borsa e a far scattare la cattura. Il primo segnale arriva, il secondo no, l’operazione fallisce. Il 7 ottobre è lo stesso Soffiantini, in una drammatica lettera, a chiedere ai suoi familiari di pagare i 20 miliardi del riscatto: «Fate tutto il possibile e l’impossibile per pagare, diversamente non ci vedremo mai più». I rapitori tornano a farsi vivi. Il nuovo appuntamento è fissato per il 17 ottobre lungo la statale Tiburtina, all’altezza del bivio di Riofreddo, ai confini tra il Lazio e l’Abruzzo. Le modalità sono le stesse: l’emissario deve raggiungere il luogo stabilito, attendere un segnale luminoso, fermarsi in una piazzola e depositare le due borse contenenti il denaro. A condurre l’operazione è ancora il Nocs, l’emissario è di nuovo Clemente.<br />
Riofreddo. Alle 21 il capo dei Nocs e una decina di suoi uomini sono quasi all’appuntamento. Clemente è a bordo di una Golf bianca, alla guida c’è un altro agente e altri due sono nascosti sul retro della vettura. L’intera operazione è registrata via radio e nella sala operativa della questura di Avezzano i vertici della Criminalpol seguono la consegna in diretta, tra loro c’è anche Nicola Calipari, il funzionario di polizia che sarà ucciso nel 2005 a Baghdad durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena.<span id="more-682"></span><br />
I Nocs stanno per raggiungere Riofreddo. Intorno alle 21.30, seguendo le indicazioni dei sequestratori, la Golf si ferma in una piazzola e riconosce il segnale luminoso. Clemente, “Volpe 1”, individua a terra un nastro bicolore e un pezzo di carta. Ecco l’audio originale, mai reso noto prima, dall’avvicinamento dei Nocs a Riofreddo alla lettura di quel messaggio. [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=h0ZCElA0FK0" target="_blank">ASCOLTA</a>]<br />
Il segnale luminoso c’è stato, i banditi sono a poche decine di metri, lampeggiano con i fari e le loro indicazioni sono chiare. Clemente ordina ai suoi uomini di avvicinarsi lentamente. Il momento è delicato. L’adrenalina è al massimo. Poggiate le due borse, che contengono una mini carica esplosiva, tre agenti del Nocs &#8211; Samuele Donatoni, Stefano Miscali e Claudio Sorrentino &#8211; (equipaggio Volpe 6), i migliori che il reparto speciale della polizia abbia in servizio, devono intervenire e catturare chi andrà a prendere il riscatto. Clemente scende di nuovo dall’auto, raccoglie il pezzo di carta, legge il messaggio con le indicazioni dei rapitori e si prepara a depositare le borse. L’operazione non è rapidissima e i malviventi, nel frattempo, continuano a lampeggiare con i fari. Clemente scende e poggia le borse al termine del nastro. Risale in auto, ordina a “Volpe 6” e “Volpe 7” di avvicinarsi il più possibile risalendo la scarpata fin sotto il guard-rail. Ecco di nuovo l’inedito delle loro voci. [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=ug_IfSzcsOk" target="_blank">ASCOLTA</a>]<br />
I tre agenti dell’equipaggio “Volpe 6” comunicano che sono in posizione, atri si stanno avvicinando risalendo la ferrovia che costeggia la statale, altri ancora osservano a distanza. Clemente, prima di allontanarsi con l’auto di alcune centinaia di metri, ordina a Donatoni, Miscali e Sorrentino di intervenire. A questo punto non resta che attendere: i rapitori devono uscire allo scoperto, raggiungere la piazzola e prendere le borse. Passano diversi minuti, le comunicazioni radio sono frastagliate, le informazioni verso l’auto di Clemente sono disordinate, a volte incomprensibili, e a mancare all’appello è l’equipaggio “Volpe 6”, i tre agenti che devono catturare i banditi, e quello di copertura “Volpe 7”. E’ il momento del conflitto a fuoco. Gli uomini più vicini a “Volpe 6” sentono i primi colpi, le borse sono ancora lì, poi è l’agente Sorrentino a confermare: «Ci hanno sparato addosso, hanno beccato Samuele perché&#8230; non riusciamo più a trovarlo». L’operazione è fallita. Sorrentino conferma a Clemente che si sono avvicinate due persone e hanno cominciato a sparare e che Samuele Donatoni è stato colpito e non si trova più. Ecco i cinque minuti che raccontano, meglio di qualunque altra testimonianza, il fallimento del blitz e la morte di Donatoni. [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=RTpjOUexsY0" target="_blank">ASCOLTA</a>]<br />
Inizia la battuta. Clemente torna indietro e ordina ai suoi uomini di individuare l’ispettore Donatoni, intanto si alza in volo un elicottero e altri Nocs raggiungono il luogo dell’agguato. Dei banditi nessuna traccia. Erano appostati sul tetto di una cappella del cimitero di Riofreddo, altri due erano certamente sul luogo della sparatoria, a confermarlo in radio è ancora Sorrentino: «Si sono avvicinate tre persone e hanno cominciato a sparare». Chi sono? Secondo la ricostruzione, Sorrentino è in posizione avanzata, quasi sul ciglio della strada, a circa 75 metri dalle borse, imbracciando un fucile mitragliatore Galil spara alcuni colpi verso «due ombre» che procedono spedite verso di lui e in quel momento qualcuno colpisce Donatoni. A terra rimane un fucile d’assalto Ak-47 Kalashnikov, è dei banditi. Nella prima relazione di servizio il capo della Squadra Mobile di Roma, Nicolò D’Angelo, scriverà: «Donatoni Samuele veniva attinto da colpi d’arma da fuoco esplosi a suo indirizzo da taluno dei malfattori con un’arma automatica». Perciò per la polizia a uccidere Donatoni è stato uno dei rapitori, con il Kalashnikov poi abbandonato. Caso chiuso. A questo punto, però, iniziano le anomalie. Miscali e Sorrentino dovrebbero essere perfettamente a conoscenza dell’ultima posizione di Donatoni, del resto era con loro vicino al guard-rail e poi si sono mossi insieme, ma il capo pattuglia non si trova. Le ricerche, verosimilmente, durano quindici interminabili minuti. Ecco la registrazione, con l’annuncio che per Donatoni, forse, non c’è più niente da fare. [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=dHII0ssToNI" target="_blank">ASCOLTA</a>]<br />
Chi ha ucciso Samuele Donatoni? Mario Moro, uno dei banditi che quella notte era a Riofreddo, con il suo Kalashnikov? Oppure un altro suo complice? E se a sparare accidentalmente all’ispettore fosse stato uno dei suoi colleghi? La polizia, come abbiamo visto, sostiene che a uccidere uno dei suoi migliori agenti è stato uno dei sardi, ma la ricostruzione dei fatti, piena di contraddizioni, sarà messa in discussione al termine del processo a carico di Giovanni Farina, la mente del sequestro Soffiantini: l’unico a finire sul banco degli imputati con l’accusa di concorso nell’omicidio dell’agente Donatoni.<br />
Quella notte a Riofreddo c’era anche Mario Moro, che sarà ferito e arrestato, insieme con altri tre sequestratori, il 20 ottobre, nel corso di un blitz dei Nocs lungo l’A24 nei pressi di Tagliacozzo (AQ). Moro morirà il 13 gennaio e Farina, il 14 dicembre 2005, verrà assolto con formula piena dall’accusa di aver contribuito alla morte di Donatoni (sentenza confermata dalla Cassazione l’8 ottobre 2008). E da allora, sotto processo, c’è finito il Nocs. Il giudice Mario Almerighi ha sposato le conclusioni di una perizia medico-legale e balistica che esclude “in modo certo e tassativo” che il colpo che ha attinto Donatoni provenga dal Kalashnikov imbracciato da Moro. Quel colpo, dicono gli esperti, è stato sparato quasi a bruciapelo da un’arma corta in dotazione ai Nocs. «La vittima &#8211; scrivono i periti &#8211; fu attinta da un solo proiettile sparato da distanza ravvicinata (la bocca dell&#8217;arma era posta a circa 50 centimetri, con dieci centimetri di tolleranza, dal punto di impatto sulla tuta in corrispondenza della coscia sinistra). L&#8217;arma usata fu una pistola calibro 9 millimetri. Quando fu colpita la vittima era in posizione raccolta, con gli arti inferiori flessi e con il tronco chino in avanti, mentre lo sparatore si trovava alla sua sinistra, lievemente arretrato». Conclude la Corte d’Assise di Roma assolvendo Farina: «Il dato più inquietante è costituito dal comportamento dell&#8217;autore dello sparo che, evidentemente, si allontanò immediatamente dal posto omettendo di soccorrere il compagno da lui colpito e costringendo, forse con la complicità di chi altro gli stesse vicino, gli altri Nocs ad una ricerca del corpo di Donatoni che durò, come si è visto, circa 15 lunghissimi minuti». Il giudizio della Corte d’Assise sul comportamento di Clemente e dei suoi uomini parla di “depistaggi, gravi omissioni, inquinamenti probatori e false e reticenti dichiarazioni testimoniali”. I colleghi che quella notte erano a Riofreddo accanto all’ispettore Donatoni, ben conoscendo la dinamica dei fatti, secondo Almerighi hanno agito con una “precisa volontà di nascondere la verità”, anche alterando la scena del crimine spostando la posizione di Donatoni rispetto al luogo dello scontro a fuoco. Nicola Calipari, sentito dalla Corte d’Assise, raccontò, infatti, che i Nocs gli riferirono che la sparatoria era avvenuta nella zona del “ponticello”, cioè dove furono trovate le macchie di sangue, e non nell’area a ridosso della statale dove ci fu lo scontro a fuoco tra Moro e Sorrentino. Si dimostrerà poi che Donatoni fu colpito proprio in quella zona.<br />
Oggi questa brutta storia torna a galla e qualcuno &#8211; secondo il gip Massimo Battistini che lo scorso 7 dicembre ha disposto nuove indagini sul conto di cinque Nocs (Claudio Clemente, Stefano Miscali, Claudio Sorrentino, Vittorio Filipponi e Nello Simone) e due agenti della Scientifica (Alfonso D&#8217;Alfonso e Paola Montagna) &#8211; dovrà dare una risposta ai familiari dell’ispettore Samuele Donatoni e ai loro legali, Giulia Dragoni e Armando Macrillò, che da quella notte di quattordici anni fa attendono la verità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fabrizio Colarieti per Nottecriminale.it [<a href="http://www.nottecriminale.it/esclusiva-caso-donatoni-ecco-le-voci-della-notte-di-riofreddo.html" target="_blank">link originale</a>]</em></p>
<p><a href="http://www.nottecriminale.it/riofreddo-caso-donatoni-parla-il-giudice-almerighi.html" target="_blank">Riofreddo: Caso Donatoni. Parla il giudice Almerighi</a></p>
<p><a href="http://www.nottecriminale.it/la-vicenda-soffiantini-donatoni-la-ricostruzione.html" target="_blank">Le principali tappe del sequestro Soffiantini</a></p>
<p><a href="http://blog.panorama.it/italia/2011/12/19/sequestro-soffiantini-ecco-laudio-del-fallito-blitz-in-cui-mori-un-agente-del-nocs/" target="_blank">Sequestro Soffiantini: ecco l’audio del fallito blitz in cui morì un agente del Nocs (Panorama.it)</a></p>
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		<title>Romanzo criminale</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 17:11:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Colarieti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-666" title="otello lupacchini" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2011/12/lupacchini_ok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />E’ Roma, non la Chicago degli anni Venti. Trentatré omicidi in undici mesi, con il pesante sospetto che dietro tanto piombo e morte ci sia una guerra tra delinquenti, piccoli e grandi, che sgomitano per controllare il territorio e scalare le gerarchie criminali. Una lunga scia di sangue che, secondo alcuni, sta disegnando uno scenario identico a quello che caratterizzò gli anni Settanta, mentre, secondo altri, tanta violenza sarebbe il segnale più evidente che la criminalità organizzata, tutta, si sia definitivamente insediata nella Capitale. A lanciare l’allarme, che nel ventre di Roma c’è qualcosa che sta cambiando, con cui prima o poi bisognerà fare i conti, è il giudice <strong>Otello Lupacchini</strong>, colui che disarticolò la più potente organizzazione criminale autoctona che abbia mai operato nella Capitale: la Banda della Magliana. «Non v’è dubbio che trentatré morti, siano effettivamente molti &#8211; commenta il giudice rispondendo alle domande de <em>Il Punto</em> &#8211; ma il dato interessante, in questi ultimi giorni, è comunque un altro: sembra sia finito il tempo degli esorcismi o, se si preferisce, del negazionismo. Così il sindaco Alemanno come pure il responsabile della Direzione distrettuale antimafia, Capaldo, sebbene con toni e accenti diversi, segnalano finalmente il “rischio mafia” nella capitale. Il primo, infatti, ha esternato il timore che “ci sia un contatto tra le bande territoriali e la grande criminalità organizzata, che ha già comprato pezzi di economia romana e che si è limitata finora a investire”; il secondo, più prudente, di fronte ai due ultimi assassinati a Ostia, per altro già coinvolti, ma anche usciti pressoché indenni da indagini di criminalità organizzata, che descrive, tuttavia, come “due personaggi profondamente inseriti nel contesto della criminalità organizzata di un certo significato, non marginale, insediata anche a Roma nel traffico di droga e usura, già coinvolti in fatti di sangue e conflitti tra bande”, ha rilevato invece come sia in atto uno “scontro evidente tra due gruppi criminali molto forti”, quantunque non specifichi a quali gruppi si riferisca».<span id="more-665"></span><br />
<strong>Dottor Lupacchini, un esponente dell’associazione Libera, recentemente, ha parlato di “Quinta mafia”, un mix complesso e variegato di mafie tradizionali, colletti bianchi e delinquenti locali, in grado di reinvestire il denaro della criminalità organizzata, che spara per il controllo del territorio e per fare il salto nelle nuove gerarchie criminali, condivide questa tesi?<br />
</strong>«Se, per dirla con il gran padre Dante, <em>nomina sunt consequentia rerum</em>, parlare di “quinta mafia” equivale a spacciare aria fritta. La mafia, senza numeri ordinali, è approdata a Roma da ormai più di mezzo secolo. Basterà ricordare, ad esempio, personaggi come Angelo Cosentino, capo della “decina” romana della famiglia palermitana di Santa Maria di Gesù; Paolo De Stefano, capo dell’omonima ’ndrina, e uno dei protagonisti del cambiamento della ’ndrangheta da fenomeno rurale a fenomeno imprenditoriale; Frank Coppola, alias “Frank Tre dita”, partinicese caposcuola del traffico di droga in Sicilia; Giuseppe “Pippo” Calò, indicato come il “cassiere della Mafia” perché fortemente coinvolto nei traffici finanziari di Cosa Nostra, soprattutto nel riciclaggio di denaro sporco; Michele Zaza, Giuseppe Liguori, Pasquale Galasso, Alfonso Rosanova e Antonio Malvento, tutti importanti boss della camorra napoletana. Personaggi, costoro, che non vennero certamente a Roma e nel Lazio a <em>cojonà er diggiuno</em>, come<em> li cardinali e li prelati</em> di belliana memoria, che <em>ce trottaveno</em>, <em>temporibus illis</em>. Per non parlare, <em>pietatis causa</em>, e sempre in via del tutto esemplificativa, dei Parrello e dei Facchineri o dei Senese. Nonostante questo, e benché cadesse sotto gli occhi di tutti che una feroce criminalità organizzata indigena, la Banda della Magliana, avesse assunto<em> manu militari</em> il controllo del territorio, come dimenticare chi s’ostinava a dire che se la criminalità organizzata era una foresta, a Roma, al più, c’era soltanto qualche ramo».<br />
<strong>Roma è la piazza dove si fanno gli affari, la piazza di tutti, ma quanto si è verificato nell’ultimo anno non le sembra la nascita di una nuova e rigenerata Banda della Magliana?<br />
</strong>«Innanzitutto, è soltanto per una mera coincidenza cronologica, che il rigurgito di violenza che sta terrorizzando la Capitale sia venuto a galla insieme alla presa di coscienza che la criminalità organizzata – poco importa se locale, calabrese, campana o siciliana o tutte insieme – ha esteso i suoi tentacoli su Roma e sull’intero Lazio. Del resto, il fatto che solo dopo gli omicidi che hanno funestato il 2011 si gridi al “rischio mafia”, mentre ciò non è accaduto prima, non significa che prima non vi siano stati omicidi sintomatici della presenza a Roma e nel Lazio della criminalità organizzata. In secondo luogo, la liquidazione giudiziaria della Banda della Magliana è avvenuta nel periodo a cavallo del 1993. Successivamente non si può più parlare di Banda della Magliana, né come realtà associativa né come fenomeno criminale ormai esauritosi definitivamente. Si può parlare, al più, delle gesta di sopravvissuti del vecchio sodalizio, sia ancora in stato di detenzione sia tornati in libertà, dopo carcerazioni più o meno lunghe».<br />
<strong>Trova delle similitudini tra la genesi della vecchia Magliana e l’attuale rigurgito?<br />
</strong>«Poiché nulla, nella storia della Banda della Magliana, è mai avvenuto per caso, le analogie sono irrilevanti, rispetto invece alle differenze. La Banda della Magliana, infatti, nasce durante quegli anni Settanta del Novecento, nel corso dei quali, in un clima di colpevole sottovalutazione del fenomeno e d’isolamento delle poche voci che lo denunciavano, si andava realizzando e consolidando la commistione di vertice tra gruppi mafiosi – con una base economica sempre più vasta, il traffico di droga a fungere da volano ed a produrre disponibilità di denaro liquido – e settori significativi della finanza, dell’imprenditoria e dell’amministrazione; anni durante i quali, nel Paese, la caccia ai sovversivi era momento genetico e fine ultimo di ogni inchiesta giudiziaria, accordo politico o campagna mediatica: c’era, dunque, tutto il tempo e lo spazio, cavalcando l’ossessione terroristica, per appropriarsi dell’Italia; anni, finalmente, in cui alti gradi dell’Esercito e dei Servizi di Sicurezza, variamente connessi alla strategia della tensione aderivano alla Loggia massonica P2. In tale clima, nel volgere di pochi mesi, a cavallo del fatidico 1978, la Banda della Magliana, s’insediava saldamente al centro di ogni traffico illegale della Capitale e i suoi fondatori &#8211; figli della città, delle borgate, novità assoluta nei fragili equilibri della malavita capitolina – avevano un progetto: riprendersi Roma. Unica analogia con le odierne contingenze è il clima di colpevole sottovalutazione dei fenomeni criminali in atto e d’isolamento delle poche voci che li denunciano».</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fabrizio Colarieti per Il Punto, 15 dicembre 2011</em></p>
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		<title>In trincea col partigiano Ingroia</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 14:03:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Colarieti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-659" title="antonio ingroia" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2011/12/antonio-ingroia-110610210708_big-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Nessun passo indietro, anzi. Il procuratore aggiunto di Palermo, <strong>Antonio Ingroia</strong>, intende rimanere un “partigiano della Costituzione”, con tanto di tessera dell’Anpi in tasca. Dopo la sua provocazione al congresso del Pdci di Rimini e le polemiche che lo hanno investito, facendo irritare anche l’Anm e spingendo il Consiglio superiore della magistratura ad aprire un fascicolo, al <em>Punto</em> il procuratore aggiunto di Palermo racconta che ne è valsa la pena. A chi, poi, lo vorrebbe in politica, magari come sindaco del capoluogo siciliano, risponde «no grazie», e al nuovo governo chiede ascolto e dialogo per continuare a lottare contro Cosa Nostra.<br />
<strong>Dottor Ingroia, le sue parole al congresso del Pdci le sono costate l’apertura di un’inchiesta da parte del Csm. Ne è valsa la pena definirsi un “partigiano della Costituzione”?</strong><br />
«Per ora si parla dell’apertura di un fascicolo del Csm per una presunta incompatibilità ambientale, anche se non ho ancora capito con chi. Comunque sì, ne è valsa la pena, ne sono assolutamente convinto. Credo ne valga la pena in ogni occasione nella quale c’è modo di esprimere la propria posizione di difesa della costituzione, dei suoi principi e del diritto di ogni cittadino, magistrati compresi, di svolgere un ruolo di difesa della Carta costituzionale. In qualunque sede e a qualunque costo. Ho giurato sulla costituzione e la difenderò sempre, anche a costo di essere investito dalle polemiche ogni qualvolta che mi trovo a difenderla. Come ho già detto sono abbastanza sereno, sono convinto di aver esercitato un mio diritto e perciò non ho nulla da temere».<br />
<strong>Ma non crede che iniziative di questo tipo rischino di dare troppi argomenti a quanti puntano il dito contro le toghe politicizzate?</strong><br />
«Sì, sono consapevole che c’è questo rischio. Tuttavia non mi rassegno che di fronte al rischio di accuse strumentali e pretestuose debbano innescarsi meccanismi di autocensura, e quindi, di fatto, un arretramento rispetto ai nostri sacrosanti diritti. Non solo come magistrato, ma non intendo rassegnarmi anche come cittadino. Non posso e non devo rinunciare ai miei diritti soltanto perché c’è qualcun altro che, in modo pretestuoso e strumentale, afferma che ogni volta che esercito questo diritto sto commettendo un abuso. Essendo il mio un diritto, e non un abuso, rivendico, perdoni il gioco di parole, il diritto di esercitare ogni mio diritto».<span id="more-658"></span><br />
<strong>Cosa pensa di molti suoi ex colleghi, come Di Pietro e De Magistris per citarne solo alcuni, transitati dalla toga alla politica?</strong><br />
«Ce ne sono molti altri, anche dall’altra parte. C’è Nitto Palma, Tiziana Parenti, Alfonso Papa. Di magistrati passati in politica ce ne sono tanti, a destra e a sinistra. Ritengo che i magistrati, come gli avvocati e come ogni altro cittadino, abbiano il diritto di elettorato, attivo e passivo, perciò non vedo perché debba essere precluso ai magistrati di svolgere attività politica. Dopodiché c’è il tema dei profili di opportunità e dei limiti rispetto a chi esercita una pubblica funzione che è fondata sull’imparzialità. Penso che bisogna trovare semplicemente un punto di equilibrio che si deve articolare su due passaggi fondamentali. Il primo: i magistrati, soprattutto quelli più in vista per le funzioni che svolgono, magari come pubblico ministero, non dovrebbero concorrere per incarichi di tipo politico-amministrativo, soprattutto nel distretto dove svolgono le loro funzioni. Ci sono stati casi di magistrati che si sono presentati come sindaci nello stesso comune dove esercitavano la propria attività di pubblico ministero. Questo, obiettivamente, è sconsigliabile in linea di principio. Secondo: vanno posti dei limiti anche sull’eventuale rientro in magistratura di chi ha svolto attività politica. Francamente non mi pare il caso che un magistrato, dopo aver ricoperto un incarico politico, torni in prima linea. Deve dimettersi, come hanno fatto Luigi De Magistris, una volta eletto sindaco, o Nitto Palma, dopo essere stato nominato ministro della Giustizia, oppure come nel caso di Giuseppe Ayala, che è tornato in magistratura dopo una lunga esperienza politica con un ruolo molto defilato presso la Corte d’appello di L’Aquila. In ogni caso, ripeto, è del tutto sconsigliabile che si torni in prima linea».<!--more--><br />
<strong>Quella di entrare in politica è una tentazione che, personalmente, ha mai avvertito?</strong><br />
«Fino ad oggi no».<br />
<strong>Eppure recentemente il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, ha dichiarato che se si candidasse a sindaco di Palermo alle amministrative del prossimo anno la sosterrebbe, ci sta pensando?</strong><br />
«Pur non avendo mai avuto rapporti con Lombardo, tranne nell’unica occasione in cui mi trovai a interrogarlo, l’ho già ringraziato pubblicamente per gli apprezzamenti che ha espresso, ma ho già detto che non ritengo opportuna, proprio per le ragioni che le ho appena elencato, una mia candidatura a sindaco di Palermo».<br />
<strong>In materia di giustizia e di lotta alla mafia cosa si aspetta dal nuovo governo?</strong><br />
«Innanzitutto mi sembra positiva e promettente la prima dichiarazione pubblica resa dal ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, che ha dichiarato che la lotta alla mafia è una delle sue massime priorità. Da questo governo mi aspetto continuità e un’apertura al dialogo e all’ascolto nei confronti della magistratura rispetto ai gravi problemi che ancora oggi abbiamo in materia di lotta alla mafia. Un dialogo che non sempre è stato presente con il precedente governo. Il passato è passato, ovviamente, ma non possiamo dimenticare che l’ex presidente del Consiglio sulla magistratura ne ha dette di tutti i colori. I progetti di legge che il precedente governo ha fatto erano tutti disegni di legge che, tranne rarissime eccezioni, davano poco ascolto alle istanze che venivano dal mondo della giustizia e della magistratura in particolare. Dallo stile del nuovo presidente del Consiglio, almeno credo, mi pare abbia già dimostrato di avere una grande capacità di ascolto e disponibilità al dialogo, e questa è una novità assai significativa».</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fabrizio Colarieti &#8211; Il Punto, 8 dicembre 2011</em></p>
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		<title>La strana morte di Mario Ferraro, agente del Sismi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 11:10:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Colarieti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Roma, via della Grande Muraglia Cinese 46, 16 luglio 1995. È domenica e a Roma è una giornata molto calda. Il tenente colonnello dell’Esercito, Mario Ferraro, 46 anni, calabrese, distaccato al Sismi, esperto in informatica, traffici di armi e terrorismo &#8230; <a href="http://www.colarieti.it/archives/377">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;"><em><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-392" title="Mario Ferraro" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2011/03/MarioFerraro53-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Roma, via della Grande Muraglia Cinese 46, 16 luglio 1995. </em>È domenica e a Roma è una giornata molto calda. Il tenente colonnello dell’Esercito, <strong>Mario Ferraro</strong>, 46 anni, calabrese, distaccato al Sismi, esperto in informatica, traffici di armi e terrorismo internazionale, è in casa insieme alla sua compagna, Maria Antonietta Viali, per gli amici Antonella. Sono al quinto piano, in un attico nel quartiere Torrino, accanto all’Eur. La coppia è in assoluto relax dopo aver trascorso una giornata serena e scandita da poche e semplici azioni, ignari che quella sia la loro ultima domenica insieme. La mattina si sono alzati tardi, intorno alle undici, hanno fatto colazione e poi sono andati sul terrazzo, portando con loro riviste, bibite e gli amati Toscani, a prendere il sole fino alle quattordici. Sono riscesi nell’appartamento per pranzare e hanno trascorso gran parte del pomeriggio in casa a ridere, scambiarsi baci, carezze e fare programmi per il futuro. Verso le 19, quando il caldo è meno insopportabile, sono ritornati in terrazzo dove il <em>ponentino</em>, la brezza che arriva dal mare, comincia a rinfrescare l’aria e hanno giocato a <em>scalaquaranta</em> fin verso le venti quando Mario ha deciso di uscire a fare quattro passi. Mario ha infatti finito i suoi sigari, passione che ha in comune con la sua compagna e ha voglia di mangiare un gelato, per cui propone a Maria Antonietta di andare in tabaccheria e poi alla gelateria Giolitti, in viale Oceania. Lei vuole rimanere in casa per cui, dopo aver insistito un po&#8217;, decide di uscire lo stesso, da solo. Fa la doccia, si veste sportivo con una polo e un paio di jeans e torna di nuovo in terrazzo per vedere se per caso Maria Antonietta ha cambiato idea. Lei è decisa a rimanere in casa a preparare la cena e poco prima che lui esca fa in tempo solo a chiedergli cosa vuole mangiare.<span id="more-377"></span><br />
</span></em>Un passo indietro. La storia di Maria Antonietta e Mario è molto bella, tra loro, infatti, scatta il classico colpo di fulmine. Quando si conoscono sono entrambi separati ma Mario vive ancora in casa con la ex moglie Lidia D.B. da cui ha avuto due figlie: la primogenita, Fabiana, (nel 1995 diciassettenne) e un&#8217;altra bimba, Roberta, portata via da un tumore nel 1987 a 5 anni. Mario ha due fratelli, Salvatore e Luigi, che frequenta abitualmente, e un’anziana madre. Tra loro comincia tutto cinque anni prima, nel novembre del 1990. Lavorano entrambi al civico sessantasei di viale Pasteur, all’Eur, dove Maria Antonietta fa la <em>pierre</em> nel ramo immobiliare e finanziario. Una mattina, parcheggiando l’auto sotto il suo ufficio, conosce Fabio Marcelli, un uomo distinto, gentile e dai modi affabili, che si presenta alla donna come un funzionario di una ditta di import-export, la Cerico che ha i suoi uffici nello stesso palazzo. Fabio in realtà è Mario Ferraro, che usa questa copertura per ragioni di sicurezza essendo un agente del Sismi. I due si piacciono subito. Passano un paio di mesi, continuano a frequentarsi con la scusa di posteggiare le auto vicine, vanno al bar, fanno lunghe passeggiate attorno al laghetto dell’Eur e dopo poco la loro amicizia diventa una vera e propria relazione. Vanno in vacanza insieme diverse volte, in settimana bianca, passano molti weekend fuori Roma. Mario si lega sempre più a questa donna e lei a lui, a febbraio, dunque, fanno una scelta importante e coraggiosa: decidono di andare a vivere insieme, in una mansarda presa in affitto vicino la Cecchignola. Nonostante tutto Maria Antonietta ancora non conosce la vera identità di quell’uomo con cui ha scelto di vivere né il suo vero lavoro, anche se, a causa di alcune circostanze, comincia a nutrire dei dubbi. Un giorno, infatti, è lo stesso Mario a tradirsi esclamando: “<em>che stupido che sei, Mario</em>” e nell&#8217;ufficio di Maria Antonietta in molti dicono che nella società di import-export, dove lavora il suo compagno, ci sono nascoste le <em>barbe finte</em>, gli 007. Lei non sa neanche cosa siano le <em>barbe finte</em>, è roba da film, è ingenua, è semplicemente innamorata di quell’uomo, ma alla fine chiede in giro e scopre informazioni che le confermano che Mario le nasconde molte cose. Lo affronta, lui all’inizio nega, i due discutono, poi alla fine confessa: “<em>Sono Mario Ferraro, un agente del Sismi, il servizio segreto militare</em>”. Quell’ufficio, quella strana società che si occupa di import-export non è altro che una delle tante ditte di “copertura”: un ufficio distaccato del Sismi che si occupa di traffici internazionali, di armi e di terrorismo. Ma non c’è solo il Sismi in quel palazzo, addirittura qualcuno parla anche di una strana società israeliana e di agenti del Mossad che vanno e che vengono. La prima conseguenza della svelata identità è che il Sismi dopo pochi mesi richiama l’agente in sede, gli fa abbandonare l’ufficio “coperto” di viale Pasteur e lo fa rientrare a Forte Braschi, la sede centrale a Roma.<br />
Fino a quel momento la carriera di Mario Ferraro è ricca di successi, non ultima la promozione al grado di tenente colonnello giunta a giugno del 1995, appena un mese prima della sua tragica scomparsa. Nel 1980, infatti, a soli 31 anni è tenente e passa dall’Esercito al neonato Sismi. Quattro anni dopo viene trasferito nel delicatissimo Ufficio sicurezza interna, la divisione, che sulla carta non esiste, ma che di fatto controlla il lavoro di tutti gli 007 del servizio segreto militare. Il suo ufficio è mascherato, si nasconde dietro l’Istituto per le Relazioni italo-arabe con sede in viale del Policlinico, ed egli riferisce direttamente al direttore, l’ammiraglio Fulvio Martini, nome in codice “Ulisse”, detto il “bastardo”, appena nominato ai vertici del Sismi. Mario Ferraro è un agente operativo, un esperto di affari internazionali, in particolare di traffici di armi ed esplosivi; ha al suo attivo un gran numero di missioni all’estero, un po’ in tutto il mondo. Nel 1986 viene inviato per tre mesi a Beirut dove indaga su traffici di armi. Al suo ritorno viene mandato all’ottava divisione, quella che si occupa di sicurezza industriale e di armamenti, che ha sede proprio in viale Pasteur. È un uomo riservato e sa il fatto suo. Quando viene trasferito a Forte Braschi fa carriera, da capitano a maggiore, lavorando nella divisione controspionaggio, la prima dove si occupa alacremente di flussi migratori. Porta avanti indagini importanti: nel 1993 si reca a Johannesburg, in Sud Africa, e nel 1994 in Somalia. All’Ufficio Sicurezza Interna gli passa per le mani ogni genere di porcheria commessa in giro per il mondo dai suoi colleghi ed è proprio lì che tra il 1984 e il 1988 comincia a inimicarsi un gran numero di persone. Nelle sue memorie, dove sono ben descritte le guerre e le gelosie interne al Servizio segreto militare, si comprende che lui era l’uomo giusto nel posto sbagliato. Nel luglio 1995, poco prima di morire, stava organizzando una missione in Albania: aveva programmato di recarsi a Tirana, dopo le ferie, intorno al 7 agosto. In quel periodo stava lavorando a qualcosa di delicato, forse un traffico tra l’Italia e il Paese delle Aquile, ma nessuno arriverà mai a scoprire di cosa si trattasse.<br />
Una volta svelata a Maria Antonietta la sua identità non cambia solo ufficio, ma modifica profondamente il proprio atteggiamento con lei, nell’arco di un anno, infatti, tra il 1994 il 1995, in lui cambia qualcosa. Il trasferimento e la promozione a tenente colonnello lo avevano inizialmente reso felice, avevano festeggiato con una cena a lume di candela, e lui già pensava all&#8217;imminente divorzio e a programmare per l’autunno le nuove nozze, ma poi improvvisamente era diventato guardingo, sospettoso, quando rientrava dall’ufficio non aveva più il sorriso sulle labbra, come una volta, era pensieroso. Con Maria Antonietta era sempre stato riservato riguardo al suo lavoro, ma ora era evidente che c’era qualcosa che lo preoccupava, che lo faceva tornare teso dall’ufficio e sentire sicuro solo dopo essersi chiuso la porta di casa dietro le spalle. A confermare le sue ansie accadevano sempre più frequentemente alcuni fatti inquietati che lo rendevano ancora più vulnerabile: riceveva diverse telefonate mute al numero riservato di casa, oppure spesso, di notte, solo nel loro attico andava via la corrente, mentre nel resto del palazzo no. Era convinto che qualcuno ce l&#8217;avesse con lui ed era deciso a scoprire chi fosse. Aveva per questo adottato una serie di precauzioni, che, agli occhi della sua compagna erano inspiegabili: parlava raramente al telefono cellulare, usava sempre più spesso i telefoni pubblici, si affacciava dal balcone per controllare le auto in sosta, prima di parcheggiare faceva sempre diversi giri del palazzo fissando lo specchietto retrovisore. Aveva paura di essere pedinato e intercettato, ma non era preoccupato solo per sé, anche per la sicurezza della sua compagna. Fece adottare anche a lei una serie di precauzioni e voleva essere informato di ogni suo spostamento. Le raccomandava, nel caso mancasse improvvisamente l’energia elettrica, di non abbandonare l’appartamento per nessun motivo. La obbligava, quando usciva per fare delle passeggiate, a cambiare sempre orario e itinerario. Il 16 luglio, il giorno della sua morte, Mario, si era liberato di una grande quantità di documenti bruciandoli e buttandoli in un grosso sacco della spazzatura.<br />
Anche mentre Mario è fuori per prendere sigari e gelato, accadono delle stranezze. Non appena l’ufficiale varca il portone di casa Maria Antonietta sente degli strani rumori provenire dall’ascensore del palazzo ma in quel momento non gli dà peso, lo ricorderà solo dopo. Sente lo scatto della fotocellula della porta della cabina ripetersi a intervalli regolari, per parecchi minuti, come se, dirà poi alla polizia, qualcuno stesse cercando di tenere aperta la porta dell’ascensore coprendo le cellule. Passa circa un’ora da quando Mario è uscito e quello strano ritardo insospettisce Maria Antonietta che scende dal terrazzo e rientra nell&#8217;appartamento chiedendo: “<em>Mario sei rientrato? Dove sei?</em>”. Lui non risponde. Dal corridoio la donna vede un po’ di luce che esce dalla porta del bagno leggermente aperta. Si rasserena perché pensa che sia lì e lo chiama ancora, ma dal bagno non esce alcun rumore. Bussa e poi spinge la porta, che però non si apre. Spinge con più forza e la scena che si mostra ai suoi occhi è terribile: Mario Ferraro è impiccato con la cinghia dell’accappatoio, lunga poco più di un metro assicurata al tubo di un appendiasciugamano fissato al muro a circa un metro e venti dal pavimento. La sua posizione è anomale e sospetta, infatti, sebbene egli sembri seduto a terra, il fondo schiena non poggia sulle mattonelle, ma è sospeso a circa dieci centimetri. Il cappio gira attorno al collo dell’ufficiale, è serrato e gli segna la pelle.<br />
Mario è già morto e cianotico, ma, come affermerà poi Maria Antonietta, ha lo sguardo sereno e il collo leggermente reclinato su un lato. La donna è in stato di shock, pensa a tutto, anche che sia uno scherzo, lo chiama ancora, gli tocca la faccia, che è gelida. Afferra le forbici e taglia la cinta. Mario si accascia su se stesso. La donna gli bagna il viso, lo scuote, ma niente. Nessun segno. Nessuna risposta. A questo punto Maria Antonietta entra nel panico, chiama il medico di famiglia, gli dice che Mario sta male, di raggiungerla e di fare presto. Lui le raccomanda di sentirgli il polso, e la rassicura che arriverà presto, sarà infatti lui, più tardi, ad accertarne la morte. Passa del tempo, Maria Antonietta tergiversa, è confusa, si siede, poi torna da Mario e come le aveva detto il medico sente il polso e lì, capisce che è veramente morto. A questo punto chiama Salvatore, uno dei due fratelli di Mario, e gli urla che Mario non c’è più.<br />
I primi a entrare nell’appartamento di Ferraro sono gli agenti del commissariato “Esposizione”. Poi arriva il fratello Salvatore. L’ispettore che redige il primo verbale, quello che verrà poi trasmesso alla Procura, dimentica di scrivere che Ferraro è un agente segreto, perché nel portafogli, come si vedrà in avanti, l’ufficiale ha un tesserino di copertura della polizia. A indagare è il sostituto procuratore Cesare Martellino, di turno quella sera. Piombano in casa anche gli agenti del Servizio segreto militare avvertiti da Maria Antonietta, che, come si accerterà poi, sono alla ricerca di materiale “classificato”, debbono, cioè, come si dice in gergo, bonificare l’appartamento. Lo fanno con gli agenti del commissariato “Esposizione” presenti sulla scena del crimine. Nessuno annota cosa fanno i colleghi dell&#8217;ufficiale, si muovono con disinvoltura, entrano nel bagno, girano per la casa, aprono cassetti, di fatto inquinano la scena.<br />
Mario non può essersi suicidato. Non ci credono familiari e nemmeno Maria Antonietta che è distrutta, isolata. Mentre la polizia scientifica entra ed esce da quel bagno lei resta lì, immobile. È lucida e ripensa subito alla fotocellula dell’ascensore. Osserva poi l’appendiasciugamano, il cappio e grida a tutti: “<em>Come ha fatto a suicidarsi, il portasciugamano è più basso di lui?</em>” Ripensa anche al pomeriggio appena trascorso. Ricorda che prima di andare a letto, subito dopo pranzo, Mario aveva chiuso la serranda della camera ma non quella del salotto che dà su un terrazzo accessibile dal balcone condominiale. Era ossessionato dalla sicurezza, ma per caso quel giorno l&#8217;aveva dimenticata aperta e da lì sarebbe stato possibile entrare nel loro appartamento. C’è un altro fatto: le chiavi. Quando rientrava Mario, proprio perché temeva per la sua incolumità, chiudeva a chiave la porta, metteva il chiavistello e lasciava le chiavi nella serratura dopo aver dato tutte le mandate. Ma quella sera la porta è chiusa a chiave dall’interno e le chiavi non sono infilate nella serratura ma dentro un cassetto. È insolita come cosa, è più che un sospetto per Maria Antonietta che conosce tutte le ritualità del suo uomo. Ferraro non può aver chiuso quella porta in quel modo, mettendo la chiave nel cassetto. Perché non lo ha mai fatto. Allora la donna ripensa subito alla finestra aperta del salotto che da sul terrazzo e si delinea in lei il sospetto che mentre erano a letto, tra le quindici e le diciannove, qualcuno sia entrato, abbia prese le chiavi e ne abbia fatto una copia.<br />
Una possibile ricostruzione, suggerita successivamente da un testimone dell&#8217;inchiesta, Antonino Arconte, è che qualcuno, dopo essere entrato nel loro appartamento dal terrazzo condominiale, abbia preso le chiavi, la cinghia dell’accappatoio e abbia atteso Mario fuori dall’ascensore. Qui lo ha aggredito, incappucciato con una bustina di plastica fino a soffocarlo, lo ha portato nel bagno e lo ha appeso all’appendiasciugamano inscenando il suicidio.<br />
Il fratello di Mario Ferraro, Salvatore commenterà così ai giornalisti quello che ha visto: “<em>ho trovato Mario seduto per terra, aveva un’espressione serena, non quella di un uomo che ha compiuto un gesto disperato. L’avevo sentito al telefono venerdì, tre giorni prima: era tranquillo, non aveva manifestato alcuna apprensione</em>”. Parla anche Maria Antonietta con i giornalisti: “<em>Mario negli ultimi tempi era preoccupato, si sentiva pedinato. Quando era uscito per il gelato, ho sentito strani rumori, ero sul terrazzo, provenivano dall’ascensore del palazzo: lo scatto della fotocellula della porta si ripeteva a intervalli regolari per parecchi minuti, come se qualcuno cercasse di tenere aperta la porta dell’ascensore. Mario non può essersi suicidato</em>”. Maria Antonietta non è la sola ad avere più di un sospetto. Vengono sentiti anche i vicini e si accerta che nessuno, intorno a quell’ora, ha utilizzato l’ascensore. Passano alcuni giorni, la polizia lavora al caso, i giornalisti incalzano Maria Antonietta.<br />
Alla Procura di Roma il 20 luglio si riuniscono, per parlare del caso Ferraro, il procuratore capo Michele Coiro, il pm Cesare Martellino, di turno la sera del fatto, e il sostituto Italo Ormanni. Partecipano anche il capo della Digos, Marcello Fulvi, e quello della Squadra Mobile, Rodolfo Ronconi. In quei giorni vengono sentiti anche gli agenti del commissariato “Esposizione” che per primi hanno visto il corpo di Ferraro. Poi verranno interrogati, come persone informate sui fatti, anche la prima moglie di Ferraro, Lidia D.B., alcuni colleghi del Sismi, Maria Antonietta e i due fratelli dell’ufficiale. In quelle ore si attende, inoltre, l’esito dell’autopsia, affidata alla dottoressa Simona Del Vecchio, e di quattro perizie (medica, tossicologica, istologica e meccanica) ordinate dal pm Martellino.<br />
Dell’operato degli agenti del commissariato non convince, l’aver omesso, nei primissimi atti trasmessi alla Procura, il fatto che Mario Ferraro non fosse un semplice ufficiale dell’Esercito bensì un agente del Servizio segreto militare. Il questore di Roma, Vincenzo Sucato, dispone, infatti, un’inchiesta interna sulle modalità con cui gli agenti del commissariato hanno svolto il primo intervento. La Procura, parallelamente, non tarderà a iscrivere quegli agenti nel registro degli indagati e il 23 luglio cominciano a circolare le prime voci sulle ipotesi di reato che di lì a poco verranno delineate: istigazione al suicidio, poi omicidio a carico di ignoti. Due giorni dopo l’assistente capo Salvatore S. del commissariato “Esposizione”, colui che inviò alla Procura la prima relazione senza l’indicazione dell’appartenenza di Ferraro al Sismi, è indagato. La Procura, nei suoi confronti, ipotizza il reato di omissione d’atti d’ufficio. L’agente si difende ammettendo che nel primo fonogramma non si indicava che Ferraro era del Sismi ma in quello successivo, trasmesso due ore dopo il fatto e in quello inviato in Procura il lunedì mattina, tale indicazione c’era. Dietro quell’omissione, aggiunge l’agente, non c&#8217;era alcuna intenzionalità di nascondere l’appartenenza ai Servizi dell’ufficiale ma solo una dimenticanza.<br />
Il 25 luglio il Capo della Mobile, Rodolfo Ronconi e il sostituto procuratore Italo Ormanni effettuano un sopralluogo nell’appartamento di via della Muraglia Cinese. Con loro c’è anche il medico legale e un ingegnere chiamato dalla Procura a valutare le “forze di trazione” esercitate sull’appendiasciugamano. Rimangono lì dal primo pomeriggio fino alle diciassette e trenta. Con loro c’è anche Maria Antonietta. Intanto un altro pm viene chiamato a occuparsi del caso al fianco di Ormanni e Martellino, è Nello Rossi che diventerà presto titolare delle indagini.<br />
Il 27 luglio gli inquirenti si recano anche negli uffici del Sismi, a Forte Braschi e interrogano i colleghi dell’ufficiale, in particolare uno di quelli che la sera del fatto era entrato nell’appartamento di Ferraro: il generale Silvano Saitta, Capo della prima divisione del Sismi. È un superiore di Ferraro, ma anche un suo amico e per questo nel corso dell’interrogatorio ribadirà più volte ai magistrati di essersi recato a casa di Ferraro a titolo esclusivamente di amicizia in seguito a una drammatica telefonata di Maria Antonietta e solo dopo aver avvertito anche i superiori. L’ufficiale si recò nell’appartamento anticipato da un suo collaboratore che lui stesso aveva allertato. Quello stesso giorno, parlando con i giornalisti, il procuratore capo Michele Coiro si lascia sfuggire che per lui la morte di Ferraro è un omicidio “vero e proprio”. La prima svolta c’è il giorno dopo, il 28 luglio. I magistrati ascoltano per ore Maria Antonietta poi si consultano. Sono passati dodici giorni dalla morte dell’ufficiale e la Procura di Roma decide di procedere per omicidio. In questo modo, rubricando il fatto da suicidio a omicidio, ha a disposizione un più ampio margine di azione e di verifica di tutte le ipotesi. Lo stesso giorno, dopo l’agente del commissariato, la Procura decide di procedere, per abuso d’ufficio, proprio nei confronti del generale Saitta al quale viene contestata la sparizione, dall’abitazione di Ferraro, di un’agenda, di un telefono cellulare, entrambi recuperati, tre giorni dopo, solo dopo un ordine di sequestro emesso dalla Procura, e di una tessera di riconoscimento della Polizia di Stato utilizzata come copertura dall’agente. Per la Procura fu lui a prelevare dall’appartamento di Ferraro gli oggetti. Egli si difenderà affermando che telefono, agenda e tesserino furono portati via dall’appartamento in quanto di proprietà del Sismi, in particolare il cellulare, per tutelare i numeri di altri agenti e le altre informazioni in possesso dello 007. Le prime indiscrezioni sull’autopsia eseguita dalla dottoressa Simona Del Vecchio su delega della Procura di Roma, parlano di una morte perfettamente compatibile con il suicidio, inoltre non sono state rilevate tracce di violenza. L’ufficiale è morto per strangolamento, queste le prime conclusioni dell’anatomopatologo, e il decesso rientra nella casistica dei suicidi. Anche i primi risultati degli esami tossicologici non lasciano dubbi: nessuna traccia di sostanze esterne.<br />
Maria Antonietta non regge la tensione, è sola e ha tutti contro. Il 30 luglio si sfoga per la prima volta ai microfoni del Tg3:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Da un mese e mezzo Mario non era sereno perché sospettava di essere seguito e questo l’ho detto anche ai magistrati. Se aveva timori non me li ha mai trasmessi. Si sappia la verità. Io sono stata sola in questa battaglia. I magistrati hanno capito, sono stati tenaci. Spero che si vada fino in fondo, ma, forse, il nome dell’assassino non si saprà mai.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’11 agosto la donna racconterà inoltre, in esclusiva, al settimanale Panorama, la sua storia con Mario Ferraro, dai giorni in cui lo conobbe come Fabio Marcelli a quella maledetta sera in cui lo trovò morto in bagno.<br />
Nei primi giorni di agosto la lista degli indagati si allunga con il dirigente del commissariato “Esposizione”, Francesco S., e l’ispettore capo Marcello D’A.. Nei confronti del dirigente del commissariato “Esposizione”, Francesco S., e l’ispettore capo Marcello D’A., il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il sostituto Nello Rossi ipotizzano, come nel caso dell’assistente capo Salvatore S., il reato di omissione di atti d’ufficio in relazione al primo verbale dei fatti trasmesso alla Procura con l&#8217;omissione dell’appartenenza di Ferraro al Sismi. Il 4 agosto i pm Ormanni e Rossi interrogano il generale Saitta. Egli ribadisce davanti ai magistrati che la sottrazione dell’agenda, del tesserino e del telefono cellulare dall’abitazione di Ferraro era collegata a una necessità di tutela del segreto. L’alto ufficiale, una volta giunto nell’appartamento al Torrino, insieme a un altro agente del Sismi, prima di prelevare gli oggetti si fece autorizzare da due poliziotti, uno della Digos e uno della Mobile.<br />
Il 18 agosto il Tg3, durante il telegiornale delle 19, diffonde il contenuto di una lettera-memoria di sei pagine, rinvenuta nell’abitazione di Ferraro, in cui l’ufficiale denuncia un conflitto durissimo all’interno del Sismi e manifesta il timore di essere ucciso. Qui l’ufficiale del Sismi fa riferimento a una missione a Beirut che un suo superiore, Bruno Boccassin, gli aveva chiesto di compiere con la massima segretezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Tg3 legge alcuni passaggi della lettera:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Francamente che qualcosa non andava o perlomeno che l’operazione non era fine a se stessa lo avevo percepito proprio mentre il buon Boccassin mi dava l’incarico. Era imbarazzato, rosso in viso (sono i classici sintomi di quando uno dice una bugia) occhi e sguardo abbassati…</em></p>
<p style="text-align: justify;">Scrive ancora Ferraro:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Anche Armando Fattorini dice che sto facendo una cazzata e che Boccassin gli aveva detto espressamente che ormai mi aveva utilizzato per quello che doveva e che quindi era giunto il momento di disfarsene. Usa e getta, è questo il motto che Boccassin avrebbe detto ad Armando Fattorini consigliandolo di fare altrettanto.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il Tg3 Ferraro interpreta alcune frasi riportategli da colleghi:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Speriamo che non torni con i piedi avanti. Ad Armando Fattorini era rimasto impresso il tono e la freddezza con cui (Boccassin) aveva detto questa frase, come se lo dava per scontato e senza preoccuparsi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poi Mario Ferraro fa un&#8217;altra riflessione, prima di concludere:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Come fa uno come Boccassin servendosi di me a far fuori un uomo così… </em>(si riferisce all’uomo del Sismi di Beirut)<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La lettera si chiude così:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Vendetta per i mafiosi: Armando Fattorini, Bruno Boccassin, Rajola, Cersa e Benito Rosa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">In pratica l’agente elenca i vertici di Forte Braschi: Armando Fattorini, scomparso nel 1986, nel 1984 è capocentro a Fiumicino, Bruno Boccassin, è capo della divisione di cui fa parte Ferraro, Luca Rajola Pescarini è capo della seconda divisione, quella che si occupa di servizi all’estero, Pasquale Cersa è capo del personale del Sismi, e Benito Rosa è Capo di Stato Maggiore del Sismi.<br />
Il Tg3 confermerà, nel corso dello stesso servizio, che sul passaporto diplomatico del colonnello Ferraro c’è un visto per Beirut del 1986 e ipotizza che la memoria sia stata scritta prima di quella missione.<br />
In casa dell’ufficiale, allegato a un’altra lettera, scritta almeno un anno prima, verrà rinvenuto anche un cedolino di una polizza sanitaria stipulata con la compagnia Ina. Nella lettera, che di fatto non è un testamento, Ferraro dà anche precise disposizioni: “<em>desidero che l’importo, di cui allego la ricevuta, sia devoluto a Maria Antonietta Viali</em>”. Ma le polizze sanitarie non hanno un importo a differenza di quelle sulla vita. Secondo gli inquirenti Ferraro nella lettera non si riferisce a quel cedolino bensì a un’altra polizza di cui però nell’appartamento non vi è traccia. Si trova, invece, un fondo del Ministero della Difesa, una sorta di indennità di cravatta, a favore di Ferraro che ammonterebbe a circa cinquanta milioni di lire. La somma corrisponderebbe alle indicazioni di Ferraro, cioè di destinare quei soldi alla donna, ma non è chiaro perché allegò alla lettera solo la ricevuta di una polizza sanitaria.<br />
Maria Antonietta, che intanto aveva perso anche il lavoro, non verrà mai in possesso di quei soldi e, il 31 agosto, parla delle polizze all’Ansa:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Certo, ero a conoscenza di quella polizza sanitaria, ma si trattava di un contratto che Mario aveva sottoscritto circa sette anni fa, prima di conoscere me, e che aveva intestato oltre che a se stesso anche a sua moglie e a sua figlia. Io non c’entro proprio nulla. Di quel fondo di 50 milioni per altro non so proprio niente, so che Mario ha lasciato una lettera che ho consegnato alla magistratura insieme con altri documenti ma non mi risulta che si parlasse di quella cifra o di altro. Questa vicenda mi ha distrutto sono uscita allo scoperto per difendere la memoria del mio uomo e adesso mi ritrovo senza lavoro anche a causa di tutte le sciocchezze che sono state dette.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La Procura di Roma lavora anche ai tabulati del cellulare di Ferraro, ma ci sono delle evidenti stranezze: l’uomo, non ricevette e non effettuò chiamate per un mese, dal 16 giugno fino al giorno della morte. Per la Procura questa circostanza risulterà “inverosimile” e anche per Maria Antonietta che dichiarerà, sbalordita, che da quei tabulali della Telecom sono scomparse le decine di chiamate, anche più di una al giorno, che lei stessa faceva al suo compagno e che lui faceva o riceveva in sua presenza. Nel suo ufficio, a Forte Braschi, gli inquirenti trovano un catalogo di libri con cinque titoli sottolineati: riguardano tutti storie di suicidi e morti sospette.<br />
A novembre i magistrati ascoltano l’ex capo del Sismi, l’ammiraglio Fulvio Martini, in carica come direttore al Sismi dal 1984 al 1991, e altri ufficiali del Servizio. Gli inquirenti, con questo atto, intendono appurare se i vertici del Sismi erano a conoscenza del fatto che da un’indagine interna svolta da Mario Ferraro (compiendo anche intercettazioni) era emerso che nel 1986 due ufficiali del servizio segreto militare avevano chiesto e ottenuto del denaro (80 milioni in parte in oro e in parte in contante) da un imprenditore che doveva fornire a Forte Braschi apparecchiature elettroniche per lo spionaggio. Ferraro, in quel periodo faceva parte della Divisione sicurezza interna e nell’ambito delle sue mansioni aveva indagato su quelle tangenti. I due ufficiali in questione si ritroveranno indagati per concussione. Si tratta dei generali, nel 1995 già in pensione, Vincenzo Dell’Elce e Tindaro Italiano. Entrambi dirigevano la quinta divisione del Sismi, quella che si occupa di intercettazioni, microspie e altre apparecchiature elettroniche per lo spionaggio. L’inchiesta, nata dalle indagini sulla morte di Ferraro, era partita dopo il ritrovamento in casa dell’ufficiale di alcune cassette registrate in cui egli parla con un imprenditore di un caso di concussione facendo anche i nomi dei due ufficiali. I magistrati puntano a capire se proprio da quelle delicate e fastidiose indagini interne compiute dall’agente siano emersi degli illeciti o se il Sismi omise di denunciare fatti di rilevanza penale alla magistratura.<br />
Non mancano testimonianze, confessioni-depistaggio e scritti anonimi sulla morte di Ferraro: uno in particolare, sotto forma di esposto e firmato “<em>Un anonimo</em>”, viene recapitato il 9 aprile 1996 alla Procura di Roma e per conoscenza al quotidiano Il Messaggero:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Riferimento delitto Mario Ferraro della scorsa estate un anonimo abitante in via della Grande Muraglia, 46 già a suo tempo riferito ai competenti uffici giudiziari di aver visto quella sera in cui fu ucciso alto ufficiale ho notato Antonio C. dipendente del Sisde coinquilino dello stesso Ferraro sostare nel pianerottolo del suddetto Ferraro l’ho notato salire le scale a fatica come se avesse un impedimento fisico. Ora a distanza di qualche mese il C. ha cambiato </em><em>residenza dopo di questo mi permetto ancora una volta di segnalare queste anomalie dato che non è stato fatto un minimo di indagine ma veramente questi agenti possono permettersi tutto senza essere minimamente sospettati.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Effettivamente nel palazzo, dove si consuma la tragedia di Mario Ferraro, c’è qualcosa di strano. C’è uno insolito viavai di &#8220;spioni&#8221; in quella zona, l’anonimo, addirittura, indica alla procura il nome di un agente del Sisde, Antonio C., ma in quelle stesse ore circola anche un’altra e più insistente voce: sotto l’appartamento di Ferraro, ci sarebbe stato un altro ufficio coperto del Sismi, un’altra società di copertura costituita ad hoc per proteggere l’attività di controspionaggio.<br />
Una fonte attendibile conferma infatti che, non si sa bene a quale piano e se fosse stato in uso al Sismi o al Sisde, nel corso della notte, quando la polizia aveva ormai abbandonato il palazzo e il corpo di Ferraro era già all’obitorio, alcuni agenti segreti avrebbero bonificato a fondo l’appartamento, svuotandolo completamente di ogni cosa e caricando tutto su un furgone. Gli 007, per compiere questa operazione, avrebbero atteso che tutto si fosse calmato, per poi entrare in azione. Il motivo per cui quell’ufficio fu abbandonato solo poche ore dopo la morte dell’ufficiale, le identità degli agenti che operavano sotto copertura al suo interno e quale sia il ruolo di Antonio C. in questa storia, sono tutte domande che non avranno mai una risposta.<br />
Si dirà anche che lo stesso attico di Mario Ferraro era di proprietà a sua volta di una società di copertura dei Servizi. Ma a smentire quest’ultima circostanza sarà la stessa Maria Antonietta, che riferirà ai magistrati di aver preso in affitto quell’appartamento dall’Enpam, sottoscrivendo a suo nome un regolare contratto.<br />
Di cose strane da questo momento se ne dicono tante, cominciano infatti a parlare diversi personaggi, apparentemente non collegati, che da una parte all’altra del paese improvvisamente svelano rapporti diretti o semplici riferimenti alla figura di Mario Ferraro che sembra delinearsi più complessa e misteriosa di quanto fosse emerso fino ad ora.<br />
Il 21 dicembre, infatti, i pm che indagano sulla morte dell’agente del Sismi, interrogano un ufficiale della Guardia di Finanza in relazione ad alcune dichiarazioni rilasciate dal faccendiere siciliano Francesco Elmo, supertestimone dell’inchiesta della Procura di Torre Annunziata, denominata “Cheque to cheque” che tenta di fare luce su un traffico internazionale di valuta, armi e preziosi. Elmo dichiara si essere stato un informatore del Sismi e di avere avuto l’ordine di controllare un agente della Cia, Roger D’Onofrio. A chiedergli di controllare l’agente americano sarebbe stato un ufficiale di Forte Braschi che si era presentato con il nome di Bobby. Elmo farà mettere a verbale che Bobby in realtà era Mario Ferraro. D&#8217;Onofrio, ha 72 anni, è italiano di origini, di Solopaca in provincia di Benevento, paese che ha lasciato nel 1957. Fino al 1993 è stato uno dei funzionari più importanti di Langley; in Italia, tuttavia, si è già sentito parlare di lui nel 1983, nell’ambito di un’altra indagine e sempre per un traffico di armi verso il Medio Oriente. D&#8217;Onofrio finirà in manette il 2 dicembre 1995: i pm di Torre Annunziata &#8211; dopo aver raccolto le rivelazioni di tre indagati nell’ambito di “Cheque to cheque”, Enrico Urso, lo stesso Francesco Elmo e il belga Jean Luc Herigers &#8211; lo andranno a catturare proprio a Solopaca, dove era tornato a godersi la pensione. Le cronache di quei giorni raccontano che l’agente della “ditta” sarebbe stato uno degli uomini di maggior rilievo, addirittura il regista, se non il promotore, dell&#8217;organizzazione che traffica in armi, valuta e preziosi e per gli inquirenti di Torre Annunziata vantava, grazie al suo ruolo di spione, anche contatti con Cosa nostra negli Stati Uniti. Forse il Sismi è interessato a questo agente della Cia proprio perché avrebbe svolto un ruolo fondamentale nel commercio clandestino di materiale bellico proveniente dalla Croazia e fatto arrivare in Italia via Albania dove negli ultimi tempi si erano concentrate le missioni e le indagini di Mario Ferraro. Di questo aspetto si occuperà anche un&#8217;inchiesta di Mixer, il cui servizio va in onda il 4 marzo 1996, dal quale emerge che l’alto ufficiale del Sismi si stava occupando di un traffico di titoli di credito clonati, di speculazioni valutarie e di un traffico di armi per 4500 miliardi di vecchie lire tra l&#8217;Italia e alcuni paesi dell&#8217;Est, in particolare l&#8217;Albania.<br />
Successivamente, nell’aprile del 1996, l’antiquaria milanese Stefania Ariosto teste “Omega” del processo per corruzione giudiziaria contro l’ex parlamentare di Forza Italia Cesare Previti, si presenta in procura a Roma, dopo aver parlato anche con i giudici di Milano, e racconta ai pm che indagano sulla morte di Mario Ferraro che lo 007 dava fastidio proprio a Cesare Previti. Fa riferimento in particolare a una conversazione ascoltata dalla donna mentre, nell&#8217;estate del 1994, si trovava a bordo di uno yacht in navigazione all&#8217;Argentario. La Ariosto giura di aver sentito Previti &#8211; che allora era ministro della Difesa del governo Berlusconi &#8211; parlare della ristrutturazione dei servizi e dire: “<em>C&#8217;è un certo Ferraro che mi sta creando dei problemi</em>”. È un “<em>osso durissimo</em>”, avrebbe aggiunto ancora il ministro.<br />
Alcuni indizi collegherebbero, ancora, Ferraro all’uccisione di un altro agente del Sismi, il maresciallo Vincenzo Li Causi, morto, in circostanze altrettanto misteriose, durante un conflitto a fuoco in Somalia, il 12 novembre 1993. Li Causi, Ferraro, nomi che compariranno più volte nell’inchiesta sull’uccisione, avvenuta sempre in Somalia, della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e del suo cameraman Mirhan Hrovatin. Tali oscuri legami emergeranno, ancora una volta, dalle dichiarazioni di Francesco Elmo. Secondo quanto riferirà Fausto Bulli, che finirà nei guai per aver tentato di rifilare una “bufala” alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, Ferraro avrebbe fornito alla giornalista informazioni utili a smascherare le connivenze del Sismi in traffici di armi con la Somalia e per questo sarebbe stato ucciso con la messinscena del suicidio nel bagno.<br />
La morte di Ferraro si intreccia anche con il caso di Davide Cervia, l’esperto di guerra elettronica scomparso, e mai più ritrovato, da Velletri il 13 settembre 1990. Un ex sergente della Marina Militare, Luigi D’A., (processato per calunnia su denuncia dei familiari di Ferraro e condannato a un anno di reclusione), dichiarerà, infatti, che a organizzare il sequestro di Cervia, compiuto dagli iracheni, era stato proprio l’agente Mario Ferraro.<br />
Altre rivelazione inquietanti arrivano dalle dichiarazioni di uno strano personaggio, Franco Fuschi, padovano di nascita, ex incursore della Marina Militare, tiratore scelto e grande esperto di armi da fuoco. Lasciata la Marina, nei primi anni Settanta si trasferisce a Mattie in Valsusa dove si dà all’agricoltura. A un certo punto l’uomo si autoaccusa di aver compiuto undici omicidi riusciti e altri due tentati che sarebbero stati compiuti, tra il 1977 e il 1994, nella provincia di Torino. Fuschi è un personaggio strano, davanti ai magistrati si accolla ogni sorta di stragi e delitti, anche i più inverosimili. Per esempio: dice di aver piazzato la bomba a Piazza Fontana, di essere implicato nella morte di Roberto Calvi, il banchiere trovato impiccato sulle rive del Tamigi, e si autodefinisce più volte uno 007 al soldo dei Servizi. A un certo punto l’uomo parla anche di Ferraro: “<em>Si lo conoscevo &#8211; giura ai magistrati &#8211; tre delitti mi furono commissionati proprio da lui</em>”.<br />
C’è un altro suicidio, un’altra morte sospetta, che si collegherebbe, passando per l’Albania, al destino di Mario Ferrato. Un’altra pista, subito battezzata dai giornali come la “pista albanese”, che verrà battuta dagli investigatori e che porta a Vetralla, in provincia di Viterbo. Lì il 4 luglio 1995, cioè dodici giorni prima la morte di Ferraro, si era tolto la vita il 53enne Roberto Pancani direttore generale della Banca Italo-Albanese, dove, secondo gli inquirenti, sarebbero transitati fondi e titoli sospetti. La morte di Pancani è sospetta quanto quella di Ferraro: si sarebbe suicidato nei giardini pubblici di Vetralla sparandosi un colpo di pistola alla tempia, con una 7,65 priva di caricatore. In realtà a tutti sembra un’esecuzione, i familiari dicono che il direttore negli ultimi tempi era preoccupato, teso e accennava spesso al fatto di essere stato costretto ad autorizzare operazioni finanziarie illegali passate per la sua banca. Operazioni, credono gli inquirenti, che sarebbero finite anche sotto la lente del Sismi e in particolare dell’agente Mario Ferraro che nell’ultimo periodo stava lavorando molto su Tirana. Anche la compagna di Ferraro accennerà, parlando con gli investigatori, ad alcune telefonate intercorse tra il suo compagno e un tale di nome Pancani.<br />
Addirittura salta fuori anche uno strano documento del Ministero della Difesa che lega la morte di Mario Ferraro al sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Si tratta di una velina &#8220;a distruzione immediata&#8221;, tuttavia mai distrutta, battuta a macchina su carta filigranata azzurrina, che riferisce circostanze non di poco conto. L’oggetto della velina, datata 2 marzo 1978 &#8211; cioè quattordici giorni prima l’agguato di via Fani (16 marzo 1978) che permetterà alle Brigate Rosse di sequestrare il presidente della DC Aldo Moro &#8211; è:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Autorizzazione ministeriale a G-219. È autorizzato ad ottenere informazioni di 3° grado e più, se utili alla condotta di operazioni di ricerca contatto con gruppi del terrorismo M.O. </em>(mediorientale, NdA)<em> al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’On. Aldo Moro.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, invece, il testo della strana velina:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Ai fini dell’autorizzazione sopra detta la condotta di operazioni di ricerca da parte del personale militare e Marinai Servizio Macchine ed ex fuochisti della Marina Militare, di cui all’Organizzazione Gladio, la suindicata ordinanza dovrà essere eseguita agli ordini e dipendenze di G-216. Si certifica che il latore della presente, Macchinista Navale, in forza dal 06.03.1978 sul M/n Jumboemme Matricola G-71VO155M classe 1954 ha ricevuto in consegna il plico contenente n. 5 Passaporti e questo ordine diramato dal S.I.M.M. presso l’Ammiragliato e proveniente dal Ministero della Difesa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo elemento discordante è proprio il fatto che qui si parla della liberazione di Aldo Moro quattordici giorni prima del suo sequestro. All’interno del documento, firmato da un capitano di vascello, si fa riferimento, poi, a due “gladiatori”, G-216 e G-71. La velina viene prelevata a Roma da G-71 e recapitata via nave dallo stesso a Beirut il successivo 12 marzo, cioè quattro giorni prima della strage di via Fani. I “gladiatori” sono gli 007 che appartengono a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_Gladio" target="_blank">Gladio</a>, nome di un&#8217;organizzazione clandestina di tipo “stay-behind” promossa dalla Nato per contrastare un eventuale invasione sovietica dell&#8217;Europa occidentale. A rivelare l&#8217;esistenza di Gladio nel nostro Paese è per la prima volta, il 24 ottobre 1990, alla Camera, Giulio Andreotti, l&#8217;allora capo del Governo. Quando la sua esistenza diviene pubblica viene diffuso anche l&#8217;elenco dei 622 “gladiatori”, un elenco che è considerato ancora oggi incompleto. Il Sismi all’epoca aveva una divisione, la settima, che sovraintendeva a Gladio. Detto questo è necessario scoprire chi si nasconde dietro quelle due sigle, G-71 e G-216. Il primo, colui che avrà nelle mani la busta contenente quella velina diretta a Beirut, è anche il gladiatore che diffonderà questo documento: Antonino Arconte. Mentre chi si cela dietro G-216, a detta dello stesso Arconte, è proprio il colonnello del Sismi Mario Ferraro. Il documento regge anche la prova della perizia, nel 2002, infatti, la dottoressa Maria Gabella, esperta nella studio di tracce e di documenti, consulente di numerose procure italiane nelle indagini sulle Br, certificherà, anche su richiesta del periodico Famiglia Cristiana, che quella velina è autentica. La dottoressa Gabella, dopo una attenta analisi al microscopio a scansione, non ha dubbi: “<em>quel documento non è recente, ha almeno tre anni e mezzo, il che non esclude che sia ancora più “antico”; non è un manufatto dozzinale; se falso, è opera di esperti</em>”. Arconte, G-71, dopo essere uscito allo scoperto, nel 1996 realizza un sito internet dove racconta la sua storia e poi scrive anche un libro dove ricostruisce così il tragitto di quella velina da Roma a Beirut:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Sulla carta era una missione molto semplice: avrei dovuto ricevere da un nostro uomo a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare ad Alessandria d&#8217;Egitto. Dovevo poi aiutare alcune persone a fuggire dal Libano in fiamme, nascondendole a bordo della nave. Ma c&#8217;era un livello più delicato e più segreto in quella missione. Dovevo infatti consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut. In quella busta c&#8217;era l&#8217;ordine di contattare i terroristi islamici per aprire un canale con le BR, con l&#8217;obiettivo di favorire la liberazione di Aldo Moro.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Antonino Arconte parla lungamente della vicenda di Mario Ferraro e di quella velina anche con me, nel corso di alcuni colloqui via e-mail:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Ci eravamo visti </em>(con Ferraro, NdA)<em> in quell&#8217;anno </em>(l’anno della morte di Ferraro, NdA)<em> a marzo, credo il 29 marzo 1995, all&#8217;Eur a Roma, sotto casa sua c&#8217;era un bar tabacchi, lo stesso dove doveva acquistare le ultime sigarette.</em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Poi ci vedemmo al terminal Tirrenia di Olbia a giugno, credo di ricordare verso metà del mese, mi consegnò quel documento </em>(la velina, NdA)<em> e mi disse di averne altri e di attendere sue notizie per decidere se partecipare con me alla denuncia pubblica del tutto.</em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Poco meno di un mese dopo lessi che l&#8217;avevano suicidato. Come puoi capire non ebbi dubbi che si trattasse di assassinio simulato da suicidio, anche senza conoscere le modalità di esecuzione, ma la stessa cosa accadde con Gardini, eppure&#8230; simulazione perfettamente riuscita, anche se maldestra! Qualcosa vorrà dire, no? Anche lui </em>(Ferraro, NdA)<em> era stato fatto oggetto di inchieste giudiziarie di tipo persecutorio e intimidatorio&#8230; un classico! Ma ha tentato di ricattare (anche se in maniera legittimata da tutta la situazione) coloro che pretendevano il silenzio e questo è stato un errore fatale: i morti non parlano!”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Prosegue ancora G-71:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Io so, però, che sulla vicenda di G-219 come su altre è calato il silenzio e il segreto. Se pensi che la morte di G-65 (il gladiatore Tano Giacomina, NdA) a Capo Verde è stata sepolta da una nota del Sismi utilizzata per spingere il gip ad archiviare l&#8217;inchiesta per omicidio in maniera assurda e a negare la riesumazione chiesta dal padre. Che ci possiamo fare? Come dice il saggio: questo è il paese. Del resto, come ben saprai, uno che finisce dichiarato suicida nei modi e tempi della vicenda Ferraro&#8230; non possono permettere che se ne parli troppo. Occorre mettere a tacere tutto e subito. Da parte mia, però, sbagliano, perché questo è un popolo ormai abituato a sentire di tutto e a fregarsene, se non per pochi che protestano, anche se rendessero pubbliche quelle inverosimiglianze non succederebbe proprio niente.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lo 007 di Gladio, a questo punto, immagina un possibile scenario in cui si sarebbe consumata la tragedia:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Lo scenario era quello di tre persone arrivate con l’ascensore che l&#8217;hanno preso per le braccia, uno ha stretto un cappio intorno al collo e l&#8217;hanno strangolato quando è uscito per andare all&#8217;ascensore a prendere le sigarette. Poi dovevano simulare un suicidio e sono entrati in casa. Essendo G-219 abbastanza robusto non sono riusciti a far di meglio che attaccarlo al portasciugamani. Nessuna magistratura potrebbe archiviare come suicidio una cosa simile, quella Italiana sì. Noi in Italia abbiamo suicidi che si mettono la pistola nella cintura dopo essersi sparati. E altri che la poggiano sul tavolino all&#8217;uscita della camera dove si sarebbero sparati, senza toccare la pistola e usando guanti per evitare tracce di polvere che sono anche spariti, ma la magistratura corregge questi “errori” e archivia come suicidi. Poi i protagonisti di questi depistaggi fanno tutti carriere brillantissime. Uno è presidente della&#8230; non farmelo dire.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo sembra voler suggerire che l&#8217;esistenza di una rete nascosta di Gladio potrebbe essere all&#8217;origine della strana morte del colonnello Mario Ferraro che sarebbe stato ucciso perché reo di aver divulgato, tramite G-71, i contenuti di un documento classificato che proverebbe che i servizi, cioè Gladio, erano a conoscenza, almeno quindici giorni prima, che Aldo Moro sarebbe stato sequestrato. Il sospetto finisce sui giornali il 23 luglio, otto giorni dopo la sua morte, con una lunga serie di dichiarazioni rilasciate all’Ansa. L’ex presidente della Commissione Difesa della Camera, Falco Accame, esperto di questioni militari e di intelligence, riferendosi alla morte di Ferraro, pone una serie di interrogativi e chiede di fare luce sulla circostanza che nell’abitazione di Ferraro sia stata sequestrata una tessera da commissario di polizia con la foto di Ferraro. &#8220;<em>I Servizi per legge possono svolgere solo compiti di intelligence e non di polizia giudiziaria. Il rilascio illegale della tessera di commissario prevedeva l&#8217;esecuzione di particolari operazioni non previste dalla legge e quali?</em>” è solo uno degli interrogativi che avanzerà in quelle ore Accame. Altro punto: &#8220;<em>Premesso che sia vero: a quale titolo è stata concessa l&#8217;autorizzazione ad agenti dei Servizi di entrare nella casa di Ferraro con compiti che ovviamente la legge non consente loro.</em>&#8220; Per il parlamentare il “presunto suicidio del colonnello Ferraro” potrebbe essere stato determinato dalle polemiche nate all&#8217;interno dei servizi segreti dopo le inchieste, abusivamente condotte, dall&#8217;Ufficio interno di sicurezza, di cui Ferraro faceva parte tra il 1986 e il 1987. Un ufficio, chiarirà Accame, che non era previsto dalla legge: “<em>fu istituito abusivamente, dopo essere esistito sotto altra forma già all&#8217;epoca del colonnello Musumeci. Il colonnello Ferraro è morto in circostanze non ancora chiare, denunciò addirittura la presenza di una cupola mafiosa all&#8217;interno dei Servizi</em>”. “<em>C&#8217;è da chiedersi quali inchieste siano state condotte dal nucleo di ufficiali che facevano parte dell&#8217;Ufficio interno di sicurezza del Sismi e quali soggetti hanno riguardato. Non c&#8217;è da escludere che le inchieste avessero creato delle forti tensioni interne al Servizio</em>”. Accame conosce il sottobosco e ci mette poco ad arrivare al nocciolo del discorso. Quell’ufficio, secondo l’ex presidente della Commissione Difesa della Camera, per esempio, potrebbe essersi occupato di questioni scomode che vanno dall’uso, assai disinvolto, dei fondi riservati, delle fonti “fasulle” pagate dai Servizi e delle società di comodo facenti capo a persone dei Servizi. Ma nel mirino di questo Ufficio sarebbero finite anche altre questioni, sempre secondo il parlamentare: assunzioni clientelari e vari contrasti interni sull&#8217;operato degli 007, la mancata comunicazione all&#8217;autorità giudiziaria di fatti illeciti e la copertura, che di fatto c’è stata, sulla vicenda Gladio di cui la direzione di sicurezza del Sismi si era di certo occupata.<br />
Siamo alle conclusioni. Per la procura è suicidio. Ferraro si è impiccato perché era depresso a causa della morte della figlia e per la separazione dalla moglie. Il pm Nello Rossi si arrende e presenta un’istanza di archiviazione al gip del tribunale di Roma. Alla fine l’inchiesta della Procura, partita inizialmente contro ignoti per istigazione al suicidio e successivamente rubricata in omicidio per la necessità di svolgere ulteriori accertamenti tecnici, conclude che la morte del colonnello Ferraro è compatibile con l’ipotesi suicidiaria e verrà archiviata dal giudice per le indagini preliminari il 1° ottobre 1999. Nessun omicidio. Nessuna istigazione al suicidio. Nessun complotto dietro una morte con tante stranezze. Le perizie, gli esami tossicologici non danno adito a dubbi. Tutto conferma l’ipotesi di un atto autolesionista. La perizia meccanica, una delle quattro ordinate dal pm, tuttavia, evidenzia una stranezza: la cinta dell’accappatoio con la quale si sarebbe tolto la vita Ferraro si sarebbe dovuta strappare, non avrebbe potuto resistere oltre i cinquanta chili di carico. Ferraro, come già accennato, era un uomo robusto, pesava 86 chili, quindi ben oltre quella soglia. Ma non è tutto. Sempre secondo la perizia meccanica le quattro viti a tassello che reggevano l’appendiasciugamano in ottone a cui Ferraro avrebbe assicurato la cinta, a poco più di un metro dal pavimento, sotto quel carico, avrebbero dovuto cedere, staccarsi dal muro. Invece Ferraro viene trovato quasi seduto a terra, con il collo leggermente reclinato, l’espressione serena. La cinta era intatta, l’ha tagliata Maria Antonietta nel disperato tentativo di salvargli la vita, e la staffa dell’appendiasciugamano era ancora ben salda alla parete. Anche la perizia istologica parla di stranezze, due ecchimosi sul collo, compatibili con un’azione di soffocamento, sono delle strozzature, pressioni eseguite in tempi diversi; mentre quella medico-legale e quella tossicologica parlano di suicidio. Non basta, è poco. La dinamica della morte viene definita comunque insolita da destare perplessità, ma non sono emersi elementi specifici che facciano pensare a un delitto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>© Fabrizio Colarieti – Editing Marina Angelo (per <a href="http://www.nottecriminale.it/" target="_blank">nottecriminale.it</a>)</em></p>
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		<title>Notte Criminale: parla Carmine Schiavone, il re dei Casalesi</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 11:02:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Colarieti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-651" title="carmine schiavone" src="http://www.colarieti.it/wp-content/uploads/2011/11/carmine-schiavone-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Mercoledì 9 novembre, durante la conferenza stampa di presentazione di <a href="http://www.nottecriminale.it/" target="_blank">Notte Criminale</a>, il primo web magazine dedicato alla criminalità italiana di ieri e di oggi, prevista per le 11.30 a Palazzo Wedekind, in Piazza Colonna 366 a Roma, interverranno l’editore Alessandro Ambrosini, il direttore, Marina Angelo, il magistrato-scrittore Otello Lupacchini, l’avvocato-scrittore Gianluca Arrighi, il web master Paolo Cambiaghi. Poi, grazie all’esclusiva intervista concessa a Fabio Di Chio per Notte Criminale, la parola passerà al super pentito di camorra <strong>Carmine Schiavone</strong> (<em>nella foto</em>). Appetitosi particolari tra mafia e camorra verranno raccontati dal cugino di Sandokan, ormai 68enne, fondatore dei “Casalesi s.p.a.” accusato di concorso nell&#8217;omicidio di oltre 50 persone, condannato a 8 anni di arresti domiciliari scaduti nel 2001 grazie ai benefici riconosciuti ai pentiti, e pilastro del processo anticamorra Spartacus, che sempre a Di Chio nel 2009 concedeva la sua unica intervista.</p>
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