La strage di Ustica e gli imbarazzanti silenzi dell’Aeronautica

dc9_ustica1_NChissà ai piani alti dello Stato maggiore dell’Aeronautica militare come avranno preso la notizia che qualcuno, Oltralpe, trentaquattro anni dopo la notte di Ustica, ha deciso di iniziare a scrivere una nuova pagina di questa brutta storia. La verità è ancora lontana, è vero. E lo è anche perché i francesi non è detto che stavolta faranno sul serio. Potrebbero dire e non dire, o, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero raccontare qualcosa che, pur aggiungendo nuovi tasselli a questo rompicapo, non porterà da nessuna parte, anzi.
I familiari delle vittime hanno ragioni da vendere quando affermano che in questa storia, per fare davvero un passo in avanti, serve il pugno duro del governo e della diplomazia internazionale. La magistratura è arrivata fin dove poteva arrivare: a Parigi. Le rogatorie hanno fatto capire ai francesi che in Italia c’è ancora qualcuno che vuole la verità. Oltre deve andare il governo, perché senza l’avallo della politica difficilmente una dozzina di militari francesi, quelli che la Procura di Roma ha già sentito in qualità di testimoni, riusciranno a condurci verso il punto di svolta.
Il punto da non perdere di vista, tuttavia, è anche un altro. E il governo, in questo caso, potrebbe giocare un ruolo decisivo non solo desecretando veline che nella migliore delle ipotesi confermeranno quello che già sappiamo. Perché quella notte, oltre i francesi, gli americani, i libici e la Nato, ebbe un ruolo – e non di certo secondario – anche la nostra Aeronautica. Lo ha ripetuto, per tre volte consecutive, la Cassazione, in sede civile, tornando a ricordare che qualunque cosa sia accaduta nel cielo di Ustica le nostre istituzioni avevano il dovere di proteggere quel volo, e questo non avvenne. Continua a leggere

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Perché i cable landing points italiani fanno gola all’intelligence americana e inglese

Cavi-sottomarini-Sicilia-174x131Il primo colosso delle telecomunicazioni che ha lanciato il sasso nello stagno è stato Vodafone. La compagnia telefonica britannica, che opera in 29 paesi, in un dettagliato rapporto presentato il 6 giugno scorso, ha denunciato pubblicamente che le agenzie di intelligence spiano i suoi utenti, in particolare quelli europei. Un’uscita che ha sorpreso la comunità internazionale suscitando nuovi interrogativi sul tema della privacy e sull’invasività dei programmi governativi di sorveglianza elettronica.
In soldoni i metadati di Vodafone, ma anche di altre compagnie, cioè le informazioni principali che riguardano una conversazione telefonica o una connessione telematica (i numeri di telefono o gli IP di ciascun utente, l’ora, la durata, la posizione degli interlocutori), come si dice in gergo, sarebbero stati rastrellati o pettinati dalle sonde della National Security Agency americana e dal Government Communications Headquarters britannico.
Nulla di nuovo, perché già all’epoca delle rivelazioni dell’ex tecnico della Nsa, Edward Snowden, il mondo aveva appresso dell’esistenza di una serie di programmi di sorveglianza globale molto invasivi – come PrismTempora e Upstream – messi in campo dagli Usa e dal Regno Unito. Tecnologie che permettono di spiare attraverso la rete internet, ma anche prelevando i dati direttamente dai cavi sottomarini o dai transiti satellitari.
Anche l’Italia è finita nella rete di sorveglianza della Nsa, innanzitutto per la sua posizione strategica. Come ha rivelato l’Espresso, gli inglesi, in particolare, si sono concentrati molto sui cavi sottomarini in fibra ottica che convogliano oltre il 99 per cento delle comunicazioni intercontinentali (dalle telefonate agli accessi Internet) attraverso il Mediterraneo. Ed è noto che ogni conversazione tra Oriente e Occidente transita per una complessa ragnatela di 18 cable landing points che si trovano in Sicilia. Continua a leggere

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Chi è “faccia da mostro”, l’uomo dei misteri di Palermo

giovanni aielloChi è davvero Giovanni Aiello? L’ultimo mistero palermitato è legato al volto sfigurato di un ex agente della polizia di Stato che secondo quattro procure (Palermo, Caltanissetta, Catania e Reggio Calabria) avrebbe a che fare con le pagine più buie della stagione delle stragi. Dall’Addaura, il fallito attentato contro Giovanni Falcone del 1989, agli omicidi di due investigatori scomodi, Antonino Agostino e Emanuele Piazza, ma anche alla storia, orrenda, del piccolo Claudio Domino.
Giù in Sicilia, procure e pentiti, dicono che Giovanni Aiello è “faccia da mostro”, “lo sfregiato”, “il bruciato”. L’ultima a fare il suo nome, e a riconoscerlo durante un confronto all’americana, è stata la figlia, pentita, del boss palermitano dell’Acquansanta, Vincenzo Galatolo, Giovanna. «È lui, non ci sono dubbi. È l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati», ha detto nelle scorse settimane la collaboratrice, mentre Aiello era immobile dall’altra parte di un vetro dentro gli uffici della Dia di Palermo. «Si incontrava sempre in vicolo Pipitone con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia. Tutti i miei parenti lo chiamavano “lo sfregiato”, sapevo che viaggiava sempre tra Palermo e Milano».
Aiello, ha rivelato Repubblica nei mesi scorsi, oggi ha 68 anni, vive da eremita in un capanno in riva al mare Montauro, in provincia di Catanzaro. Ha i capelli biondi, la parte destra del volto sfigurata da una fucilata rimediata in Sardegna, nel ’66, tre anni dopo essersi arruolato in polizia, durante un conflitto a fuoco con i sequestratori della banda di Graziano Mesina. Dopo quell’incidente il trasferimento a Cosenza, poi a Palermo, prima al Commissariato Duomo e poi nelle sezioni antirapine e catturandi della Mobile. Continua a leggere

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«La verità storica sul caso Moro sarà consegnata al Paese»

Gero Grassi«La Commissione Moro cercherà in ogni modo la verità, perché il Paese ne ha bisogno anche per evitare il ripetersi di tragedie come questa». E’ quanto afferma, rispondendo alle domande di lettera35, il vice presidente dei deputati del Partito democratico, Gero Grassi, promotore del disegno di legge che ieri ha incassato il via libera del Senato e che porterà all’istituzione di una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro del presidente della Dc. Grassi, già autore di un voluminoso dossier sullo stesso caso, è fermamente convinto che a distanza di 36 anni dal sequestro e dall’assassinio di Aldo Moro il Parlamento riuscirà a fare luce su una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana «perché i tempi sono cambiati e le condizioni storiche dovrebbero consentirlo». «Girando l’Italia per presentare il dossier sul tema “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro” – aggiunge il vice presidente dei deputati del Pd – ho percepito una grande volontà di verità su una bruttissima pagina della nostra Repubblica».
Onorevole Grassi, le precedenti Commissioni non sono riuscite a fare luce su molti aspetti ancora oggi poco chiari, cosa le fa pensare che questa volta il Parlamento ce la farà?
«La forza di volontà e la determinazione di rendere giustizia ad un uomo morto per la libertà e la democrazia. Aggiungo anche la passione morotea di sapere e conoscere, avendo conosciuto Aldo Moro nel lontanissimo novembre 1963, quando avevo cinque anni e mezzo. Quando Moro fu rapito, il 16 marzo 1978, feci il mio primo comizio e sostenni sempre la necessità della trattativa, tesi allora respinta come demoniaca e lesiva della integrità dello Stato, oggi quasi unanimemente accettata». Continua a leggere

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Chi era Camillo Guglielmi, l’agente segreto dei misteri di via Fani

MoroChi era il colonnello Camillo Guglielmi, l’agente segreto che la mattina del 16 marzo 1978 si trovò – a suo dire perché invitato a pranzo da un collega – all’incrocio tra via Fani e via Stresa, proprio mentre le Brigate Rosse rapivano Aldo Moro? Il suo nome, da trentasei anni, entra ed esce dalle inchieste e ora lo chiamano in causa anche le ultime rivelazioni dell’Ansa sul presunto coinvolgimento di altri due agenti del Sismi che quella stessa mattina si trovavano in via Fani in sella a una moto.
Tracce della carriera di Guglielmi, soprannominato “Papà”, emergono dal resoconto di un’audizione in Commissione stragi dell’ex ministro della Difesa, Cesare Previti. Nel ’78 l’ufficiale era in forza alla Legione Carabinieri di Parma dalla quale venne collocato in congedo il 15 aprile 1978, dunque in pieno sequestro Moro. Dal 1° luglio 1978 Guglielmi, secondo quando riferì Previti, prestò servizio presso il Sismi in qualità di consulente “esperto”, rapporto che si consolidò in breve tempo fino alla sua assunzione nel Servizio segreto militare, datata 22 gennaio 1979. Lo 007, assegnato all’ufficio “R” controllo e sicurezza con l’incarico di dirigere la sezione che si occupava dell’affidabilità dei dipendenti di Forte Braschi, lasciò il Sismi il 31 dicembre dello stesso anno. Venne trasferito all’8° Comando militare territoriale di Roma ma continuò a collaborare con il controspionaggio militare fino al 30 novembre 1981. Guglielmi morì di crepacuore nel gennaio 1992 all’età di 68 anni. Continua a leggere

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