Borsellino, la ricostruzione della strage di via D’Amelio

La notizia era già emersa nel '93 nel corso delle prime indagini sulla strage di via D'Amelio e dagli accertamenti compiuti dal consulente Gioacchino Genchi. Poi, a confermare che il telefono dell'abitazione della madre del giudice Paolo Borsellino era intercettato da Cosa Nostra fu direttamente, 20 anni dopo, il boss Totò Riina.
Il capo dei capi rivelò l'inquietante circostanza a un compagno di cella, Alberto Lorusso, e la conversazione era stata intercettata: «Sapevamo», affermava Riina, «che doveva andare là perché lui (Borsellino, ndr) gli ha detto: 'domani mamma vengo'». Dunque Cosa Nostra conosceva perfettamente gli spostamenti del giudice e, intercettando il telefono dell'abitazione della madre, ebbe conferma che Borsellino, l'indomani, si sarebbe recato in via D'Amelio per accompagnarla a una visita medica.
Sempre a Lorusso, Riina raccontò che era stato lo stesso Borsellino ad azionare l’ordigno, il cui telecomando era stato piazzato nel citofono dello stabile che ospitava l’abitazione della madre. «Minchia», affermava ancora il padrino di Corleone, «lui va a suonare a sua madre dove gli abbiamo messo la bomba. Lui va a suonare e si spara la bomba lui stesso. È troppo forte questa».
Secondo gli inquirenti, Cosa Nostra avrebbe predisposto una sorta di triangolazione: un primo telecomando avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell'autobomba, l'impulso che avrebbe innescato l'esplosione.
La tecnica, per i magistrati, sarebbe analoga a quella usata per l'attentato al Rapido 904 (23 dicembre 1984, 17 vittime) per la quale, tuttavia, Riina è stato assolto lo scorso anno dall'accusa di esserne il mandante.
Nel '93 fu proprio Genchi, allora membro del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, ad accertare che Cosa Nostra aveva compiuto una rudimentale intercettazione deviando la linea telefonica della madre di Borsellino. A compierla fu il fratello del boss Gaetano Scotto, Pietro, che lavorava per la società telefonica Sielte.
Gli accertamenti di Genchi, che per primo identificò Pietro Scotto come possibile autore dell'intercettazione abusiva, trovarono conferme anche nelle parole del pentito Vincenzo Scarantino, colui che inizialmente si autoaccusò del furto della Fiat 126 che fu poi imbottita di tritolo e posteggiata in via D'Amelio.
«Scarantino», si legge nella sentenza del processo Borsellino bis, «aveva pure parlato di una intercettazione da parte di un telefonista che aveva un parente o fratello uomo d’onore 'appartenente ai Madonia'; anche del telefonista Scarantino non aveva fatto il nome mentre il nome di Scotto era stato riferito dalla Scarantino allorché aveva parlato di quest’uomo di fiducia dei Madonia. Puntuale e straordinariamente riscontrato dal teste dr. Genchi il riferimento che Scarantino gli aveva fatto all’intercettazione eseguita “tramite le cabine telefoniche poste sulla strada” e all’abitualità con la quale Scotto eseguiva quei servigi per conto di Cosa Nostra».

di Fabrizio Colarieti per lettera43.it [link originale]

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