Ustica: Corte d’Appello di Palermo, fu un missile, i ministeri risarciscano i familiari

dc9_ustica1_NI ministeri della difesa e dei trasporti dovranno risarcire, per una cifra che dovrà essere quantificata, i familiari di 17 delle 81 vittime del disastro del Dc-9 Itavia precipitato al largo di Ustica il 27 giugno ’80. Lo ha deciso la prima sezione civile della corte d’appello di Palermo (leggi sentenza) rigettando gli appelli che l’avvocatura dello Stato aveva promosso contro alcune sentenze emesse nel settembre del 2011 dal Tribunale di Palermo (giudice Paola Proto Pisani). A ricorrere al rito civile, citando per danni lo Stato, erano stati 68 familiari delle vittime assistiti dagli avvocati Daniele Osnato e Alfredo Galasso che in primo grado si erano visti riconoscere un danno complessivo di oltre 100 milioni di euro. Secondo la corte d’appello di Palermo quanto avvenne nei cieli del basso Tirreno in occasione della strage di Ustica è da addebitarsi a un missile lanciato contro il Dc-9 da un altro aereo, da identificare, che intersecò la rotta del volo Itavia o alla ‘quasi collisione‘ con quest’ultimo. I giudici, sposando per intero le conclusioni raggiunte in primo grado, escludono radicalmente le ipotesi alternative della bomba collocata a bordo e del cedimento strutturale attribuendo ai due ministeri la responsabilità di non aver assicurato adeguate condizioni di sicurezza al volo Itavia. La Corte d’Appello ha dichiarato prescritto il solo diritto al risarcimento dei danni “connesso all’illecito consistito nell’avere ostacolato o impedito l’accertamento della verità sulle cause del disastro”, e cioè in seguito a depistaggi, eliminando la relativa condanna inflitta in primo grado al ministero della difesa. Nella sentenza i giudici d’appello tornano a confermare la centralità della sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore che nel ’99, al termine di una lunga istruttoria, analizzando i tracciati radar di Ciampino e basandosi sul parere di diversi esperti, concluse che il Dc-9 era stato abbattuto nel corso di una battaglia aerea e che la sua rotta era stata disturbata da velivoli militari di diversi Paesi tuttora da identificare. Continua a leggere Ustica: Corte d’Appello di Palermo, fu un missile, i ministeri risarciscano i familiari

Airbus A320, l’esperto Lecce: suicidio plausibile

A320Le ultime indiscrezioni del New York Times sul disastro dell’Airbus A320 della Germanwings precipitato sulle Alpi francesi hanno avanzato l’ipotesi di suicidio del copilota, il 28enne Andreas Lubitz. E la procura di Marsiglia ha confermato che l’uomo «ha voluto distruggere l’aereo». Secondo Leonardo Lecce, docente di ingegneria aerospaziale all’Università Federico II di Napoli, per anni impegnato nelle indagini sulla strage di Ustica (27 giugno 1980, 81 morti), «è plausibile e tragicamente verosimile che uno dei due piloti abbia deliberatamente scelto di autodistruggere l’aereo, ma restano da chiarire diversi aspetti, primo fra tutti l’assurdità del fatto che l’altro pilota non sia riuscito a rientrare in cabina per colpa di una serratura progettata male».
L’esperto prosegue: «In passato ci sono stati incidenti identici. E uno degli elementi che mi ha fatto pensare fin da subito a qualcosa di simile, senza escludere tuttavia il sabotaggio di matrice terroristica o l’avaria generale delle strumentazioni di bordo, è stata la prolungata e anomala assenza di comunicazione radio».
Anche perché «era stato riferito», spiega Lecce, «che negli 8 minuti che precedono lo schianto il controllo del traffico aereo ha tentato più volte di mettersi in contatto con l’Airbus. Questo poteva significare che i piloti non potevano comunicare o a causa di un guasto a tutti i sistemi di alimentazione di bordo, molto improbabile, o perché impediti dalla presenza di qualcuno in cabina che li minacciava e che poi ha preso il controllo del velivolo». Del resto «un angolo di discesa di circa 5 gradi porta a una percorrenza di 131 chilometri che a una velocità di 900 km/h giustifica gli 8 minuti prima dell’impatto». Continua a leggere Airbus A320, l’esperto Lecce: suicidio plausibile

Alessio Casimirri, il mistero dell’ex Br latitante da 30 anni

Alessio CasimirriIl governo intende porre fine alla trentennale latitanza di Alessio Casimirri, uno dei nove brigatisti che il 16 marzo 1978 partecipò al sequestro di Aldo Moro e alla mattanza di via Fani. La notizia è arrivata proprio mentre il capo dello Stato stava deponendo una corona nel giorno del ricordo della strage in cui persero la vita gli agenti della scorta di Aldo Moro.
Casimirri, nome di battaglia “Camillo”, insieme con Alvaro Lojacono è considerato l’ultimo “irriducibile” da catturare. Nel 1980 si è dissociato dalle Br, due anni dopo ha lasciato l’Italia prima verso la Francia, poi Cuba, Panama e infine il Nicaragua dove ha continuato per qualche anno la lotta armata unendosi al Fronte Sandinista di liberazione nazionale.
Nel 1985 è arrivata la condanna all’ergastolo per i fatti di via Fani, per lui, per la sua ex moglie, Rita Algranati, e per lo stesso Lojacono. Da allora Casimirri – che oggi ha 64 anni e non ha mai scontato un giorno di prigione – è considerato dalla giustizia italiana un latitante ricercato in ambito internazionale.
In Centro America Camillo si è costruito una nuova vita e si fa chiamare Guido Di Giambattista. Nel 1998 ha sposato una cittadina nicaraguense, Raquel Garcia Jarquin, da cui ha avuto due figli. Assieme ad alcuni italiani ha aperto il ristorante “Magica Roma” e ne gestisce un altro, a due passi dal mare, a Managua, “La cueva del Buzo” (il covo del sub).
Casimirri, dunque, è cittadino nicaraguense, gode di ottimi rapporti con i politici locali e in particolare con i vertici militari e della polizia. Rapporti che finora lo hanno tenuto ben protetto dalla possibile esecuzione degli ordini di cattura promossi, a più riprese, dalla magistratura italiana. Continua a leggere Alessio Casimirri, il mistero dell’ex Br latitante da 30 anni

Antonio Mennini, i segreti del confessore di Moro

Aldo MoroPedinare Don Antonello, il sacerdote, amico e confessore di Aldo Moro, avrebbe permesso di trovare la sua prigione? Francesco Cossiga ne era fermamente convinto, a tal punto da rimproverarsi, per anni, di non aver fatto sorvegliare adeguatamente il giovane viceparroco della Chiesa di Santa Lucia, nel quartiere Trionfale di Roma, che durante quei terribili 55 giorni tenne i contatti tra Moro, prigioniero delle Brigate Rosse in un appartamento di via Montalcini, e i suoi familiari.
La storia racconta che fu proprio l’ex presidente della Dc a indicare ai carcerieri il nome di Don Antonio Mennini, che a quell’epoca aveva appena 31 anni, per affidargli il delicato incarico di consegnare le sue lettere ai familiari.
Si fidava di lui e, forse, era anche certo che la polizia non lo avrebbe sorvegliato. E così andò, almeno stando al racconto di Cossiga, che ha sempre ripetuto che quel sacerdote, probabilmente, era stato l’unico estraneo alla cerchia delle Br a incontrare Moro e a raccogliere la sua ultima confessione prima dell’esecuzione.
Don Antonello, gesuita, figlio di un alto funzionario laico dello Ior, oggi arcivescovo e Nunzio apostolico in Gran Bretagna, non ha mai raccontato fino in fondo cosa accadde in quelle ore. Ha sempre preferito sminuire il suo ruolo, oppure trincerarsi dietro il segreto della confessione e la sua veste di ministro vaticano. Ha parlato dell’affaire Moro almeno sette volte in passato, tra procure, corti d’assise e commissioni parlamentari, ma il sospetto che non abbia detto tutto lo insegue da quasi 40 anni.
Il 9 marzo è stato chiamato a farlo una volta di più, a testimoniare – per volere di papa Francesco in persona – davanti alla nuova commissione di inchiesta parlamentare.
Mennini ha ribadito quello che già aveva detto nel giugno del 1993, durante il processo Moro-quater: «Non sono mai entrato nell’appartamento di via Montalcini». Aggiungendo: «Se avessi avuto un’opportunità del genere credete che sarei stato così imbelle? Mi sarei offerto di prendere il suo posto». Continua a leggere Antonio Mennini, i segreti del confessore di Moro