Il Vecchio, Zeta e Pigreco tra (poca) fiction e (tanta) realtà

Banda della MaglianaProvate a digitare su GoogleBanda and Magliana. Oppure, se avete la fortuna di avere a disposizione un motore di ricerca semantico (cioè uno di quei software crawler comunemente utilizzati dall’intelligence per setacciare le “fonti aperte” e correlare le informazioni partendo dal loro significato), divertitevi ad approfondire l’argomento. Perché – sarà un caso – da un po’ di tempo anche le macchine si sono ammalate di dietrologia e le open source, pur non essendo dotate di propria intelligenza, ce la stanno mettendo tutta per rendere più chiaro uno scenario che per decenni è parso annebbiato e viziato. Ed è un peccato che in rete ci siano ancora pochi atti giudiziari, indicizzati e taggati, a raccontare, a chi resta affascinato da figure come quelle del Freddo o del Libanese, la storia e le gesta della più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma.

Avvertenze. In questa storia si parla, perlopiù, di criminali e di spioni e perciò, prima di affrontare il resto, va tenuta bene a mente una elementare nozione che è scritta nelle prime pagine di qualunque manuale di intelligence che si rispetti (ad esempio il libro di Aldo Giannuli): di fronte a un delinquente un poliziotto e un agente segreto hanno reazioni differenti: il primo lo arrestata, il secondo, se lo ritiene di interesse, lo coltiva. Per andare oltre, poi, è necessario saper bilanciare il rapporto tra realtà e finzione e solo così - magari - sarà anche possibile dare un volto e un nome a tre personaggi - il Vecchio, Zeta e Pigreco - “vissuti” tra le pagine di Romanzo Criminale.

La storia della Banda della Magliana s’intreccia, tra (poca) fiction e (tanta) realtà, con altre vicende oscure e contemporanee. Un rompicapo che ha tenuto impegnate intere generazioni di investigatori e magistrati, diventando, nel tempo, una sorta di piattaforma virtuale sui cui poggiano misteri e scenari che vanno ben oltre ogni immaginazione (umana) e ogni correlazione (semantica). A parere di molti la banda della Magliana non è mai esistita, secondo altri non fu solo una holding criminale, alla pari delle organizzazioni mafiose, ma anche un’agenzia di servizio: una sorta di service esterno cui appaltare ogni genere di crimine. Perciò, per raccontare un pezzo di una storia così complessa e guardare oltre, è necessario utilizzare gli operatori booleani (and, or, not) insieme a un metodo proprio dell’indagine e della pesca, lo “strascico”.

Resoconto dell’agenzia Ansa, riemerso dalla rete e datato 1987:

Danilo Abbruciati

La Banda della Magliana è stata direttamente o indirettamente collegata con la maggior parte dei principali episodi di criminalità organizzata avvenuti a Roma: traffico di stupefacenti, eversione neofascista, omicidi, controllo del gioco d'azzardo, rapine, sequestri di persona, clamorose evasioni. Nel ’86 un processo contro una settantina di malviventi legati alla organizzazione, attiva sin dal '74, si era concluso a Roma dopo una inchiesta durata alcuni anni, con 37 condanne e numerose assoluzioni, molte delle quali con formula dubitativa. Sul ruolo della banda nel traffico internazionale di stupefacenti gli investigatori hanno raccolto numerose testimonianze, tra le quali quelle del pentito Ko Ba Kin, che ne aveva anche indicato i canali di rifornimento. Altri “pentiti” come Fulvio Luccioli, hanno permesso di approfondire i legami del gruppo con le organizzazioni mafiose legate al mercato della droga e la lunga lista di omicidi, nell'ambito della faida scatenatasi per il controllo degli interessi della banda, e quindi della intera malavita romana, in seguito alla morte di quello che della banda era stato, se non il fondatore, il leader indiscusso: Danilo Abbruciati, ucciso a Milano nell'aprile ‘82, durante l'attentato contro il vicepresidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone. Tra i fatti clamorosi e in qualche modo riconducibili alla attività della banda e che ne dimostrano la forza e la pericolosità, ci sono anche clamorose evasioni, come quella di Vittorio Carnovale, che riuscì a dileguarsi con le manette ai polsi dal palazzo di giustizia di Roma in una pausa del processo del giugno ‘86.  Legami con la banda della Magliana furono accertati anche a proposito di Gianluigi Esposito, protagonista della fuga in elicottero da Rebibbia che certamente non poteva essere organizzata se non col valido supporto logistico della criminalità organizzata romana. L'ultima in ordine di tempo è la fuga di Maurizio Abatino, in attesa di giudizio per una lunga serie di reati, ricoverato in una clinica romana per una distrofia muscolare che secondo i medici gli avrebbe reso difficoltoso alzarsi dal letto, ma che non gli aveva impedito di calarsi con le lenzuola dalla finestra. La lista delle vittime della faida comprende nomi illustri della malavita romana: Franco Nicolini, Orazio Benedetti, Franco Giuseppucci detto “il negro”, Antonio Leccese, i tre fratelli Proietti, Giuseppe Magliocco, Claudio Vannicola, Mario Loria che fu implicato nel celebre delitto di via Gatteschi, e Angelo De Angelis. Già da questa lista emergono i primi sospetti di collusione con la destra eversiva, tramite soprattutto Giuseppucci. Sospetti che vennero poi confermati dalle indagini sulla strage del Treno 904, che portarono al ritrovamento, presso esponenti della banda, di “timer” del tutto simili a quelli usati per la strage, e sulla strage di Bologna, nell'ambito degli oscuri intrecci tra terrorismo nero, servizi segreti deviati, criminalità mafiosa (ricorrente il nome di “Don Pippo Calò”, che della banda della Magliana è stato ritenuto per qualche tempo uno dei capi). Della banda della Magliana, si è parlato anche quando venne scoperto il progetto di rapimento del calciatore Falcao, che doveva essere realizzato dalla ‘ndrangheta con il supporto romano di esponenti della mala calabrese (la famiglia Femia) che con l'organizzazione romana, e in particolare con Claudio Sicilia, ritenuto uno dei suoi capi, avevano rapporti – secondo gli investigatori - anche per il traffico della droga.

A questo punto occorre digitare un altro comando: “Banda and Magliana and servizi”. La risposta della macchina, un link dopo l’altro, è sorprendente: Aldo Moro, Antonio ChichiarelliCarmine Pecorelli, strage di Bologna, Roberto Rosone, Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, Loggia P2, Licio Gelli, Gladio, Ior, Paul Casimir Marcinkus, Emanuela Orlandi.

La Bdm e il caso Moro. E’ il parlamentare Luigi Cipriani che parla, è il 15 aprile ’92 e siamo alla Commissione stragi:

Aldo MoroEmerge il famoso elemento di cui si è sempre parlato, ossia come la gestione del rapimento Moro abbia avuto due fasi; e la seconda fase è confluita nel ruolo giocato dalla Banda della Magliana, all'interno della quale conosciamo la parte che hanno sempre svolto i servizi segreti e la mafia. Uno di questi (elementi da approfondire, ndr) riguarda la vicenda di Toni Chichiarelli, un personaggio romano legato alla banda della Magliana, con tutto ciò che ne consegue: conosciamo infatti i collegamenti della banda con la mafia, con la destra eversiva, con i servizi segreti. Toni Chichiarelli era in contatto con un informatore, un agente del Sisde, tal Luciano Dal Bello, un personaggio di crocevia tra la malavita romana in collegamento con i servizi segreti e la banda della Magliana. Chichiarelli interviene nella vicenda Moro dimostrando di essere un personaggio assai addentro alla vicenda stessa (questo è quanto scrive il giudice Monastero che ha condotto l'istruttoria sull'assassinio di Chichiarelli), come dimostrano due episodi. Il primo, che è stato chiarito, è il seguente: Chichiarelli è l'autore del comunicato n.7, il falso comunicato del Lago della Duchessa; ed è anche l'autore del comunicato n.1 in codice, firmato Brigate rosse-cellula Roma sud. Chichiarelli fece trovare un borsello sul taxi; all'interno di questo borsello erano contenuti alcuni oggetti che facevano capire che lui conosceva dal di dentro la vicenda Moro. Fece trovare infatti nove proiettili calibro 7,65 Nato, una pistola Beretta calibro 9 (e si sa che Moro è stato ucciso da undici colpi, dieci di calibro 7,65 e uno di calibro nove); fece trovare dei fazzolettini di carta marca Paloma, gli stessi che furono trovati sul cadavere di Moro per tamponare le ferite; fece trovare quindi una serie di messaggi in codice, e una serie di indirizzi romani sottolineati; fece trovare dei medicinali e anche un pacchetto di sigarette, quelle che normalmente fumava l'onorevole Moro; inoltre un messaggio con le copie di schede di cui farà ritrovare poi l'originale in un secondo episodio. Vi è un secondo aspetto. Dopo la rapina della Securmark, ad opera della banda della Magliana con Toni Chichiarelli come mente direttiva, quest'ultimo fa trovare - lo scrive il giudice Monastero - una busta contenente un altro messaggio con gli originali di quattro schede riguardanti Ingrao ed altri personaggi. Questa volta, come dicevo, ci sono gli originali: si tratta di schede relative ad azioni che erano state programmate e previste; fa trovare però anche un volantino falso di rivendicazione delle Brigate rosse. Il giudice poi scrive: "Si rinveniva una foto Polaroid dell'onorevole Moro apparentemente scattata durante il sequestro". Viene eseguita una perizia di questa foto, e si rileva che non si tratta di un fotomontaggio. Come sappiamo, delle Polaroid non si fanno i negativi; è quindi una foto originale di Moro in prigione che Chichiarelli, dopo l'episodio del borsello, fa ritrovare in questo secondo messaggio, con le schede originali che riguardano Pietro Ingrao, Gallucci, il giornalista Mino Pecorelli, che sarà in seguito ucciso, e l'avvocato Prisco. Sulla scheda riguardante l'avvocato Prisco si parlava di questo famoso gruppo Mauro. Anche nel documento della registrazione che il Sisde ha fatto avere ai magistrati, si parla del gruppo Mauro che operava nella zona di Fiumicino e avrebbe dovuto avere in sequestro l'onorevole Moro. In sostanza emerge il famoso elemento di cui si è sempre parlato, ossia come la gestione del rapimento Moro abbia avuto due fasi; e la seconda fase è confluita nel ruolo giocato dalla banda della Magliana, all'interno della quale conosciamo la parte che hanno sempre svolto i servizi segreti e la mafia. La vicenda Chichiarelli è quindi centrale all'interno del sequestro Moro, ma i magistrati non l'hanno mai approfondita, sia perché nel Moro-quater si è prestato fede a tutto quello che ha detto Morucci e non si è quindi voluti entrare nel merito di altri aspetti, sia perché il giudice Monastero ha dovuto archiviare ed ha lasciato in sospeso tutte queste parti, perché non erano di sua competenza. Tuttavia, egli ha fatto delle affermazioni molto precise sul ruolo svolto da Toni Chichiarelli all'interno della vicenda Moro. Vorrei perciò che quanto ho detto fosse allegato alla relazione, perché ritengo che sviluppando questa tematica si capirà molto meglio cosa è accaduto nel rapimento Moro. Il secondo elemento riguarda chi era presente quella mattina in via Fani. Ho già parlato di questo fatto in Commissione ed è stato confermato che la mattina alle nove, in via Stresa, a duecento metri da via Fani, c'era un colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi, il quale faceva parte della VII divisione, cioè di quella divisione del Sismi che controllava Gladio. Lui dipendeva direttamente dal generale Musumeci, personaggio della P2 implicato in tutti i depistaggi e condannato nel processo sulla strage di Bologna. Il colonnello Guglielmi ha confermato che quella mattina era in via Stresa, a duecento metri dall'incrocio con via Fani. Ha detto di essere andato a pranzo da un amico. Alle nove di mattina, quindi, si presenta da un amico per andare a pranzo e a duecento metri di distanza non ha sentito nulla di quello che è avvenuto! Ritengo che quelle dichiarazioni non siano assolutamente attendibili. Resta il fatto che adesso noi sappiamo, perché è stato accertato, che la mattina del rapimento Moro un colonnello del Sismi, dipendente dalla VII divisione e dal generale Musumeci, era in via Fani mentre veniva uccisa la scorta e rapito Moro. Credo che anche questo fatto vada approfondito, e che bisogna indagare per capire chi c'era in via Fani quella mattina.

La Bdm e l’omicidio Pecorelli. Scrive la Corte d’Assise d’Appello di Perugia il 24 settembre ’99 assolvendo - dall’accusa di aver “cagionato con premeditazione la morte di Carmine Pecorelli mediante quattro colpi di pistola” - Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, La Barbera Michelangelo e Massimo Carminati:

Carmine Pecorelli

Altro avvenimento importante per la ricostruzione dei fatti relativi all’omicidio Pecorelli è la scoperta il 27.11.1981, presso i locali del Ministero della sanità in via Liszt, di un deposito di armi. Tale deposito, come accertato dalla sentenza della Corte di Assise di Roma relativa alla banda della Magliana, era frequentata oltre che dal custode Biagio Alesse, dagli uomini di rilievo della Banda della Magliana come Maurizio Abbatino, Marcello Colafigli, Franco Giuseppucci, Edoardo Toscano, Danilo Abbruciati, Claudio Sicilia, Alvaro Pompili, Antonio Mancini e Massimo Carminati. Il deposito di armi è importante per questo processo perché: In esso, oltre a confluire le armi del gruppo della banda della Magliana detto propriamente "gruppo di Acilia/Magliana" erano conservate anche le armi che lì potevano depositare Danilo Abbruciati e Massimo Carminati, autorizzati ad accedere al deposito e che, per quello che si dirà, avevano stretti rapporti tra di loro e con persone aderenti o simpatizzanti della destra eversiva che gravitavano intorno alla zona Viale Marconi/Eur; Il gruppo Acilia/Magliana della banda della Magliana non usavano, se non per difesa personale, ma non per commettere azioni delittuose programmate, pistole cal. 7,65 preferendo altro tipo di pistole per cui quelle di quel calibro erano state depositate o da Danilo Abbruciati o da Massimo Carminati. Del resto che questi avessero altre fonti di rifornimento di armi emerge dalla deposizione di Valerio Fioravanti il quale ha ammesso che vi era osmosi di armi tra i gruppi eversivi della estrema destra e la delinquenza comune perché all’inizio della loro attività eversiva si erano riforniti da questa ultima e poi, quando attraverso le rapine alle armerie si erano auto approvvigionati, le armi rapinate di scarso valore per il gruppo erano state cedute o scambiate con la delinquenza comune con esponenti della c.d. banda della Magliana in contatto con loro mentre quelle di pregio erano da loro trattenute. Rileva a questo fine la rapina alla armeria Omnia sport, dove erano stati portati via anche proiettili marca Gevelot e le armi (deve ritenersi compresi i relativi munizionamenti) erano state conservate anche da elementi della destra come Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti in rapporti con Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci. Nel deposito del ministero della sanità erano state trovate armi che potevano essere state impiegate per commettere l’omicidio di Carmine Pecorelli e munizioni dello stesso tipo di quelle usate per sparare a Carmine Pecorelli.  La circostanza porta, necessariamente, a parlare dei proiettili e dell’arma che hanno ucciso Carmine Pecorelli. Invero dal verbale di ispezione dei luoghi, redatto al momento del rilevamento degli elementi oggettivi di prova, emerge che furono esplosi nei confronti di Carmine Pecorelli quattro colpi di pistola essendo stati trovati nelle vicinanze dell’auto del giornalista quattro bossoli: due di marca Gevelot e due di marca Fiocchi e quattro proiettili, due marca gevelot e due marca Fiocchi, furono estratti dal corpo della vittima. Tali bossoli erano idonei per essere esplosi da una pistola automatica o semiautomatica calibro 7,65. Analogo munizionamento e pistole dello stesso calibro di quella che ha ucciso Carmine Pecorelli sono state trovate nei sotterranei del ministero della sanità. Tutte queste considerazioni fanno ritenere che i proiettili usati per commettere l’omicidio di Carmine Pecorelli provengono dal lotto di proiettili sequestrati nello scantinato del ministero della sanità.

Atti parlamentari della Commissione stragi sullo stesso tema:

Si fa qui, in ultimo, riferimento ai gravissimi fatti relativi alla predisposizione da parte di due ufficiali del SISMI (col. Pietro Musumeci e ten. col. Giuseppe Belmonte) di un falso ritrovamento di armi ed esplosivi – preceduto da una serie di false informative – allo scopo di depistare le indagini sulla strage avvenuta il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna. Per rimanere al contesto del delitto Pecorelli – poiché, come si esprimerà la stessa Corte di Cassazione, la vicenda Chichiarelli e il ritrovamento del deposito costituiscono i «due soli elementi rilevanti per l’individuazione delle persone che avevano avuto un ruolo nell’omicidio Pecorelli, entrambi convergenti verso l’ambiente della banda della Magliana», la Commissione rileva che l’inefficiente attività investigativa sul punto abbia poi inevitabilmente condotto ad un’architettura accusatoria debole sotto l’aspetto degli elementi di prova diretti e quindi «complicata e controvertibile per l’intersecarsi e il sovrapporsi di più piani tra la fase dell’ideazione e quella dell’esecuzione dell’omicidio, si da essere efficacemente messa in crisi dalle difese degli imputati nel contradditorio dibattimentale» . Allo stesso modo si deve rilevare che – a causa delle incrociate rivelazioni confidenziali di tale Luciano Dal Bello, che era stato il finanziatore di Chichiarelli per la rapina – l’operato di Antonio Chichiarelli non poteva essere ignoto non solo al SISDE ma anche a diversi organi romani dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia di Stato, che possedevano sul suo conto ben precise informazioni sostanziate anche in appunti. Lo stato di sostanziale impunità – sul quale assai poco e male si è indagato – goduto dall’autore dei depistaggi sui casi Moro e Pecorelli venne percepito anche dallo stesso interessato che cessò progressivamente ogni cautela, assunse comportamenti esibizionisti e si mise a spendere irrazionalmente gli ingenti capitali raccolti nelle sue imprese criminali.

Scrive l’agenzia Ansa in un dispaccio del 13 luglio ’96:

Il Sisde dietro ad un tentativo di depistaggio delle indagini sull'omicidio del giornalista Mino Pecorelli? E' l'ipotesi della procura di Perugia che, al termine di un processo durato sei mesi, tra segreti di Stato e qualche colpo di scena, ha chiesto la condanna (a due anni e nove mesi di reclusione) di due investigatori considerati i “fiori all'occhiello” del Servizio segreto civile: il questore Mario Fabbri, capo del “centro Roma 2”, ed il colonnello Giancarlo Paoletti, suo vice. Richiesta di condanna, ma ad una pena inferiore (due anni e tre mesi, con le generiche) anche per un collaboratore esterno del Servizio, Vittorio Faranda, ex sottufficiale alla Digos di Roma, finito a suo tempo nel mirino delle Br, che lo giudicarono però “impedinabile”. I tre sono accusati di false dichiarazioni al pm. Avrebbero mentito al magistrato di Perugia che li interrogava nell'ambito dell'inchiesta sul delitto Pecorelli, affermando di non aver mai avuto contatti od incontri, neppure in carcere, con Danilo Abbruciati, Ettore Marognoli, Renato De Pedis ed altri esponenti della banda della Magliana, l'organizzazione criminale che avrebbe avuto un ruolo importante nell'omicidio del direttore di “Op”. Il movente dell'”inquietante mendacio” - come l'ha definito la procura - non è stato accertato: “forse un tentativo di coprire gli autori del delitto, forse non si volevano svelare 'incoffessabili' rapporti”. Sta di fatto che con queste false dichiarazioni - hanno detto i pm Cardella e Cannevale nella loro requisitoria - i tre imputati hanno rischiato di “compromettere gravemente” le indagini, incrinando l'attendibilità dei pentiti. Il riferimento è ai vari Mancini, Moretti e Abbatino, che con le loro dichiarazioni hanno contribuito al rinvio a giudizio dei sei presunti mandanti ed esecutori materiali dell'omicidio Pecorelli e che, in più riprese, hanno parlato dei contatti tra esponenti della banda della Magliana e personale delle Istituzioni, le “guardie”. Tra queste - giurano i pentiti e sostengono i pm di Perugia, secondo cui “i collaboratori sono credibili” - vi erano proprio Faranda, Fabbri e Paoletti, il quale avrebbe avuto un incontro a Rebibbia con Abbruciati, il 9 aprile '82, proprio il giorno in cui fu scarcerato e poco prima che venisse ammazzato, nell' attentato a Roberto Rosone. Il boss della Magliana - che secondo i pm “collaborava” con il Sisde - ebbe un ruolo “rilevante” nell'omicidio del direttore di “Op”, riguardo al quale “sapeva tutto”. Ma quell'incontro Paoletti l'ha sempre negato. I difensori hanno sparato a zero sull'inchiesta, sui “gravi errori investigativi”, sulle “illecite pressioni sui pentiti, alcuni dei quali sono dei bugiardi di professione”. Il Sisde - ha detto l' avv. Zazza - non c'entra con l'omicidio Pecorelli. Perché, invece, non si è indagato sul Sismi?”.

Perugia, 19 settembre ’96, scrive ancora l’Ansa:

Viva soddisfazione” per la sentenza della Corte d'appello è stata espressa dai difensori degli imputati. “Sebbene con cinque anni di ritardo - ha detto l'avvocato Brusco - è stata restituita piena dignità a tre galantuomi servitori dello Stato. Ciò non servirà a eliminare le conseguenze personali, familiari e professionali da loro subite ma quanto meno giustizia è stata fatta”. I tre esponenti del “Centro Roma due” del Sisde (assolti, ndr) - di cui Mario Fabbri era il capo, Giancarlo Paoletti il suo vice e Vittorio Faranda un collaboratore - erano accusati di aver mentito al pm, negando i loro contatti o incontri, anche in carcere, con alcuni esponenti di spicco della banda della Magliana, come Danilo Abbruciati, Renato De Pedis ed Ettore Marognoli. L'elemento centrale dell'impianto accusatorio furono le dichiarazioni di alcuni pentiti della banda della Magliana: Maurizio Abbatino, Fabiola Moretti e Antonio Mancini.  Nella motivazione della sentenza di condanna i giudici di primo grado avevano scritto che la ragione per la quale i tre ex agenti del Sisde avrebbero mentito al magistrato di Perugia che li sentiva nell'ambito delle indagini sull'omicidio Pecorelli rimaneva comunque “un mistero”. Il processo di primo grado per l'assassinio del giornalista è terminato con l'assoluzione dei sei imputati.

La Bdm e il Vaticano:

De Pedis Enrico

Enrico De Pedis, detto Renatino (Roma, 15 maggio 1954 – Roma, 2 febbraio 1990), è stato un criminale italiano, boss dell'organizzazione criminale romana nota come Banda della Magliana. Il suo nome, oltre a molti dei misfatti della Banda, è legato alla vicenda di Emanuela Orlandi, la ragazza di cittadinanza vaticana scomparsa nel 1983, il cui caso è stato spesso messo in relazione con il caso Calvi e i rapporti tra Vaticano e Banco Ambrosiano. De Pedis è stato ucciso in un agguato a Roma in Via del Pellegrino, nei pressi di Campo de' Fiori: la sua uccisione va catalogata come un regolamento di conti tra “ex compari”. Enrico De Pedis ha ricevuto una sepoltura del tutto inusuale per un comune cittadino, che risulta ancora più sorprendente trattandosi di un criminale della sua caratura: la sua tomba infatti si trova all'interno della cripta della basilica di Sant'Apollinare a Roma, attualmente di proprietà dell'Opus Dei; solo alla moglie viene consentito l'accesso. (da Wikipedia).

Dirà di lui Giulio Andreotti, già Presidente del Consiglio:

«Ecco, magari non era proprio un benefattore per tutti. Ma per Sant'Apollinare sì».

Dirà di lui Monsignor Piero Vergari, già rettore della Basilica di Sant’Apollinare:

«Nel carcere mai ho domandato a nessuno perché era là o che cosa aveva fatto. Tra le centinaia di persone incontrate dei più diversi stati sociali, parlavamo di cose religiose o di attualità; Enrico De Pedis veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all'estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente».

Negli anni Settanta, mentre la banda della Magliana e nel massimo del suo splendore, la banca Vaticana, meglio nota come Ior (Istituto per le Opere di Religione), è guidata dall’ambiguo monsignor Paul Casimir Marcinkus, il “banchiere di Dio” che sarà ricordato, tra l’altro, per aver affermato pubblicamente che «Non si può governare la Chiesa con le Ave Maria». Lo Ior, sotto la scellerata gestione Marcinkus, ha un buco di 1.300 miliardi.

Il Banco Ambrosiano e la morte di Calvi:

Roberto Calvi

La prima crisi del Banco risale al 1977. All'alba del 13 novembre Milano si svegliò tappezzata di cartelloni in cui si denunciavano presunte irregolarità del Banco Ambrosiano. Artefice del gesto era stato Michele Sindona, che voleva vendicarsi di Roberto Calvi, cui aveva chiesto senza successo i soldi per "tappare i buchi" delle sue banche. Per alcuni mesi, a partire dal 17 aprile 1978, alcuni ispettori della Banca d'Italia analizzarono la situazione del Banco Ambrosiano e denunciarono molte irregolarità, segnalate al giudice Emilio Alessandrini, il quale venne però ucciso il 29 gennaio 1979 da un commando di terroristi di estrema sinistra appartenenti a Prima Linea. In seguito il Banco si trovò ad affrontare una prima crisi di liquidità, che risolse ricevendo finanziamenti dalla BNL e dall'ENI per circa 150 milioni di dollari, mentre una seconda crisi di liquidità nel 1980 fu risolta grazie a un nuovo finanziamento dell'ENI di 50 milioni di dollari, per ottenere i quali Calvi, come risulta dagli atti processuali, pagò tangenti a Claudio Martelli e Bettino Craxi. Il "castello di carte" dell'Ambrosiano crollò nel 1981 con la scoperta della loggia P2 che lo proteggeva: Calvi, rimasto senza protezioni ad affrontare lo scandalo, cercò l'intervento del Vaticano e dello IOR, ma poco meno di due mesi dopo, il 21 maggio, venne arrestato per reati valutari, processato e condannato.  In attesa del processo di appello, Calvi fu messo in libertà provvisoria, tornando a presiedere il Banco. Nel tentativo di trovare fondi per il salvataggio dei conti, strinse rapporti con Flavio Carboni, un finanziere sardo legato ad ambienti politici e malavitosi romani come la Banda della Magliana, legami che forse portarono al tentato omicidio di Roberto Rosone. Rosone, direttore generale del Banco, fu vittima di un attentato da parte di Danilo Abbruciati, un boss della banda della Magliana, a causa delle perplessità espresse circa alcuni finanziamenti concessi dal Banco a Carboni senza la presenza delle dovute garanzie. Il 9 giugno 1982 Calvi si allontanò da Milano, giungendo a Roma in aereo, dove incontrò Flavio Carboni, col quale organizzerà la fuga verso l'estero. L'11 giugno il banchiere si diresse a Venezia, per poi raggiungere Trieste, e successivamente la Jugoslavia. Dal paese slavo proseguirà poi per Klagenfurt. Il 14 giugno Calvi incontrò Carboni al confine con la Svizzera, per poi partire il 15 giugno verso Londra, dall'aeroporto di Innsbruck. Il 16 giugno Carboni partì da Amsterdam per raggiungere Calvi a Londra. Il 18 giugno (Roberto Calvi, ndr) venne trovato impiccato da un impiegato postale, sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi in circostanze molto sospette, con dei mattoni nelle tasche e 15.000 dollari addosso. (da Wikipedia)

Fabrizio Colarieti per Notte Criminale

Un pensiero su “Il Vecchio, Zeta e Pigreco tra (poca) fiction e (tanta) realtà

  1. Aldo Musci

    Molto interessante. Credo che ci siamo conosciuti a Rieti per la presentazione del libro della Digiovacchino. Mi piacrebbe riprendere i contatti con te...

    Saluti
    Aldo

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