Un processo per scrivere la storia

E' un processo che non ha precedenti e comunque andrà a finire, nell’aula bunker di Palermo, dove da lunedì si sta celebrando l’udienza preliminare del processo scaturito dall’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia (12 gli imputati), si scriverà una delle pagine più controverse della storia contemporanea. Le porte restano chiuse ai giornalisti, almeno per ora, così ha deciso il gup Piergiorgio Morosini che alle 10 in punto dà il via al processo, mentre fuori dell’aula bunker del carcere di Pagliarelli c’è un piccolo presidio del popolo delle Agende Rosse, guidato da Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia nell’estate del ’92, che esibisce uno striscione: «Lo Stato deviato non fermerà la verità». Solo due gli imputati presenti in carne e ossa alla prima udienza del processo, per certi versi i più importanti: l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, che risponde di falsa testimonianza, e Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, accusato di concorso in associazione mafiosa e calunnia. Collegati in videoconferenza i boss Cinà, Riina, Brusca, Provenzano e Bagarella. A rappresentare gli altri imputati - l’ex ministro Calogero Mannino, il senatore Marcello Dell’Utri e gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno - ci sono gli avvocati, per loro l’accusa è di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. «Provo una grande emozione: questa potrebbe essere l’ultima udienza da procuratore aggiunto a Palermo». Sono le parole del pm Antonio Ingroia, sicuramente un altro protagonista di quest’inchiesta, che presto lascerà l’Italia per il Guatemala dove ricoprirà un incarico per l’Onu. Ai giornalisti, che gli chiedono come continuerà a contribuire all’indagine sulla trattativa, risponde: «Non investigativamente. Da lì è un po’ difficile, ma contribuirò perché cresca un movimento per la ricerca della giustizia e della verità su uno degli episodi più bui della storia recente».
L’INCHIESTA. Pezzi dello Stato e apparati della sicurezza nazionale trattarono una sorta di resa con l’ala stragista di Cosa nostra. È questa l’anima dell’impianto accusatorio contenuto nei 120 faldoni spediti al gup Morosini dai pm palermitani Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene. Nero su bianco, nell’avviso di chiusura delle indagini preliminari notificato agli indagati l’11 giugno, c’è il nome dell’ex ministro Calogero Mannino (violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario), che già dai primi mesi del ’92 avrebbe raccolto informazioni in ambienti investigativi «al fine di acquisire notizie da uomini collegati a Cosa nostra». Lui, secondo gli inquirenti, aprì la trattativa con i vertici della stessa organizzazione mafiosa sollecitandola a «far cessare la programmata strategia omicidiario stragista, già avviata con l’omicidio dell’on. Salvo Lima». Ci sono tre alti ufficiali del Ros dei carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno (a loro è contestato lo stesso reato di Mannino), che secondo la procura di Palermo presero contatti con esponenti mafiosi, su incarico della politica, «agevolando l’instaurazione di un canale di comunicazione» con i boss finalizzato a «sollecitare eventuali richieste di Cosa nostra per fare cessare la strategia omicidiaria e stragista». Sono accusati anche di aver assicurato «il protrarsi dello stato di latitanza di Provenzano Bernardo, principale referente mafioso di tale “trattativa”». E poi i capimafia: Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella e Cinà, accusati di aver minacciato lo Stato «prospettando l’esecuzione di stragi e omicidi». Al senatore del Pdl Marcello Dell’Utri è contestato il fatto di aver mediato con i vertici di Cosa Nostra «agevolando il progredire della trattativa». All’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, è contestata la falsa testimonianza, perché avrebbe dichiarato il falso sui contatti tra il Ros e Vito Ciancimino sulle lagnanze dell’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli sull’operato di Mori e De Donno, e sulla sostituzione al Viminale di Vincenzo Scotti. E infine Massimo Ciancimino, il testimone-indagato, reo confesso delle comunicazioni tra il padre Vito, il boss Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, ora indagato per concorso in associazione mafiosa e calunnia aggravata nei confronti dell’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro.
IL PROCESSO. La prima udienza scorre veloce, nell’arco di un’ora, dichiarato aperto il dibattimento e accolte le richieste di costituzione di parte civile, il gup Morosini rinvia tutto al 15 novembre, perché nel frattempo la Procura di Palermo ha depositato nuovi atti ed era scontato che le parti chiedessero un termine per prenderne visione. Il processo proseguirà in un’altra sede: dall’aula bunker del carcere Pagliarelli a quella dell’Ucciardone, sede storica dei processi contro Cosa nostra nell’era Falcone-Borsellino. Otto le costituzioni di parte civile su cui il gup si è riservato una decisione. Il governo «per i capi d’imputazione d’interesse dello Stato», così come il Comune di Palermo, rappresentato fuori dall’aula bunker dal sindaco Leoluca Orlando. Stessa scelta anche per l’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, parte civile contro Massimo Ciancimino, e per i familiari dell’ex leader della Dc siciliana, Salvo Lima, contro il boss Bernardo Provenzano. Richiesta di costituzione anche da parte del Centro Pio La Torre, del Prc, di Salvatore Borsellino, per il movimento delle Agende Rosse e come familiare del magistrato ucciso dalla mafia, e del sindacato di polizia Coisp. Il giudice ha dato atto dell’istanza di ricusazione a suo carico depositata dal legale dell’ex ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno, secondo il quale Morosini sarebbe incompatibile in quanto avrebbe espresso in un libro «valutazioni anticipatorie rispetto al processo». Sulla richiesta si pronuncerà la Corte d’appello, e in attesa il dibattimento proseguirà. Al termine dell’udienza parla anche Mancino. «Questo è un processo che si può benissimo frazionare in più parti – dichiara l’ex ministro dell’Interno –. Non interessa a nessuno, neanche ai giornalisti la parte della minaccia contro il governo di cui io facevo parte».

Fabrizio Colarieti per Il Punto, 8 novembre 2012 [pdf]

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