Volevano uccidere Anemone?

anemoneQualcuno voleva morto il costruttore Diego Anemone, il principale protagonista delle inchieste sui grandi appalti, dai Mondiali di nuoto al G8 a La Maddalena, che ristrutturò il quartier generale dell’Aisi a Roma? Proprio la stessa agenzia di intelligence che con un’informativa top secret alla direzione della Casa circondariale di Rieti, dove il costruttore era detenuto tra febbraio e maggio del 2010, riferì dell’esistenza di un piano che puntava ad eliminarlo. I Servizi informarono il direttore dell’istituto che la vita dell’imprenditore poteva essere a rischio, non all’esterno, cioè dal momento in cui fosse stato rimesso in libertà, bensì proprio tra le mura del carcere. La polizia penitenziaria da quel momento in poi sorvegliò a vista la sua cella e non lasciò mai solo Anemone, neanche durante le ore che il costruttore trascorreva negli spazi comuni insieme agli altri detenuti. A un ristretto numero di agenti di custodia fu assegnato l’incarico di sorvegliarlo, anche di notte, fino al giorno della sua scarcerazione, il 9 maggio 2010. La segnalazione giunta alla direzione del carcere – secondo quanto ha appreso Il Punto – era sintetica, solo poche righe nel gergo dell’intelligence per riferire che il Servizio segreto civile aveva appreso, da fonti ovviamente non specificate, che la vita del maggiore indagato delle inchieste sulle cricche era seriamente in pericolo.
IL CAFFE’ DI SINDONA. Non è dato sapere chi informò gli 007 dell’esistenza di un piano che puntava ad assassinare Anemone, forse avvelenandolo dietro le sbarre con quel metodo noto nei penitenziari italiani come il “caffè di Sindona”. Così come non è nota la circostanza se l’indagato numero uno delle inchieste sui grandi appalti condotte dalle procure di Firenze, Perugia e Roma fosse stato informato che qualcuno stava attentando alla sua vita. L’unica cosa certa è che non accadde nulla di tutto questo. Anemone e i Servizi, e questo, invece, è un dato riscontrabile negli atti delle inchieste che lo vedono coinvolto, erano certamente in rapporti fin dal 2002. Fu proprio il costruttore romano, attraverso la società Medea Progetti e Consulenze, a ristrutturare l’attuale sede romana dell’Aisi, a Piazza Zama. Un’opera gigantesca e costosa – 12 milioni di euro spesi in tutta fretta – , dove il Servizio segreto civile ha trasferito negli anni gran parte dei suoi insediamenti operativi della Capitale abbandonando alcune sedi storiche nel quartiere Prati. Per Anemone quell’opera fu un affare, per lo Stato meno. L’intervento di ristrutturazione riguardava due palazzine e secondo le stime del Sisde doveva costare circa 2 milioni di euro. Nel 2003 il provveditore alle Opere pubbliche del Lazio, Angelo Balducci, affida l’appalto con un ribasso del 6% ad Anemone che ha 3 milioni a disposizione per rimettere a nuovo la caserma. La somma non basta, l’imprenditore se ne lagna, ha già buoni contatti, e alla fine ce ne vorranno altri 9 per ultimare i lavori. Anemone, poco dopo la ristrutturazione del centro di Piazza Zama, riesce, grazie ai suoi legami con l’intelligence e con Palazzo Chigi, a far trasferire suo cognato dalla polizia all’Aisi, incarico che quest’ultimo abbandonerà proprio a seguito dell’inchiesta.
LA CRICCA E L’INCHIESTA. Secondo gli inquirenti, e i riscontri compiuti durante le indagini sulla cricca, l’uomo chiave che legava così tanto l’imprenditore romano all’intelligence era il generale della guardia di finanza, Francesco Pittorru, che proprio nel 2002 approdò al Dipartimento logistico-amministrativo del Sisde. Pittorru finirà poi sotto inchiesta, insieme ad Anemone, per concorso in corruzione nel filone legato alla ristrutturazione della sua abitazione in via Merulana (sequestrata a giugno dello scorso anno dalla polizia tributaria), acquistata con un contributo di 700mila euro che secondo gli inquirenti Anemone avrebbe messo a disposizione dell’ufficiale dei Servizi. L’acquisto e la ristrutturazione della casa del generale, secondo il pm Ilaria Calò della procura di Roma, sarebbe avvenuto proprio nel momento in cui la Medea Progetti e Consulenze si aggiudicava il mega appalto per la ristrutturazione della caserma Zignani di Piazza Zama. A riprova che Anemone e lo 007 erano molto legati c’è anche un’atra circostanza, già oggetto di accertamenti da parte della magistratura, e cioè l’assunzione della figlia dell’ufficiale al Salaria Sport Village, il villaggio sportivo di Anemone finito in prima pagina e frequentato dai pezzi grossi della cricca.
LA SITUAZIONE ANEMONE. Diego Anemone è attualmente sotto processo a Roma, insieme ad altri 17 tra funzionari pubblici, imprenditori e liberi professionisti per aver fatto parte del cosiddetto “sistema gelatinoso” che puntava a condizionare l’assegnazione di appalti pubblici. Sono accusati di riciclaggio, appropriazione indebita e false fatturazioni e il filone principale riguarda gli appalti per il G8 del 2009. Il costruttore, insieme all’ex ministro Claudio Scajola, è sotto processo, sempre a Roma, anche in relazione all’acquisto da parte dell’ex ministro di una abitazione in via del Fagutale, e in questo caso l’accusa è di concorso in finanziamento illecito a un parlamentare. Anemone, sempre in base a quanto ha ricostruito la procura, avrebbe pagato parte della somma versata nel luglio del 2004 dall’ex ministro per acquistare l’appartamento con vista Colosseo e avrebbe poi finanziato anche i successivi lavori di ristrutturazione. Uno dei tanti scambi di favori che in dieci anni, anche grazie ai buoni uffici di un altro protagonista delle inchieste sui grandi appalti, l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci, avrebbe permesso ad Anemone di gestire opere per circa 300 milioni di euro. Secondo i Servizi qualcuno lo voleva morto, addirittura mentre era dietro le sbarre, eppure una volta fuori dal carcere pare che il costruttore non abbia avuto bisogno della scorta. Un messaggio trasversale? Chissà. La verità è nota solo tra le mura della caserma Zignani, cioè da dove partì quella strana informativa, e là dove, per Anemone, tutto ebbe inizio.

di Fabrizio Colarieti, Il Punto 23 gennaio 2013 - [pdf]

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