Strage di via D’Amelio, vent’anni senza verità

In quel 19 luglio di lacrime e morte, tra le lamiere roventi e l’odore del tritolo sporco di sangue, si sarebbe potuto immaginare un finale diverso. Magari come questo: «Ecco via d’Amelio con un’ampia zona in cui è vietato il parcheggio davanti al civico 19-21. E’ un paesaggio tipico di Palermo di quegli anni; la casa, infatti, è un obiettivo sensibile, ci abita la madre del giudice Borsellino e il giudice viene spesso a trovarla. La sua scorta ha da tempo individuato quella zona come un punto ideale per commettere un attentato. E il giudice Paolo Borsellino, come tutti sanno, è il principale obiettivo di Cosa nostra. L’acume, la professionalità e la dedizione degli agenti, il lavoro dei servizi segreti, la solidarietà popolare contro la mafia hanno permesso la recinzione di quel tratto di strada, e nessuno ha protestato troppo per i disagi nei parcheggi. Così è stata protetta la vita del procuratore nazionale antimafia Paolo Borsellino…». Ma come scrive nel suo ultimo libro (Il vile agguato) Enrico Deaglio, «non andò così» e «lo sappiamo bene». Ci sono altre cose, invece, che non sappiamo affatto: perché dopo vent’anni esatti di depistaggi e menzogne, sull’assassinio di Borsellino e degli uomini della sua scorta, in uno Stato che la rivendica a parole ma la ostacola nei fatti, la verità non è stata ancora accertata.
L’INCHIESTA DI PALERMO
Stanno cercando di farlo, a Palermo, i magistrati della procura Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene che l’11 giugno hanno sottoscritto l’avviso di chiusura delle indagini preliminari in relazione alla cosiddetta inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Ricostruendo gli anni delle stragi ma anche i passaggi e le relazioni politiche che dietro le quinte di uno dei capitoli più bui della storia del Paese, si intrecciarono nei rapporti tra uomini di Stato e uomini d’onore. I mafiosi Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Giovanni Brusca e i capi dei capi, Totò Riina e Bernardo Provenzano, gli ufficiali dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i politici Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri, con l’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi, e l’ex vice direttore del Dap, Francesco Di Maggio (entrambi deceduti), i quali, secondo i pm di Palermo, per «turbare la regole attività di corpi politici dello Stato italiano, ed in particolare del governo della Repubblica, usavano minaccia – consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle Istituzioni – a rappresentanti di detto corpo politico per impedirne o comunque turbarne l’attività». Nomi che, insieme a quelli di Massimo Ciancimino (figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito) indagato per concorso in associazione mafiosa e calunnia (ai danni dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro) e di Nicola Mancino, ex ministro degli Interni, ex vice presidente del Csm ed ex presidente del Senato (per lui il reato contestato è la falsa testimonianza) riempiono le 9 pagine dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Una ricostruzione che potrebbe aiutare a sciogliere quell’interrogativo rimasto, da vent’anni, senza una risposta: perché fu ucciso Paolo Borsellino? Perché si opponeva a quella scellerata trattativa? O c’è dell’altro? Dello scenario politico dei primi Anni ’90, dei cambi di governo (Andreotti- Amato-Ciampi) e del discusso avvicendamento al ministero degli Interni (da Scotti a Mancino) e a quello della Giustizia (dalle dimissioni di Martelli alla nomina di Conso, indagato per false dichiarazioni ai pm di Palermo) vi avevamo raccontato nel numero scorso del Punto. C’è un ufficio, però, che nello scacchiere del do ut des tra Stato e mafia assume, secondo i magistrati, un ruolo chiave: il Dipartimento amministrazione penitenziaria che fa capo al ministero di Grazia e Giustizia. E’ la struttura che si occupa del regime carcerario dei detenuti, compreso il 41-bis (nel novembre 1993, oltre 300 provvedimenti non saranno rinnovati), che sarebbe, secondo i magistrati, l’obiettivo di Cosa nostra. Il «carcere duro», quindi, ma anche le «carceri dure», come Pianosa e l’Asinara, dove centinaia di mafiosi finiscono la notte stessa della strage di Via d’Amelio. A guidare per undici anni il Dap è il magistrato Nicolò Amato fino al 4 giugno 1993, quando viene sostituito da Adalberto Capriotti (anche lui indagato per false dichiarazioni ai pm), della cui nomina, al pari di quella dello stesso Conso, si interessa direttamente il capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (lo racconta l’ex segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni nell’interrogatorio del 20 gennaio 2011 riportato la scorsa settimana dal Punto). A Capriotti sarà affiancata una delle figure più controverse di questa inchiesta: Francesco Di Maggio, il vice direttore del Dap, oggi deceduto, sul cui ruolo all’interno del Dipartimento i pm di Palermo, che lo citano nell’avviso di chiusura delle indagini preliminari, cercano di fare luce.
LA QUESTIONE DEL 41-BIS
E al riguardo, il 4 gennaio 2012, viene sentito il suo caposcorta, Nicola Cristella. Parla dei «rapporti molto conflittuali» di Di Maggio con Capriotti e con lo stesso Conso, con i quali «non è andato mai, mai, mai d’accordo ». Perché? «Allora, uno dei casi specifici più, forse più brutto per la carriera di Di Maggio insomma, credo che sia stato un po’ la questione dei 41-bis all’epoca insomma, di questa questione che volevano… – spiega Cristella – io, io di quello che comunque posso dire sulla questione del… che poi insomma si dice che furono diciamo declassificati detenuti dal 41-bis, io ricordo che comunque a Di Maggio fu fatta una pressione per posticipare l’applicazione dei 41 bis». La domanda dei pm è scontata: pressioni da chi? «Io quello che posso, posso pensare, pensare, da quello che ho potuto capire, un politico siciliano, chi sia non lo so…». Pressioni che sarebbero arrivate telefonicamente mentre Cristella si trovava in macchina con Di Maggio e che il caposcorta, pur non potendo sapere chi ci fosse dall’altra parte della cornetta («ho assistito alla sua arrabbiatura»), ne avrebbe dedotto il nome ascoltando le successive telefonate, sempre in macchina, dello stesso Di Maggio con altri interlocutori. «Io dico, dico, dico di aver capito un certo Mannino… », dichiara Critella. Sarebbe stato l’ex ministro Dc, secondo quanto scrivono i pm di Palermo, a contattare, «a cominciare dai primi mesi del 1992, esponenti degli apparati info-investigativi al fine di acquisire informazioni da uomini di Cosa nostra» aprendo «la trattativa con i vertici dell’organizzazione mafiosa, finalizzata a sollecitare eventuali richieste» per far cessare la «strategia omicidiario-stragista» iniziata con il delitto Lima e che «aveva inizialmente previsto l’eliminazione, tra gli altri, di vari esponenti politici e di governo» tra i quali lo «stesso Mannino». Che avrebbe successivamente esercitato «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti» di 41-bis. Pressioni che, secondo la deposizione di Cristella, spinsero Di Maggio ad uno sfogo in sua presenza: «Mah, lui i suoi sfoghi li faceva anche con me, cioè nel senso la sera lo accompagnavo a casa insomma, salivo sopra, una sera per poco dà fuoco, dà fuoco all’appartamento perché comunque lui diceva: non possono chiedere a un figlio di un carabiniere di andare a patti con qualcosa che comunque era dall’altra parte insomma, lui espresse queste…». Un episodio di cui Cristella non parlò ai magistrati di Firenze nel 2003. Ma il caposcorta riferisce anche di frequentazioni abituali dell’ex vice capo del Dap con il colonnello Umberto Bonaventura (con cui condivise anche l’appartamento per un certo periodo), il generale Giampaolo Ganzer e Mario Mori. E delle cene che li videro protagonisti in un ristorante romano nei pressi di piazza Trilussa. «Una volta, due volte alla settimana, sicuramente una volta… alla settimana – si legge nel verbale del 4 gennaio – capitava che si incontravano, altrimenti quando rimaneva da solo (Di Maggio, ndr) chiedeva se mi potevo, se gli potevo fare compagnia io per, insomma, per mangiare», dichiara Cristella ai pm. Come per Mannino, nel 2003, Cristella non fece il nome di Mori. Nomi che pronunciò, invece, il 4 maggio scorso, in aula a Palermo come teste nel processo (per favoreggiamento a Cosa nostra) che vede imputati proprio l’ex generale dei Ros e il colonnello Mario Obinu per la mancata cattura di Provenzano nel 1995. Una testimonianza difficile, segnata da troppi «non ricordo» e alcune contraddizioni (stigmatizzati dallo stesso procuratore aggiunto Antonio Ingroia), come sulla circostanza se fosse Mori (il generale ha smentito) a raggiungere il ristorante in motorino per partecipare alle cene con Di Maggio e gli altri. Ma perché non ne parlò prima? «Aveva timore di minacce o denunce?», gli chiede Ingroia. Cristella risponde così il 4 maggio in aula: «Sì anche, ma diciamo che queste storie volevo tenerle per me». Ingroia replica: «Ma non prendiamoci in giro…».
IL GIALLO: IL SIG. FRANCO
Facciamo un passo indietro. E’ il 3 dicembre 2010, siamo a Palermo e davanti al sostituto procuratore Antonino Di Matteo c’è Carlotta Messerotti, moglie di Massimo Ciancimino. Il pm la incalza: «E suo marito le ha mai parlato di un signore che veniva appellato, nominato come signor Franco?». La risposta: «No io (del) signor Franco non so niente, proprio no perché io ho sentito di questo signor Franco ultimamente che io poi sono con loro da dieci anni quindi certe cose non... Poi sono una che non è che indaga più di tanto, ci sono certe cose che a me, essendo di una cultura completamente diversa, a me fanno paura, quindi io meno so... se devo dire la verità, io preferisco, cioè cerco sempre di stare al di fuori di tutto, ho paura per mio figlio, ho paura per me, ho paura per la mia famiglia che i miei genitori sono tutto un altro mondo e certe cose ho paura, non le voglio neanche sapere, a volte infatti proprio dico: io non voglio saperne di niente». Il signor Franco/Carlo è ormai un cult. Un’ombra che entra ed esce dagli interrogatori di Massimo Ciancimino. Secondo i racconti del figlio di Don Vito, infatti, quest’uomo apparterrebbe ai Servizi segreti ed era in contatto costante con suo padre Vito, quando era ministro dell’Interno Franco Restivo, a cavallo tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70. Ciancimino ai pm di Palermo che indagano sulla trattativa, e a quelli di Caltanissetta che indagano sulla strage di via D’Amelio, lo dipinge come un uomo potente e pericoloso, con relazioni e conoscenze nell’ambito dei più alti livelli istituzionali, ma anche nella criminalità organizzata. Ciancimino Jr dice di averlo incontrato una ventina di volte, l’ultima delle quali poco prima dell’arresto di Bernardo Provenzano nella primavera del 2006, allorché gli venne consigliato di allontanarsi dalla Sicilia. Sul conto del signor Franco, Ciancimino ha cambiato più volte idea, e finora nessuno è mai riuscito a dare un’identità a questa misteriosa figura. Una delle versioni rese da Ciancimino alla procura di Caltanissetta identifica il signor Franco in un certo Gross, un altrettanto misterioso personaggio strettamente collegato – in posizione di subordinazione – a Gianni De Gennaro. Fa parte di questa storia anche la circostanza che nel giugno del 2010 vedrà il figlio di Don Vito impegnato a rifilare alla procura di Palermo anche un documento, verosimilmente riconducibile a suo padre, in cui il nome Franco/ Carlo è graficamente accostato a quello di De Gennaro. Documento che secondo una perizia della Polizia Scientifica è stato oggetto di una grossolana falsificazione al Photoshop. Un fotomontaggio che a Ciancimino è costato caro: l’arresto e l’iscrizione nel registro degli indagati per calunnia continuata e aggravata proprio nei confronti del prefetto Gianni De Gennaro e di altri funzionari dei Servizi. Giallo nel giallo di un intreccio di menzogne e depistaggi, che rimandano tutti ad una sola domanda: chi e perché ha ucciso Borsellino?

di Antonio Pitoni e Fabrizio Colarieti per Il Punto, 19 luglio 2012 [pdf]

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