O mia bella Madu’ndrina

In uno straordinario film del principe De Curtis, Totò Peppino e la malafemmina, l’ignorante Antonio Capone, contadinotto di un paese campano del primo dopoguerra, collocava Milano in Calabria. Oggi qualcuno potrebbe non dargli più torto. Il capoluogo lombardo e l’intera regione sembrano infatti diventate la sesta provincia della Calabria. Anzi, la quattordicesima circoscrizione di Reggio Calabria. A spulciare le ultime inchieste di ’ndrangheta condotte dalla magistratura meneghina, l’unica conclusione è questa: la più potente organizzazione criminale al mondo ha colonizzato la capitale morale del Paese. I suoi tentacoli soffocano gli ingranaggi del motore economico e politico d’Italia, la cui spina dorsale – cioè le imprese, stando ai risultati delle più recenti indagini giudiziarie – ha assimilato talmente bene la linfa della malapianta cresciuta su questo disgraziato lembo del Mediterraneo al punto da non aver mai denunciato né collaborato con la magistratura. Mai. Al Nord la ’ndrangheta controlla militarmente strade e quartieri, anche con le bombe se serve. Tanto nessuno denuncia. Nell’ordinanza dell’ultima operazione firmata dal pool antimafia milanese si legge: madundrina. Sono emersi più di centotrenta incendi dolosi per lo più ai danni di strutture imprenditoriali e oltre settanta episodi intimidatori commessi con armi, munizioni e in alcuni casi esplosivi. I fatti delittuosi, alcuni dei quali rimasti a carico di ignoti, testimoniano la condizione di assoggettamento e omertà. Omertà. Il Nord si è svegliato omertoso senza nemmeno capire perché è stato contagiato dal virus delle cosche. Si è limitato al quando. La conquista di Milano e della Lombardia è iniziata grazie a qualche lungimirante legislatore, il quale, probabilmente in buona fede, ha pensato che staccare un tentacolo della piovra calabrese e trapiantarlo in un sistema sano ne avrebbe causato la morte. È successo il contrario, alla fine ha vinto il più forte. Alla fine ha prevalso la logica del denaro, sporco di sangue e cocaina, ma facile e veloce. Talmente veloce che, nel giro di cinquant’anni, in Lombardia il business, quello vero, parla il dialetto calabrese. La ’ndrangheta ricicla i soldi attraverso i circuiti legali. Fattura più di quello che le aziende apparentemente legali incassano davvero. Emette più scontrini per riciclare il denaro. Fa “invasione fiscale” per immettere nel mercato i proventi della droga. Pagare le tasse conviene di più, almeno a loro. Per fermare la ’ndrangheta non servono leggi speciali. Quelle che danno davvero fastidio ai boss sono il carcere duro e la confisca dei beni. Ma non bastano. Il legame delle madu’ndrine milanesi con la casa madre, Reggio Calabria, non si è mai interrotto. Chi ha provato a recidere il cordone ombelicale è stato ucciso in pieno giorno, al bar Reduci e Combattenti di San Vittore Olona, in un locale affollato di amici e nemici. Chi ci ha provato si chiamava Carmelo Novella, detto compare Nuzzo, non aveva neppure sessant’anni ed era il capo assoluto della ’ndrangheta in Lombardia. Ma anche lui era stato, per così dire, contagiato dal virus leghista della secessione. Non voleva più rispondere ai vertici della ’ndrangheta reggina, si era stancato di chiedere il permesso persino per promuovere un valido luogotenente. Al telefono si lasciava andare ad accuse pesanti contro quei capi che, a 1.245 chilometri di distanza, pretendevano di sapere tutto per tempo. Lui, di tempo, non ne ha avuto abbastanza per capire il destino a cui stava andando incontro, sebbene il segnale fosse stato chiaro. Al matrimonio della figlia di un boss, celebrato in Calabria, non era stato invitato. Uno sgarro inaccettabile. Quella condanna a morte, decisa sull’Aspromonte senza battere ciglio, è stata simbolicamente chiusa in una busta d’invito, in una partecipazione scritta ma mai recapitata da Domenico Oppedisano. Il quale, secondo l’inchiesta più recente, sarebbe il capo assolu- to della ’ndrangheta. Con lui si sfoga al telefono uno ’ndranghetista milanese, Nicola Gattuso. «Questo Novella sta facendo lo schifo, compare Mico». Oppedisano: «Eh! Adesso ci sono i contrari là, dice che sta dando cose a tutto gas, a tutti». Gattuso: «A tutto gas». Oppedisano, figura carismatica e particolarmente abile nel dirimere questioni, prova a mediare, a ricucire. Ma non basta. Un mese prima dell’omicidio Novella, a Gerace la sentenza è scritta. «Lui è finito oramai! È finito! La provincia (la struttura territoriale a comando della zona di Reggio Calabria, nda) lo ha licenziato, a lui!» si lamenta al telefono un altro ’ndranghetista lombardo. Novella non piace a Giuseppe Commisso, “u Mastro” della Locride, che al telefono avrebbe detto: «Non voglio nemmeno vederlo sulla cartina geografica». Così sia. Due uomini gli sparano. Un colpo al torace e uno alla testa. Per i pubblici ministeri il killer è Antonino Belnome, trentotto anni, braccio destro del boss Vincenzo Gallace, che con Novella aveva deciso il bello e il cattivo tempo nel catanzarese. Dopo l’omicidio i due salgono su una Kawasaki, vanno a Cormano, prendono l’autostrada e arrivano fino a Guardavalle, in Calabria. Amen. La morte di Novella ha avuto il merito di permettere agli inquirenti di districarsi – non senza difficoltà – nel labirinto delle cosche milanesi e di far emergere un coacervo di interessi che spaziano dall’usura agli appalti pubblici dell’Expo 2015, dalla droga al traffico di armi. Oggi sappiamo che, come in un monopoli criminale, ogni vicolo dell’hinterland milanese ha appiccicata un’etichetta neanche troppo invisibile. Qui comanda la famiglia calabrese X, centro metri più in là quella Y. Tutto blindato, centimetro quadrato per centimetro quadrato.L’inarrestabile flusso di denaro, proveniente soprattutto dal traffico di droga, ha consentito ai suoi uomini più fidati d’invadere le corsie d’ospedale e persino le caserme dei carabinieri e le stesse procure. Lo ha fatto grazie a una rete di rapporti con i servizi segreti che un tempo si sarebbero detti “deviati” e con la massoneria nata negli anni Settanta, quando la ’ndrangheta da crisalide rurale e ignorante ha dispiegato le ali. A quel punto aveva raggiunto la levatura per volare fino in Colombia a trattare con i narcotrafficanti. E se all’inizio lo faceva per sé, oggi può parlare per conto di tutte le mafie italiane. Da Reggio Calabria a Bogotà passando per Milano e bussando – perché no? – anche alle porte del Pirellone. Dove la ’ndrangheta decide di puntare. Grazie alla sua rete di rapporti si sente infatti in grado di pilotare l’elezione di un esponente politico che garantisca i suoi interessi. Non ha importanza se milita nel partito dell’attuale ministro dell’Interno Roberto Maroni, la Lega Nord, come sembra essere successo, secondo le carte dell’inchiesta Crimine, a Pavia con un consigliere regionale. La ’ndrangheta sta con chi comanda, non ha ideologie né preclusioni. La ’ndrangheta ce l’ha duro davvero. Ma come per la cosa nostra, secondo l’analisi che fece il giudice Giovanni Falcone, è un fatto umano. Vive, si nutre e soffre delle stesse debolezze. L’ambizione di un calabrese che voleva conquistare il Nord, finita in una pozza di sangue il 14 luglio 2008, rischia di essere fatale. Nascere a San Luca e crepare a San Vittore Olona non è il finale che le cosche hanno immaginato. La ferita aperta dall’operazione lanciata lo scorso 15 luglio dalle procure di Reggio Calabria e Milano, con trecento arresti equanimemente distribuiti, rischia però di essere solo superficiale e di cicatrizzarsi in fretta. Pensare che la mafia calabrese sia rimasta senza tentacoli e soprattutto senza vertice sarebbe un peccato mortale. Sarebbe un pericoloso abbaglio pensare che un’organizzazione da quarantaquattro miliardi di euro all’anno (pari al Pil del Qatar, secondo l’Eurispes) sia guidata da un ottantenne che, prima dell’arresto, coltivava e vendeva basilico. In un’intercettazione telefonica, un uomo considerato a metà strada tra le cosche, la massoneria e i servizi parla di una mafia «visibile» e di una «invisibile». Come la nebbia milanese del film di Totò. C’è ma non si vede. O forse sì.

tratto da "O mia bella Madu’ndrina" di Felice Manti e Antonino Monteleone (Aliberti, 2010).

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