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Sequestro Moro, un caso da riaprire

Il caso Moro andrà riscritto. Ne sono convinti, dopo un anno di nuove indagini, i membri della Commissione parlamentare d’inchiesta costituita da Camera e Senato per fare luce sul rapimento e sulla morte dell’ex presidente della Democrazia cristiana e dei suoi agenti di scorta.
Una delle novità principali, emersa nel corso degli accertamenti promossi dal parlamento è contenuta nell’ultima relazione e riguarda l’esistenza di un possibile covo delle Brigate Rosse, vicino a via Fani, il luogo dove il 16 marzo 1978 un commando annientò la scorta dello statista sequestrandolo. Non solo: uomini dello stesso commando rimasero feriti nell’agguato e ci fu anche una trattativa per salvare Moro, che porta ai Palestinesi e ad Arafat, che saltò improvvisamente. Indagini in corso anche sulla presenza di un’arma “sporca” in via Fani legata alla criminalità organizzata calabrese.
«Gli elementi nuovi sono tanti», ha scritto il presidente della Commissione Moro, Giuseppe Fioroni (Partito democratico) nella relazione, «e senza fare un salto nel buio si può affermare che ci sono le condizioni per cominciare a riscrivere il caso Moro: a noi spetta raccogliere gli elementi nuovi, non indagati, trascurati o omessi, agli storici contestualizzarli nel più ampio quadro di relazioni politiche interne e internazionali del nostro Paese, alla magistratura valutare se gli elementi – o parte di essi – presentino un rilievo processuale».
La Commissione, ricostruendo la dinamica dell’agguato di via Fani e il successivo abbandono delle auto dei brigatisti in via Licinio Calvo, ha indagato con particolare impegno sulla presenza di un possibile covo brigatista nell’area della Balduina. Il sito, ha scritto la stessa Commissione, è «legato ad ambienti vicini alle Brigate rosse che potrebbe aver avuto una funzione specifica, almeno nella prima fase del sequestro: da tempo sostenuta da varie fonti, prende dunque sostanza questa ipotesi che muove anche dagli elementi di inverosimiglianza del racconto della fuga dei brigatisti da via Fani presenti nel ‘Memoriale Morucci’ e nelle dichiarazioni rese dagli stessi brigatisti in sede giudiziaria».
Gli elementi che fanno presupporre l’esistenza di un covo che diede ricovero al commando nell’immediatezza dell’agguato sono soprattutto due: le indicazioni di una fonte riservata della Guardia di finanza, attiva all’epoca del sequestro, e quelle di un anonimo, perfettamente sovrapponibili (entrambi parlano di un garage-covo), e alcuni accertamenti compiuti a suo tempo dalla polizia, sia nell’imminenza dei fatti sia a seguito della pubblicazione, nell’autunno 1978, di un articolo dello scrittore italo-americano Pietro Di Donato. Elementi che hanno trovato ulteriori riscontri durante le indagini della Commissione su due palazzine che si trovano in via Massimi, una zona dove erano presenti società estere e di prelati e dove si registrarono anche «presenze significativamente legate all’area politico-ideologica in cui è maturato il sequestro dell’onorevole Moro».
La zona fu oggetto di accertamenti fin dal giorno successivo al sequestro, ma le ricerche si concentrarono prevalentemente nella parte alta di via della Balduina, dove c’era il garage che secondo alcuni ospitò Moro prima di raggiungere l’appartamento di via Montalcini, non nella parte “bassa”, dove si trova il comprensorio di via Massimi, dal quale, tra l’altro, era possibile accedere a piedi o in auto dai garage di via della Balduina 323.
Nuovi elementi riguardano anche l’arresto di due brigatisti eccellenti, Valerio Morucci e Adriana Faranda, i compagni “Enrico” e “Gabriella”. «L’argomento», ha scritto la Commissione nella sua relazione, «è rilevante perché intrinsecamente legato alla gestazione di una ‘verità brigatista’ sul sequestro Moro, consolidata in sede processuale e attraverso una serie di contatti politici e istituzionali. La nostra ipotesi, in corso di verifica, è che sia maturata una sorta di ‘autoconsegna’ sotto la pressione di un crescente isolamento».
Sulla cattura dei due Br, avvenuta a Roma, il 29 maggio 1979, nel covo di viale Giulio Cesare, esistono due rivelazioni di base: quella dell’allora funzionario della Digos, Ansoino Andreassi, secondo cui gli investigatori arrivarono al covo di proprietà di Giuliana Conforto sulla base di una «informazione secca e precisa, proveniente da ambienti non legati all’eversione», e quella dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, il quale disse di aver saputo dall’allora capo della squadra mobile di Roma, Ferdinando Masone, che Giorgio Conforto, padre di Giuliana, e agente di influenza sovietico, per difendere il Partito comunista italiano da accuse di collusione con il terrorismo, denunciò alla polizia che nell’appartamento di sua figlia si nascondevano Faranda e Morucci.
La Commissione ha acquisito la testimonianza, ritenuta fondamentale, del maresciallo Nicola Mainardi, all’epoca in servizio presso la Squadra mobile di Roma. Mainardi ha rivelato che il covo di Viale Giulio Cesare fu identificato grazie a confidenti che gestivano un autosalone in zona Portuense, la AutoCia srl. La lunga conoscenza tra Morucci e i titolari dell’autosalone, noti negli ambienti della criminalità romana, è un fatto incontrovertibile: tra le carte sequestrate nel covo, tra l’altro, ci sono anche documenti di circolazione automobilistica e di contrassegni assicurativi in bianco che rimandano proprio alle attività dell’AutoCia. «Deve dunque essere verificata», ha scritto la Commissione, «la possibilità anche di un coinvolgimento dei gestori dell’autosalone nella contraffazione documentale nel settore delle autovetture, praticata dal cosiddetto ‘logistico’ delle Brigate rosse». Non è certo, tuttavia, che siano state queste le uniche fonti informative che portarono alla scoperta del covo. La Commissione sta verificando, infatti, anche l’esistenza di un doppio livello e potrebbe essere fondata anche la tesi di Cossiga sul ruolo di Conforto padre, intervenuto negoziando la consegna degli ingombranti ospiti per salvaguardare la figlia che uscì dalla vicenda giudiziaria.
Ci fu una trattiva per salvare Moro, tramite i palestinesi, che fallì. I documenti scovati dalla Commissione dimostrano che l’attivazione dei palestinesi durante il sequestro fu continuativa e immediata: «I contatti», si legge nella relazione, «non erano finalizzati solo ad acquisire informazioni ma alla realizzazione di una trattativa e furono serrati fino all’inizio di maggio, quando le speranze di salvare Moro divennero addirittura forti». Un documento del 18 marzo 1978, appena due giorni dopo l’agguato di via Fani, riporta la comunicazione del colonnello Stefano Giovannone del Servizio segreto militare il quale riferisce che «George Habbash, contattato stanotte da Arafat... sin dalle prime ore di stamattina ha attivato i suoi elementi in Europa Occidentale per avere notizie [sul rapimento]».
Un secondo documento, firmato dal responsabile della sicurezza dell’Olp, Abu Hol, presumibilmente redatto tra il 17 e il 18 marzo, assicura che Arafat avrebbe avvertito i responsabili: «L’intera resistenza palestinese esige immediato rilascio nota persona e considera atto di ostilità una inadempienza che comporterà la sospensione di qualsiasi appoggio et contatto confronti gruppi responsabili». Dalle carte in possesso della Commissione emerge che Arafat cercò un contatto qualificato, soprattutto tramite esponenti della Raf tedesca, per dialogare con le Brigate rosse, senza però riuscirvi. Fu attivato anche un canale tramite l’organizzazione studentesca palestinese Gups: due studenti palestinesi residenti in Italia si attivarono per stabilire un incontro con i brigatisti. Dall’inizio di maggio la trattativa, di cui è probabile fosse a conoscenza anche l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, «si interrompe bruscamente e si inabissa fino alla tragica conclusione del sequestro». Una delle ipotesi formulata dalla Commissione è che il fallimento della trattativa «sia stato il frutto dello scontro interno alle Br tra l’ala legata a Potere operaio, a sua volta molto vicina alla Resistenza palestinese, e quella morettiana che deteneva l’ostaggio».
Le indagini della Commissione sono andate avanti confermando un rapporto tra il Bar Olivetti, che affacciava sul luogo dell’agguato, e presunti traffici illegali di armi, soprattutto con il Nord Africa e il Medio Oriente. «I floridi commerci», ha scritto la Commissione, «venivano gestiti da Luigi Guardigli e Tullio Olivetti, entrambi in rapporti sia con la criminalità organizzata, in particolare il clan calabrese dei De Stefano, che con il mondo libanese e palestinese. Nel ’77 venne aperta un'inchiesta per traffico d’armi che non fu adeguatamente approfondita grazie a una perizia medica di Aldo Semerari che salvò Guardigli e alla totale ‘esfiltrazione’ di Olivetti dalle indagini».
Le acquisizioni più recenti e importanti riguardano la figura di Olivetti in relazione a quanto avvenne in via Fani la mattina del 16 marzo: già nel giugno del ’78 il Sismi aveva ipotizzato il suo coinvolgimento scrivendo quanto segue: «Il soggetto avrebbe compiuto un’oscura manovra commerciale, caratterizzata da uno strano fallimento che, circa 8 mesi fa comportò la chiusura dell’esercizio. È un fatto che la preparazione e la consumazione dell’eccidio di via Fani non sarebbe stata possibile se il bar avesse continuato l’attività; prima perché i terroristi tesero l’agguato appostandosi dietro la siepe di pertinenza del bar, poi perché la preparazione dell’azione sarebbe stata certamente notata dagli avventori. Olivetti poi avrebbe rinunciato a un esercizio ben avviato per intraprendere analoga attività in un’altra zona di Roma con guadagni assai inferiori a quelli possibili in via Fani».
La Commissione sta dunque approfondendo l’ipotesi che il bar fosse un crocevia di traffici di armi, anche di tipo assemblabile, utilizzate sia dalla criminalità organizzata sia dalle Brigate rosse. Un elemento che lega con la presenza in via Fani di alcuni bossoli sospetti e all’appunto del 27 settembre 1978 redatto dal capo della Digos di Roma, Domenico Spinella, nel quale si sosteneva che «le munizioni provenissero da un deposito dell’Italia settentrionale le cui chiavi sono in possesso di sole sei persone». «Questa nota», ha scritto la Commissione nella sua relazione, «si profila come una sorta di ‘depistaggio’ dalla più solida ipotesi che le munizioni in dotazione delle Br, provenissero da una partita di armi destinata all’estero». I bossoli, prodotti dalla italiana Fiocchi, non avevano stampata la data: nel 1991 il Cesis confermò al presidente del Consiglio che «le munizioni erano state prodotte per l’estero perché in Italia la vendita era vietata, trattandosi di munizionamento per arma da guerra». «Merita senz’altro», ha scritto la Commissione, «ulteriori approfondimenti, attualmente in corso, la vicenda della pistola mitragliatrice Beretta M12 (matricola 16346), utilizzata nell’eccidio di via Fani e, successivamente, sequestrata al brigatista Piero Falcone, che faceva parte di una partita di armi destinata all’Arabia Saudita e, verosimilmente, era stata sottratta durante all’imbarco a Genova, ovvero durante il viaggio - insieme ad altri quattro esemplari - all’arrivo al porto saudita di Damman se ne constatò la mancanza».
La Commissione Moro, sul fronte delle indagini sulle armi, si aspetta «considerevoli sviluppi investigativi per accertare definitivamente se sia fondata la notizia circolata in ambiente ’ndranghetista dell’esistenza di un’arma ‘sporca’ impiegata a via Fani. Dal nuovo filone di indagine potrà emergere un definitivo chiarimento in ordine all’ipotesi della conservazione da parte della ’ndrangheta di un’arma coinvolta nell’eccidio di via Fani».
Le nuove indagini fanno presupporre la «probabile presenza di più brigatisti feriti e dell’eventuale ‘copertura medica’ di cui si siano avvalsi». In tre auto, utilizzate dal commando durante l’assalto di via Fani, sono state accertate, infatti, tracce di sangue che non appartenevano a Moro. La Commissione Moro ritiene di grande interesse il lavoro già svolto dalla magistratura sull’attività di Hyperion, la scuola di lingue aperta a Parigi nel 1976 per iniziativa di Corrado Simioni, Duccio Berio, Vanni Mulinaris e altri esponenti del cosiddetto SuperClan nato nel ’70 dopo una scissione dalle Br. Le indagini hanno consentito di approfondire la figura di Simioni. In Italia la scuola Hyperion, durante il sequestro Moro, aveva due sedi, una a Roma e l’altra a Milano, e la disponibilità a Roma di un alloggio in viale Beato Angelico. La documentazione di cui è entrata in possesso la Commissione conferma, arricchendola di nuovi elementi, alcune delle conclusioni cui era giunto il giudice Carlo Mastelloni sull’esistenza di una rete operante in Italia riconducibile al SuperClan e a Simioni, ufficialmente impegnata in un’attività di promozione e vendita delle riviste Ordine Pubblico, Nuova Riforma della Polizia, Riforma dello Stato, Notiziario Finanze e Tesoro e altre. Nuove ricerche sono in corso per stabilire se e in che modo il gruppo del SuperClan, che diede vita a Hyperion, sia intervenuto durante i 55 giorni del sequestro Moro.
La Commissione sta tuttora compiendo accertamenti tecnici, delegati alla polizia scientifica e al Ris dei carabinieri di Roma, sia su reperti provenienti da via Fani, sia su reperti relativi all’omicidio di Aldo Moro, nonché sul materiale sequestrato nel corso delle indagini – quali ad esempio quelli del covo di via Gradoli – «al fine di ricavare, avvalendosi delle più recenti tecnologie, elementi utili alle indagini in precedenza non acquisibili». Le indagini tecniche riguardano in particolare, l’attribuzione dei profili genetici isolati da mozziconi di sigaretta sequestrati all’interno della Fiat 128 familiare targata corpo diplomatico, utilizzata dagli attentatori per arrestare la marcia dell’auto di Moro, e lo stesso per i reperti del covo di via Gradoli dove sono stati estrapolati quattro profili genetici, due riconducibili a persone di sesso maschile e due di sesso femminile. Analisi sono in corso anche su eventuali tracce genetiche sulla Renault 4 utilizzata dai brigatisti per trasportare il corpo del presidente in via Caetani, e anche se l’auto ha subito nel corso degli anni pesanti interventi di restauro è stato possibile estrapolare alcune tracce di profilo Dna delle quali, tuttavia, non è possibile stabilire l’origine ematica né la loro riconducibilità a eventi esterni di inquinamento.
Accertamenti sono in corso anche sulla pistola semiautomatica Beretta, modello 70, calibro 7.65 Browning, sequestrata nel covo di via Gradoli e mai sottoposta a perizia balistica (per ora le comparazioni con bossoli e proiettili del medesimo calibro rinvenuti in via Fani hanno avuto esito negativo). E ancora: accertamenti di natura balistica relativi alle modalità dell’uccisione di Moro, le cui risultanze saranno rese disponibili a breve; analisi di comparazione antroposomatica delegate al Ris di Roma relative a persone che compaiono in fotografie scattate a via Fani a breve distanza dall’attacco brigatista, allo scopo di verificare la eventuale presenza, sulla scena del crimine, di esponenti della criminalità organizzata.
Infine la Commissione ha avviato una richiesta di assistenza giudiziaria alla magistratura tedesca per approfondire il tema dei legami logistico-operativi tra le Brigate rosse italiane e l’organizzazione terroristica tedesca Raf (Rote armee fraktion). Interessante potrebbe essere il ruolo di una persona che avrebbe fatto da interprete negli incontri tra la Raf e le Br e di un terrorista che si sarebbe incontrato con Prospero Gallinari a Roma alla fine del ’77, nonché di una serie di altri terroristi tedeschi che risultano presenti in Italia tra il 1977 e il 1979 e sulla gestione degli infiltrati da parte della Stasi.

di Fabrizio Colarieti per lettera43.it [link originale]

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