Bavaglio & Business

Il tema spinoso delle intercettazioni sembrava finito nel dimenticatoio. Sorpassato dallo spread impazzito, dall’articolo 18 e dalla caduta anticipata di Silvio Berlusconi, il premier (pardon, l’ex) che – più di altri – provò a caricare sulle spalle degli italiani una paura in più: quella di essere spiati al telefono. Per intenderci stiamo parlando di una materia talmente complicata, quasi quanto regolare il conflitto d’interessi, che ha visto due governi, prima Prodi e poi Berlusconi, alle prese con un ddl mai nato, ma da tutti invocato a gran voce, guarda caso ogni volta che un politico – di destra o di sinistra – finiva intercettato da una procura. La bozza la portò all’attenzione del parlamento una vittima illustre dei telefoni sotto controllo, l’ex guardasigilli Clemente Mastella, il cui traffico telefonico (cosa ben diversa da quello fonico) finì – illegalmente secondo la Procura di Roma – negli atti dell’inchiesta Why Not? condotta dall’allora pm Luigi de Magistris e dal suo consulente, Gioacchino Genchi. Entrambi sono sotto processo, a Roma (la prima udienza ci sarà il prossimo 17 aprile), perché, secondo l’accusa, chiesero alle compagnie telefoniche di “sbirciare” nel traffico di migliaia di utenze, tra le quali anche quelle di parlamentari e agenti segreti, senza chiedere la preventiva autorizzazione alle Camere.

BAVAGLIO TRIPARTISAN
Oggi l’aria è cambiata, ma a quanto pare il tema delle intercettazioni – tanto caro al governo Berlusconi – è ancora lì, in prima fila, al Senato, e ha già incassato un primo sì di Mario Monti che ha appena incaricato il ministro della Giustizia, Paola Severino, di rispolverare il ddl Mastella, ma anche le altre proposte parlamentari, e scrivere una norma che sia il più possibile condivisa. Il via libera è arrivato dal vertice di Palazzo Chigi del 16 marzo, a cui hanno partecipato i segretari di Pdl, Pd e Udc, dove il governo si è impegnato, oltre a integrare una più ampia disciplina anti-corruzione, anche a «pervenire ad una nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche, tenendo conto delle iniziative dei gruppi Parlamentari». Il Cab (Casini, Alfano e Bersani) è d’accordo. «Abbiamo parlato del tema della corruzione, tema sul quale il governo presenterà un emendamento riassuntivo – spiega il segretario del Pd –. Poi ci siamo detti di andare avanti sulla giustizia: ci sono proposte di legge su diversi temi, certamente le intercettazioni, poi la giustizia civile». Casini aggiunge: «Ci sono alcuni punti da risolvere: il ddl anticorruzione, le intercettazioni telefoniche che né Berlusconi né Prodi hanno portato a compimento». E Alfano conclude: «Di sicuro oggi viene intercettato persino l’alito della gente e nessuno paga per le notizie che vengono date ai giornalisti… Siamo tutti d’accordo sul fatto che intercettazioni, corruzione e responsabilità civile dei giudici sono tre nodi che vanno assolutamente sciolti». Magistrati e giornalisti si preparano a rialzare le barricate, anche se dal governo arrivano rassicurazioni che la nuova legge, se mai sarà partorita, non sarà un “bavaglio”.

AFFARI & BUSINESS
La società è ciberneticamente oligarchica, e l’intercettazione è business prioritario. Necessario per fermare il nemico, sia esso un terrorista o un ambizioso scalatore di mercati finanziari. Ricordate il racconto di Philip Dick, da cui è stato tratto l’omonimo film Minority Report? Raccontava d’una Washington del futuro, in cui veniva cancellato il crimine grazie ad un sistema appellato “precrimine”. Oggi una società statunitense, che lavora per il Dipartimento di Stato, starebbe sperimentando il cosiddetto “precog”: un sistema di calcolo elettronico che, molto più praticamente, correla le precognizioni (dossier d’intelligence e psicologici sull’individuo) con l’intercettazione ambientale (video e conversazioni), telefonica, via mail, sms ed mms. Il risultato? L’essere umano verrebbe neutralizzato dalle forze dell’ordine circa 48 ore prima di commettere qualunque reato o violazione di regole. Perché il sistema possa dimostrarsi efficace, occorre che sempre più paesi aderenti alle Nazioni Unite aderiscano al protocollo, che di fatto permetterebbe a qualche migliaio d’intercettatori di monitorare miliardi di persone. Pratica che di fatto già si consuma, ma illegalmente, anzi sarebbe meglio dire in una “zona grigia”. Il grande orecchio mondiale (Echelon) aveva spianato la strada durante la Guerra Fredda. Oggi è sempre Echelon che decide a chi affidare l’ascolto. Nel 1999 affidava a Telecom il ficcanasare nelle case degli italiani, e per la sicurezza occidentale nel Belpaese. Oggi il vento spira a favore di Finmeccanica e compagnie concorrenti di Telecom. Echelon strizza l’occhio all’azienda di Giuseppe Orsi (complici gli ottimi rapporti su armamenti e sicurezza atlantica). In questa infinita querelle i vari Guardasigilli (un tempo Mastella, ieri Alfano e oggi la Severino) hanno cercato di mettere dei paletti per quanto concerne le intercettazioni giudiziarie. Ma chi limiterà l’arbitrio di Echelon e delle telefoniche sue protette? I sistemi occidentali di sicurezza, che operano la captazione dell’utenza telefonica ed elettronica, sono in continua fibrillazione. Basta una parolina in più, detta fuori posto, a far drizzare l’orecchio di Echelon. Un orecchio multicaptatore, che oggi può recepire miliardi d’informazioni vocali e video: i soli esclusi dall’intercettazione sono i gruppi umani a tal punto primitivi da non essere inseribili nemmeno nel “Quarto mondo”; gruppi tribali classificati di «ininfluente pressione politica».

L’ASCOLTO E’ D’ORO
Il mercato italiano delle intercettazioni ha un valore annuo stimato tra i 300 ed i 400 milioni d’euro: tutti rigorosamente pagati dallo Stato. Solo 150 milioni di euro sono d’intercettazioni telefoniche, poi c’è il resto (internet, ambientale, sms…). Unico cliente è lo Stato, la magistratura. A spartirsi la torta ben quattro operatori dei telefoni, e circa un centinaio d’agenzie private d’intelligence. Operano su appalto delle procure, forniscono ai pubblici ministeri un servizio “chiavi in mano”: effrazione invisibile di appartamenti e auto, collocazioni di cimici, noleggio di microspie, registrazioni digitali di conversazioni in parchi pubblici e per strada… Causa la disomogeneità territoriale, le aziende applicano tariffe diversificate da procura a procura. Un recente studio dell’ex guardasigilli Nitto Francesco, stimava che «se vi fosse una gara unica nazionale nel noleggio delle apparecchiature i costi scenderebbero a 120-150 milioni di euro l’anno». Milano, Napoli, Palermo e Reggio Calabria sono i distretti in cui si spende di più per le intercettazioni. Nel capoluogo lombardo sono stati accumulati 53 milioni di euro di debiti nel 2010 (il conto 2011 deve ancora arrivare). Palermo, da gennaio a giugno 2010, ben 21,8 milioni; Reggio Calabria 19,3mln; 11,6 Napoli e 2,6 mln Roma. Ogni persona intercettata utilizza tre o più numeri telefonici, gli individui sottoposti ad ascolto aumentano di giorno in giorno: fino a qualche anno fa erano lo 0,07% della popolazione italiana, ma il numero è oggi difficilmente calcolabile. La rete delle sale di ascolto, eccetto alcune procure (come quella di Roma), resta nelle mani dei privati: un’anomalia tutta italiana. Non è cambiato nulla, neanche dopo alcuni scandali che avevano posto la questione sotto la lente. Il problema era emerso con lo scandalo Telecom, ma anche con la vicenda della famosa telefonata («Abbiamo una banca?») tra Fassino e Consorte, all’epoca del tentativo di scalata Bnl. Quel file mp3, grazie alla connivenza dell’imprenditore Roberto Raffaelli, titolare della Research Control System (la ditta che noleggiava alla procura di Milano le apparecchiature per le intercettazioni), e di un suo collaboratore, Fabrizio Favata, entrambi già condannati con il rito alternativo, finì sulle pagine del Giornale dopo essere passata per le mani di Paolo e Silvio Berlusconi (oggi sotto processo per quella vicenda).

ECHELON ITALIA
Dopo la spy story che aveva coinvolto i vertici Telecom, in molti s’erano chiesti a che punto fosse il piano Echelon Italia (anche detto SuperAmanda). Una missiva della Procura della Repubblica di Roma (numero di protocollo 196/09 U.A.) del primo aprile 2009 (non è uno scherzo, del pesce d’Aprile ha davvero poco) ha per oggetto il «Sistema informatizzato per l’intercettazione di comunicazioni elettroniche e telematiche. Adeguamenti operativi per l’A.G.». La lettera dell’autorità giudiziaria è indirizzata a Telecom Italia Spa Funzione Security, nella persona del dirigente Damiano Toselli, ed a Telelecom Italia Funzione Tecnology & Operation, nella persona del vertice Stefano Pileri. Nella missiva si constata che «all’esito dei test effettuati in data 24 marzo 2009 – a scrivere è la procura romana – previsti nel documento tecnico n. codice TITTSRA0800317 del 5 dicembre 2008 di codesta Società, rilevo che il collegamento informatico realizzato risponde agli standard tecnici internazionali, alle esigenze di riservatezza e sicurezza di tale tipo di procedura, con eliminazione anche di costi superflui derivanti da protocolli trasmissivi dedicati e dal connesso impiego di soggetti terzi…». La procura si dilunga, ci gira attorno, ma quello che vuole dalla Telecom è una rapida entrata in funzione del nuovo sistema d’intercettazione del traffico, e nel pieno rispetto delle leggi in vigore e, soprattutto, dell’articolo 96 (Codice delle Comunicazioni elettroniche). Telecom avrebbe dovuto consegnare già quattro anni fa il sistema unico nazionale d’intercettazione, in grado di dimezzare i costi delle stesse intercettazioni: proposta già auspicata e caldeggiata in epoca Alfano e Nitto Palma, poi ereditata in era Severino. Ma la cosa non è andata a buon fine. Finmeccanica ha tolto il lavoro a Telecom. Che le intercettazioni possano essere razionalizzate e ridotte, è storia che sentiamo da anni. Ma l’Italia sta nel sistema occidentale, e l’obbligo di sicurezza atlantica Echelon va rispettato. I buoni devono spiare i cattivi, anche se per l’uomo di strada è difficile comprendere certe cose. Ma in Italia il cliente è solo lo Stato, l’unico che può (almeno ufficialmente) violare la riservatezza dei suoi abitanti. Attualmente Telecom gestisce circa il 70 per cento dell’intercettazione su rete fissa (centomila utenze l’anno). Mentre Tim controlla circa il 36 per cento della telefonia mobile (140 mila linee annue), fornisce 120mila tabulati (l’elenco completo delle chiamate fatte o ricevute da un telefonino) e due milioni di “anagrafici” (certificazioni d’intestazione d’utenza). Tim ha circa 23 milioni di utenti, il 10 per cento dei suoi abbonati è intercettato. Circa 400mila utenze sono controllate annualmente sui 21 milioni di utenti Vodafone, 9 milioni di utenti Wind e 3 milioni di utenti Tre.

DA TELECOM A FINMECCANICA
Certo lascia davvero perplessi che sia stata Finmeccanica (azienda al centro d’un enorme ventaglio d’indagini giudiziarie) a scippare il progetto a Telecom. Nemmeno Telecom gode di buona salute: la procura milanese ha indirizzato alla dirigenza Telecom un centinaio d’avvisi di garanzia per “fittizia attivazione di schede sim”. Telecom teme si stia preparando il terreno per un nuovo ingresso in grande stile di Finmeccanica: «Operiamo nella difesa e nella sicurezza e non nascondiamo il nostro interesse per il settore», disse Pier Francesco Guarguaglini prima di passare lo scettro a Giuseppe Orsi. Già nella passata legislatura gli addetti ai lavori s’erano incontrati in riservatissime colazioni di lavoro con Guarguaglini: l’ex ad di Finmeccanica illustrava così il progetto Sispi (sistema sicuro per le intercettazioni di Finmeccanica). Un progetto mastodontico che, di fatto, darebbe a Finmeccanica il potere d’assurgere a Stato nello Stato, collocando il colosso italiano ad un livello di potenza planetaria pari a quella di Echelon. Telecom accusa il colpo, ma spera di riguadagnare l’esclusiva Echelon dimostrando la validità della centrale di ascolto di Campobasso, dove lavora una procura con sei pubblici ministeri. Lì in una piccola stanza la Telecom ha montato «l’Orecchio Elettronico più avanzato d’Italia e d’Europa»: almeno così lo vantano i supertecnici Telecom, in attesa che Finmeccanica o altra telefonica non ne sforni uno ancor più potente. Si tratta del sistema Enigma, occupa tra i 4 o 5 metri quadrati. E’ interamente prodotto da Telecom, che ha vinto la gara d’appalto indetta dalla procura molisana. Enigma intercetta tutto: voci libere per strada ed in ambienti chiusi, telefonate, sms, mms, mail, siti Internet, soprattutto garantisce la perfezione su quanto si dice in riunioni professionali e consigli d’amministrazione. Tutto viene digitalizzato e poi caricato su un disco fisso, con copia di backup a tutela dalle manipolazioni: il prodotto intercettato è immediatamente riversabile a poliziotti e magistrati. E se Telecom riparte Campobasso, Finmeccanica già s’è intrufolata nei mercati anglosassoni e Usa.

di Fabrizio Colarieti (Il Punto, 2 aprile 2012) – [pdf]

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